il Quotidiano di Salerno

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…e fu così che il delfino prese il largo…Da Sampal al “traditore” della Seconda Repubblica

 

Da Giovanna Naddeo

Sampal è una femmina di delfino tenuta per anni prigioniera in un delfinario, ma che è riuscita ad evadere letteralmente  e a tornare nel suo branco in un modo perfino un po’ beffardo. Dopo anni veramente duri di addestramento ed esibizioni, circa un anno fa, la Corte Suprema sudcoreana ordina che Sampal e altri due delfini compagni di sventura siano “riabilitati” alla vita selvatica e poi liberati. Ma Sampal ha una marcia in più. Il 22 giugno 2013 si crea un piccolo varco nelle reti del recinto dove era stata rinchiusa per riadattarsi alla vita nell’oceano; piccolo, ma sufficiente perché l’animale riesca a sgusciare fuori.

“Dobbiamo essere orgogliosi di quello che è successo”, ha dichiarato Silvio Berlusconi, il più grande mostro mediatico d’Italia, nel suo lungo discorso dal palco del Consiglio Nazionale lo scorso 16 novembre. Il grande assente è Angelino Alfano, il “traditore”. Un addio che il Cavaliere definisce “doloroso”, la perdita del suo delfino. Ma il pensiero di Berlusconi si fa sentire anche con altre voci. “Chi oggi ha fatto una scelta diversa, mi spiace, incorre in un’illusione prospettica, forse non se ne rende conto, ma sta facendo un grande regalo alla sinistra!” urla l’ex ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. E ancora, Michaela Biancofiore dichiara: “Angelino Alfano è un po’ come capitan Schettino che scende dalla nave nel momento di difficoltà. Credo che non sia un bell’esempio per un giovane di quarant’anni”. E chi invece accusa il benemerito Presidente della Repubblica: “L’unica idea forte che ha ispirato Alfano”, ha fatto sapere in una nota il parlamentare Sandro Bondi, “è stato il tentativo di imporre al Presidente Silvio Berlusconi e all’intero partito l’accettazione della sua decadenza dal Parlamento e la fedeltà assoluta al governo. È evidente che questa unica preoccupazione non può non essere dovuta ad un impegno vincolante assunto con il Pd, con Enrico Letta sotto la regia del Presidente della Repubblica”. Insomma, chi più ne ha più metta. Tra falchi, colombe, rondini, ormai il Parlamento italiano è diventato un “uccellificio”. E dall’altro lato replica il vice di Letta: «La mia scelta nasce dal fatto che queste settimane mi hanno dato la riprova di quanto abbiano prevalso le forze più estreme all’interno del nostro movimento politico». Poi assicura: «Sento fortissimo il bisogno di ribadire che in questi 20 anni non abbiamo sbagliato speranze, ideali e persona. Siamo amici del presidente Berlusconi a cui ribadiamo amicizia e sostegno. Lo sosterremo all’interno del governo a iniziare da una giustizia più giusta e dall’abbassamento delle tasse».

Proprio come i delfini: un giorno accanto ai propri “padri-padroni”  e il giorno dopo ecco che prendono in largo, verso acque nuove da esplorare. Ma il delfino Alfano è stato l’unico? Ripercorrendo il libro della storia italiana, ecco Benito Mussolini e Gian Galeazzo Ciano, suocero e genero (aveva sposato Edda, la figlia prediletta del Duce). Grazie anche a Mussolini, Ciano intraprese una grande carriera, ma nonostante ciò, l’8 gennaio subì un processo. Capo d’accusa: «tradimento e aiuto al nemico». A Ciano e ad altri si contesta di aver votato, il 25 luglio 1943, la mozione che ha esautorato Mussolini restituendo il comando delle forze armate a re Vittorio Emanuele. L’11 gennaio 1944 avvenne l’esecuzione di Ciano al poligono di tiro di Verona, insieme agli altri quattro ex-gerarchi, legati a sedie e fucilati alla schiena come in uso ai traditori. La morte fu affrontata dal genero del Duce con grande fermezza d’animo e dignità. Prima degli spari si girò verso il plotone di esecuzione, un gesto di sfida di chi non ha paura della morte. Un cineoperatore tedesco riprese tutta la scena e sicuramente il film servì ai tedeschi malfidati per controllare se al posto di Ciano non ci fosse stato un sosia; probabilmente una copia dello spezzone fu anche inviata a Berlino per essere visionata da Hitler in persona che voleva assicurarsi del grado di affidabilità del suo alleato.

E ancora, andando avanti nel tempo, come non citare la coppia Craxi-Martelli? “Craxi chiamava Martelli “l’infame”. “Non lo volle mai a Hammamet” afferma Stefania Craxi. Dice lo stesso Martelli in un’intervista: “La rottura in realtà fu dichiarata da Bettino, io mi dovetti difendere da una aggressione in piena regola, perché per un concorso di circostanze oggettive e soggettive ero diventato un rivale ai suoi occhi. Un rivale pericoloso e da combattere, capace di insidiare la sua leadership”. Martelli fu accusato di «tradimento» dal leader socialista per aver tramato alle sue spalle durante la corsa verso palazzo Chigi. In pratica, Martelli, in combutta con Occhetto e altri, secondo Bettino avrebbe «scaricato» il suo segretario.

Ed infine ecco l’ultima coppia, Giorgio Almirante e Gianfranco Fini.

Nel 1973 viene nominato responsabile della scuola del Fronte della gioventù di Roma, diventandone successivamente, il 7 giugno 1977 segretario nazionale. Fu Almirante a conferirgli la nomina. Nel 1987 al congresso di Sorrento Fini annuncia: “la mia segreteria inizia in perfetta continuità ideale con quella di Almirante” (Gli ideali di Almirante erano fascisti….). Ma nel gennaio del ’95, nella cosiddetta “Svolta di Fiuggi” (Almirante era morto già nell’’88), Fini scioglie il MSI-DN e apre il congresso nazionale di fondazione di Alleanza Nazionale. La novità fu soprattutto nell’abbandono dei toni rivoluzionari ed anticapitalistici del fascismo già da tempo in declino anche nel MSI. Fini dichiarò anche che era finito il lunghissimo dopoguerra, aggiungendo come occorresse «uscire dal Novecento e liberarsi dalla suggestione della nostalgia e dalle tentazioni dell’ideologia». Posizione che di certo non condivise donna Assunta Almirante. “Su Fiuggi lo critico ancora. Che bisogno c’era? Il Msi era un partito democratico al massimo” afferma testarda la vedova di Almirante.

Leadership, rivoluzione, rottamazione … sono molteplici i motivi di rottura tra un capo e il suo delfino.  Alcuni diranno che Sampal abbia fatto bene ad evadere, altri forse sosterranno che sarebbe dovuta rimanere in quella gabbia sotto il controllo dei suoi “padroni” ancora per un po’ o forse per tutta la vita. Fatto sta che la Storia ci insegna che quando qualcosa cede non c’è niente che regga e il crollo è inevitabile.

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