Chernobyl come Cassiopea. Nulla di fatto

 

 Antonio Citera

SALERNO – Se da un lato c’è sete di giustizia, dall’altro forse mancano le prove certe e schiaccianti per considerare dal  punto di vista processuale l’operazione Chernobyl un vero e proprio “disastro ambientale”. Lo dimostrano i fatti, lo dimostrano soprattutto i tempi del processo che stanno esaurendosi senza dar luce a quella che tutti profetizzano come una verità scritta ma, aimè mai provata fino in fondo. Terreni contaminati da rifiuti pericolosi si ma, da quello che si evince dalle varie relazioni depositate in procura non tossici. Un processo anomalo dunque che, rischierebbe di bypassare lo scudo dello Stato il quale almeno a oggi, non potrebbe dimostrare l’avvenuto reato ipotizzato in partenza ma, si dovrebbe accontentare di semplici contorni di relativa importanza. Meglio prescrivere dunque, così come fu per l’operazione Cassiopea, simile sotto vari aspetti a Chernobyl. Ma vediamo nel dettaglio le motivazioni che spinsero la procura di Santa Maria Capua Vetere a prescriverne i reati. L’operazione Cassiopea, un imponente traffico e smaltimento illecito di rifiuti sulla rotta nord-sud, ed in particolare di rifiuti pericolosi provenienti dal Veneto, dalla Lombardia, dal Piemonte e dalla Toscana verso le province casertane. Il procedimento summenzionato, sebbene fossero state effettuate lunghe e complesse indagini, si è concluso, dal punto di vista processuale in un « nulla di fatto », essendo stata emanata una sentenza di non doversi procedere per maturata prescrizione dei reati. Si fa fatica a credere che indagini così complesse e dispendiose, che hanno consentito di acquisire elementi di prova circa l’esistenza di un’associazione a delinquere organizzata su tutto il territorio nazionale, non siano state neppure sottoposte al vaglio dibattimentale nel processo di primo grado. La sentenza di non doversi procedere è stata infatti emanata all’esito dell’udienza preliminare, che è l’udienza nella quale il GUP deve valutare se gli elementi di prova raccolti dal pubblico ministero siano idonei a sostenere l’accusa in giudizio. Proprio in merito alle prove raccolte durante gli anni, si è deciso di non procedere a giudizio facendo prescrivere il processo. Durante le fasi d’istruttoria, il 16 giugno 2000, il magistrato inquirente – dopo aver disposto corpose e laboriose indagini (consistite, tra l’altro, in una intensa attività, di intercettazione telefonica, in svariati servizi di pedinamento, oltre che nell’acquisizione di atti di procedimenti penali instaurati in vari uffici giudiziari in tutta Italia), che culminavano nel sequestro di ben otto discariche abusive dislocate nel territorio dei comuni di Cancello ed Arnone, Grazzanise, Santa Maria La Fossa e Castel Volturno – conferiva incarico di consulenza tecnica a un biologo, il professore Andrea Buondonno (professore associato di geopedologia e di pedologia, applicata presso la Facoltà di scienze ambientali della Seconda Università dì Napoli). L’oggetto dell’incarico era l’accertamento: a) della eventuale natura tossico-nociva dei rifiuti smaltiti nelle discariche abusive sequestrate nel territorio casertano; b) dei conseguenti danni verosimilmente arrecati all’ambiente; c)di possibili iniziative di bonifica; d) di supposte situazioni di disastro ambientale. In data 28 settembre 2000 il consulente tecnico depositava una relazione scritta in cui concludeva per la natura tossico/nociva dei rifiuti (determinata, a suo dire, dalla elevatissima concentrazione di metalli pesanti di notevole tossicità presenti nei rifiuti stessi, quali cromo, rame e, soprattutto, piombo e cadmio). L’esperto concludeva altresì per la sussistenza di danni all’ambiente e per l’esistenza di « condizioni di rischio che prefigurano un disastro ambientale di notevole portata ». Questa la fase più importante del procedimento, che ritorna prepotentemente  nella sentenza di prescrizione quasi a sottolineare la non certezza di un reato ma solo la sua ipotesi. Infatti, il GUP nel proclamo di prescrizione, dice che, la consulenza tecnica del professore Buondonno, unica vera prova a riguardo, non fornisce indicazioni utili circa la esatta dimensione e portata di tale contaminazione, di fatto non accertata puntualmente con verifiche sul campo. Le proposizioni assertive del consulente tecnico, lungo tutta la relazione tecnica, secondo il GUP, non appaiono rispecchiare quanto effettivamente accertato e sperimentato in concreto con analisi tecniche e specifiche effettuate sul campo, sicché le stesse, all’esito di un’accorta disamina dell’iter operativo seguito, si palesano in realtà apodittiche o quantomeno meramente induttive e prive di idoneo riscontro tecnico-scientifico. Il GUP lamenta, in particolare, che non sia stata indicata la quantità di suolo, acqua e vegetali realmente avvelenati per effetto dell’illecito sversamento dei rifiuti, e che non siano intervenuti specifici accertamenti in merito, quali test di analisi dell’aria, carotaggi, esami della composizione e della caratteristica del terreno e simili. Peraltro – osserva il GUP– è lo stesso perito a prospettare la contaminazione e il conseguente disastro ambientale in termimi di probabilità, o di verosimiglianza, arrivando anche a dichiarare che, nella località Canale, individuata come « emblematica » e sulla quale si erano concentrati tutti i suoi studi, « non si riscontrano evidenti tracce di contaminazione diretta del suolo da parte dei materiali solidi abusivamente smaltiti ». Il GUP rileva anche che l’attribuzione della realizzazione delle discariche assoggettate a sequestro alla illecita attività di gestione perpetrata dagli imputati si fonda, per la maggior parte, su presunzioni prive di valido riscontro oggettivo. Questa in sintesi la storia dell’operazione Cassiopea, simile sotto certi punti di vista all’operazione Chernobyl. Pochi elementi, solo supposizioni, anzi, su alcuni siti individuati dalla stessa procura, i carotaggi e le analisi effettuate, escluderebbero elementi di tossicità dei rifiuti sversati. La prossima, anzi, la prima udienza dovrebbe tenersi il prossimo 30 gennaio a Salerno. Ma, visti i retroscena e, nonostante l’impatto mediatico che negli ultimi tempi si è fato pressante, cresce la sensazione di un ulteriore rinvio e, di una sicura prescrizione tra qualche mese.

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