RITRATTI D’ITALIA

Michele Ingenito

Il Settecento e l’Ottocento sono stati secoli d’oro per l’Italia. Arte, bellezze naturali, città dal fascino immenso ed eterno, i suoi villaggi dipinti come ‘isole’ mitiche dai segreti inaccessibili pur nella semplicità di abitanti eterni innamorati delle proprie tradizioni locali, effetti ancora distanti, seppur minacciosi, di una civiltà industriale che aveva già minato altrove (nella grande Inghilterra) il cuore e l’animo delle genti eccitavano, quasi, coloro che, attraverso il Grand Tour, rendevano testimonianza pubblica (e privata) di tutto ciò. Gli intellettuali più osannati costituivano la punta di diamante di un’epoca bisecolare, testimoni autorevoli e portavoce legittimi, quindi, di simboli e miti avallati da una realtà storica ed artistica pressoché assoluta e indiscutibile. Per poeti, scrittori, filosofi, pittori, intellettuali in genere di quei due secoli (Goethe, Nietzsche, Hackert, Hibsen, Corot, Turner, Ivanov, Stendhal, D’Annunzio, Lawrence/D.H., e così via), l’arte italiana si trasformò in un “tesoro quasi sacro”, una sorta di “rivelazione d’inconscio, esperienza dell’alterità e dell’essere fuori dal tempo” (Freud). Le descrizioni in sintesi dell’immane bellezza italiana si racchiusero nel binomio inscindibile di arte e natura, per quell’”incanto completo” (Risset), che sapevano esprimere solo Venezia, Firenze, Roma. Eppure, per una sorta di involuzione puramente ideale e, quindi, ovviamente simbolica, a quel versante mitico se ne associa oggi un altro totalmente negativo: quello di una condizione umana sempre più invasa dalla materialità e dal consumismo, fattori trainanti dell’economia mondiale dei cosiddetti paesi avanzati. Il ‘guazzabuglio’ che ci viene propinato quotidianamente dai potentissimi mezzi di comunicazione nazionali e mondiali al servizio di questo o quello alimenta uno stato di disagio che si vorrebbe ora risolvere con un governo tecnico. Sarà. Staremo a vedere. Ma la bufera divulgata da un concentrato di poteri immensi nel mondo testimonia una sola cosa. La difesa strenua, da parte del Capitale, dei propri interessi attraverso il dominio irrinunciabile così come rappresentato dal suo inevitabile esercizio. E se tutto questo dovesse affliggere (come affligge) le penisole del mondo che a lui si ispirano, ben venga, naturalmente (da quell’innominabile punto di vista) la tritatura delle carni, così come confermata da masse crescenti ed infinite, inermi ed impotenti. Nel nostro paese la fioritura del male irrorata quotidianamente dalle acque melmose di un potere colluso e corrotto disorienta le masse, specie quelle giovanili, distraendole attraverso i fumi delle novità tecnologiche, della ‘virtù’ del vizio, per una crescente e disgregante pesantezza dell’essere: droga, diseducazione sessuale, maturità inventata di giovani e giovanissimi in realtà fragili come un tempo, come sempre, ecco i valori propinati dai sostenitori della materia, del benessere, anzi, dei traguardi del benessere. Di quei sogni ispirati dalla speranza di una partecipazione ai mille programmi popolari di tv pubbliche e private per l’effimero guadagno del quotidiano e che, quando falliti o mai raggiunti (il più delle volte), dilaniano le vittime nel corpo e nello spirito.  Forse è tempo di una nuova, sana rivoluzione socialista, men che egemonica, ma funzionale alle realtà sottomesse di intere popolazioni condannate da tempo alla inedia, alla privazione, alla fame; e, quindi, alla rinuncia della propria dignità. Per di più nell’alveo stesso del cosiddetto Capitale. Non sarebbe impossibile, altrimenti, rimanervi dentro. Ma tagliando davvero i rami secchissimi dell’abuso e della corruzione (di qualsiasi colore), del privilegio e degli scandali generati dalla crisi di una classe dirigente ormai “decrepita” (Curzio Maltese), eppure testarda, nella sua volontà di esercizio continuo del potere. Di un potere assoluto, che disonora indistintamente tutti coloro che se ne sono ormai appropriati da decenni. E che soffocano, derubandole, le classi sociali più deboli e indifese, la stessa media borghesia, elevata un tempo al rango di una superiore dignità econdizione. E con lei un proletariato che ,dagli anni ’60 in poi del secolo scorso, aveva obiettivamente innescato una marcia in più per un diverso rinnovato benessere: umano, sociale e materiale. Ora le due classi sono appaiate, a tutto vantaggio dei furbi e dei profittatori, dei ladri e dei disonesti. Con i loro privilegi infiniti, con l’arroganza di una difesa strenua dei medesimi, questi eterni padri-padroni detti anche classe dirigente fanno invidia a quelle nere pagine della storia a suo tempo rappresentate da duci, tiranni e tirannelli di antica e giammai rimpianta memoria. Che ne sarà mai di Burns? Era un tempo lontano quando il maggior vate della poesia scozzese del ‘700 urlava i propri biasimi contro i malfattori del tempo, del suo tempo: tutti individuati e socialmente etichettati con immagini mai smentite, eppure mai così vicine, se non identiche, a quelle dei nostri tempi!

 

 

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