il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

IL PAESE DELL’ETICA

di Michele Ingenito

 

ROMA – Gli affondi mattutini di quello splendido giornalista e conduttore televisivo che è Franco Di Mare (“Sarò Franco…”, TG-UnoMattina) suscitano apprezzamenti e consensi indiscutibili. Il ‘mostro’ napoletano di Viale Mazzini le azzecca sempre tutte. Sceglie l’argomento del giorno con intuito e senso pratico. E ciò rende partecipe lo spettatore per un appuntamento ormai quotidiano. I vari temi sciorinati, poi, nel corso della intera trasmissione insieme ad una partner non meno intelligente e spiritosa (Francesca Fialdini) azzeccano sempre e rendono utile la partecipazione a chi ne ha tempo, per un pubblico potenzialmente interessato in tutte le fasce sociali che costituiscono  l’audience di riferimento. Vuoi che si parli di politica (interna o estera), di economia e società, di fatti di cronaca e così via, prevale sempre, nei temi trattati, l’etica come elemento fondante di un Paese che, al riguardo ha sempre la bocca piena (dell’enfasi e dell’importanza del suo richiamo) e le tasche vuote (dell’agire e del fare conseguenti).  Che dire, poi, del salotto buono d’Italia di un altro splendido conduttore della nostra TV nazionale – Bruno Vespa – una sorta di vate del giornalismo televisivo, che si avvia verso le soglie del mito per quella particolare forma di comunicazione. Orbene, tra i Di Mare e i Vespa, così come tra tutti gli anchormen (e anchorwomen) più popolari della TV pubblica e privata, è una gara alla qualità, al bisogno di rappresentare la realtà del Paese in tutte le sue espressioni di vita quotidiana. Conforta il fatto che ciascuno dei protagonisti della nostra informazione televisiva cerchi di rappresentare il meglio di personaggi e eventi della vita pubblica, dei problemi che investono le masse popolari affannate da un quotidiano che quasi le asfissia.

Il ruolo centrale dei politici – di tutti, indistintamente – testimonia la volontà di cambiare, migliorare, educare, addirittura criticare. Tutti parlano bene, tutti convengono sulle radiografie impietose della realtà soprattutto sociale, tutti si dicono sconvolti delle assurdità di certi sistemi sanitari da terzo, quinto, decimo mondo, degli arricchimenti patrimoniali in termini di medioevali vitalizi da decenni a regime, tutti si esprimono con toni moralistici da fare invidia ai maestri dell’etica e del sapere. L’immagine che ne consegue appare a volte soddisfatta nello spettatore, tanta è l’abilità vocale (parolaia?) di chi, tra gli ospiti, è sempre (in TV) dalla parte del debole, dell’indifeso, di chi paga giorno dopo giorno, sulla propria pelle, il prezzo ‘greco’ dei fallimenti nostrani. Gli esempi sono tali ed infiniti che nessun mezzo di comunicazione consentirebbe di elencarli. Tanto sarebbe lo spazio necessario per esporli. Di fatto, non ce n’è neppure bisogno. Perché dietro le nobili presenze e le ancor più nobili denunce di chi una tale realtà ha determinato, c’è il sale della gente. Di quella gente che, pur impotente, capisce perfettamente come il sistema-Paese non ha più bisogno dell’etica frivola e di facciata, dell’etica dalla bocca piena. Ma, piuttosto, di un’etica che sia essa stessa ad avere bisogno del Paese: per quelle ‘tasche vuote’ da riempire, per un fare ed un agire conseguenti: nel suo nome e a suo nome. Ci vorranno generazioni ancora, generazioni di giovani educati e formati alla salvaguardia dei valori, al loro rispetto che è il rispetto del compagno seduto a fianco nei banchi della scuola.  Perché l’etica non continui ad essere divulgata dai tromboni d’occasione, ma sia essa stessa portavoce di una società e dei suoi valori in cui riflettere essere e avere, il proprio essere e il proprio avere. A Firenze il Presidente della Repubblica Mattarella ha ribadito ai giovani magistrati l’esigenza della imparzialità e non del protagonismo. E bene ha fatto. Perché tra quei giovani non tornino a galleggiare teste calde che pure non mancano, assetati di giustizialismo per antichi e soggettivi complessi individuali da esistenze e giovinezze spesso complicate; mentori di se stessi più che della missione a cui si sono votati. Danneggiando, così, nell’immagine, una delle categorie più prestigiose e garantiste del nostro sistema democratico.  Colpa dei diretti interessati? Macché, solo di chi, nel malcostume dilagante e di sistema del nostro Paese, li ha aiutati a suo tempo a vincere immeritatamente il pur difficile concorso.  Ma questo è un campo in cui sfidiamo chiunque a scagliare la prima pietra!

 

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