il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Informazione: Il prezzo della verità

Aldo Bianchini

La libertà non si riceve ma si conquista giorno dopo giorno, spesso a caro prezzo

 

Il responsabile del Codacons del Vallo di Diano, Roberto De Luca, ha diffuso un nota ermetica ed emblematica al tempo stesso. Nel contesto della stessa, riportando una storia dalle sue meditazioni di fine ottobre 1998 dal titolo “Piove, ma nessuno si bagnerà” (Spero di non rompere il silenzio promesso, se vi parlo sottovoce. E sottovoce vi dico che ieri ho ascoltato una notizia che ha dell’incredibile. Lo stadio comunale di Sala Consilina, recentemente inaugurato dopo i lavori di ristrutturazione, è stato definito un luogo per lo sport. E certo, uno stadio dovrebbe servire proprio a questo, alla pratica dello sport. Nel servizio che ho ascoltato, tuttavia, nessuno ha detto che quello stadio serve anche per il commercio. Il giovedì mattina, infatti, il mercato settimanale organizzato dall’amministrazione si svolge proprio nello stadio comunale, nell’ampia fascia ricoperta di asfalto nel perimetro esterno al terreno di gioco, oggi rifatto in erba sintetica: una meraviglia della tecnologia moderna! Le mezze verità, allora, a chi servono? Servono alle amministrazioni, per continuare ad imbonire il pubblico con messaggi veri a metà, la stessa mezza verità di chi dice: “Oggi, sfortunatamente, pioverà, ma nessuno, fortunatamente, si bagnerà”) scrive una lettera ad un amico che per amore della verità e della libertà dovrà difendersi in un’aula di tribunale: “”Duole vedere come, nel tentativo di difendere quel minimo spazio di libertà che resta all’opinione della gente comune (l’insieme dei cosiddetti semplici cittadini) su fatti realmente accaduti, un amico sia costretto a difendersi nelle aule di un tribunale. E’ questa la società che ci stiamo costruendo e che, un po’ alla volta, sta cercando di sopprimere il profumo di libertà dello spirito dialettico proprio delle civiltà a democrazia avanzata. Le buie stanze del potere, ormai use alle più torbide faccende, sembrano allergiche ai controlli e alle critiche. Nonostante ciò, da anni anch’io sto cercando, nel mio piccolo, di scoprire scampoli di verità – da semplice cittadino – illuminando pezzettini di quell’immenso grigiore. Un esempio è questo scritto del 2008 che dedico al mio amico che dovrà difendersi nelle aule dei tribunali e al quale esprimo la mia solidarietà, con l’augurio di poter provare che solo il senso civico e il desiderio di partecipazione alla vita pubblica hanno sospinto la sua penna in appassionati scritti””. Non so a chi è diretta la lettera di conforto di Roberto De Luca, credo che in definitiva la destinazione almeno al grande pubblico non interessi; una lettera che apre, comunque, uno spaccato molto importante sulle condizioni di un mondo che ogni giorno di più cerca di epurare dal suo immaginario contesto sociale tutti quelli che parlano e/o scrivono per affermare la verità e per difendere la libertà e lo stato di diritto di tutti quelli che non hanno la possibilità, la facoltà o la capacità di scrivere e di parlare. Ovviamente bisogna tener conto, e forse di questo De Luca e il suo amico immaginario non vogliono accettarlo, che esistono sempre almeno due verità: quella giudiziaria e quella vera; ce ne sarebbe anche una terza ma non è il caso si soffermarci più di tanto. E’ in questo squarcio tra le due verità che bisogna sapersi collocare, con professionalità, per poter parlare o scrivere. Raccontare la verità virtuale, quella che circola di bocca in bocca, spesso non porta da nessuna parte, anzi porta verso il baratro della diffamazione o della calunnia. Insomma la verità popolare non trova quasi mai definiti spazi e riconoscimenti giudiziari. Un giornalista (non so se nella fattispecie De Luca parla di un giornalista, me lo auguro, altrimenti sarebbe ancora più grave perché potrebbe esserci anche l’accusa di “esercizio abusivo della professione”) deve sempre partire dalla “verità popolare”, quella chiacchierata sui marciapiedi per intenderci, ma deve sempre corredarla di atti e di prove quanto meno presentabili in sede giudiziaria. Dire, per esempio, che un “Comune è la profanazione di una banca” è cosa assai pericolosa perché la prova provata difficilmente potrà essere raggiunta in dibattimento, con grave ripercussione su chi ha scritto anche in buona fede una cosa del genere.  Chi scrive è uno dei più classici esempi di questo costume, di questo modo infernale di fare, di questo “potere” che tutto vorrebbe zittire se non proprio cancellare. Le buie stanze del potere e le aule del tribunale, purtroppo, non sono dissimili; anche rispetto alle stanze le aule agiscono per “atto dovuto” che spesso nasconde la vera identità dello stesso potere. Le decine di volte che sono stato costretto a sfilare nelle aule di tribunale, le centinaia di volte che sono stato costretto ad entrare nelle stanze (solo apparentemente illuminate!!) degli inquirenti non sono altro che la dimostrazione pratica di ciò che accade quotidianamente e che, se vogliamo, produce anche esperienze positive e di crescita. Certo spesso sono stato assalito dal dubbio: “Perché farlo o perché continuare a farlo?”, ma sempre fino ad oggi ha vinto l’innato istinto di libertà nella ricerca della verità.

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