il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Dossier Salerno 11: da “Palazzo Guerra” a “Palazzo De Luca”, ovvero … la metamorfosi del potere attraverso la dinastia V.P.R.

Aldo Bianchini

SALERNO – Matteo Luciani (1812 – 1888), figlio di Gregorio (medico) e di Vittoria de Cositore, nacque a Salerno il 23 gennaio 1812, diventando medico. Liberale, esponente della destra storica, dopo l’Unità d’Italia fu il primo Sindaco di Salerno (1862-1874). Prima di lui, facenti funzione, c’erano stati Gaetano Natella, Sergio Pacifico e Emiddio Lanzara, ma erano stati sindaci di transizione pre e post unità). Luciani fu anche “senatore del regno” nel corso della XV legislatura e durante i suoi mandati fece molte cose per Salerno: inaugurò il Corso Vittorio Emanuele, fece costruire nuovi palazzi, installò per la prima volta l’illuminazione a gas (prima nelle vie principali e poi in tutta la città), ripulì via Indipendenza, che era una sorta di discarica, e iniziò i lavori per la costruzione del teatro comunale (inaugurato poi nel 1872). Nel corso dei suoi vari mandati di sindaco capì una cosa molto importante; capì che per rimanere nella storia doveva costruire un’opera faraonica e, almeno nelle intenzioni, avviò concettualmente la costruzione del nuovo Palazzo di Città perché quello in uso, Palazzo Sant’Antuono, non era più adeguato alle necessità urbanistiche e sociali di una città che cominciava a crescere a vista d’occhio. L’idea di Matteo Luciani rimase, come spesso accade, per circa una quarantina di anni nei cassetti dei desideri; infine la svolta. Su wikipedia si legge: “Sull’ubicazione del Palazzo di Città si confrontarono due posizioni diverse: da una parte si proponeva il restauro di palazzo Genovese a largo Campo, dall’altra di realizzare una nuova struttura a nord di piazza Portanova o nel luogo in seguito effettivamente scelto. Il Comune di Salerno nel 1926 bandì il concorso per realizzare il Palazzo di Città, l’edificio emblema della cultura, dell’economia e della crescita di Salerno. Nonostante, la presentazione di molti progetti e la presenza di nomi autorevoli, il concorso non approdò ad alcun risultato positivo. Nel 1928 Camillo Guerra vinse il concorso per l’incarico di Ingegnere Capo del Comune di Salerno e fra i primi compiti affidatagli, vi fu quello di redigere il progetto del palazzo di Città. L’architetto napoletano si trovò immediatamente davanti a dei problemi relativi al lotto, di forma irregolare ed in una posizione non predominante, e alle prescrizioni del capitolato di vendita che obbligavano alla costruzione di un porticato che però, a causa dei problemi del lotto, non sarebbe mai potuto essere coassiale con quello di palazzo Natella. Guerra affrontò questi problemi presentando all’amministrazione 13 studi diversi di pianta e cinque prove stilistiche per i progetti, sulla base dei quali fu scelto quello definitivo. I problemi, tuttavia, non terminarono in quanto, nel corso dei lavori, la ditta incaricata fu soggetta ad aspre critiche sia dalla cittadinanza, a causa della lentezza dei lavori, sia dallo stesso Guerra che riscontrò problemi nella loro esecuzione. Tutto ciò portò alla rescissione contrattuale nel 1933. Tra il 1934 e il 1935 vi furono altre vicende in sede della Commissione Edilizia che portarono alla decisione di abolire la copertura del cortile ma anche alle dimissioni di Guerra dall’incarico di Ingegnere Capo. Il 3 gennaio 1937 si svolse l’inaugurazione ufficiale con l’insediamento degli uffici”. Dunque dopo 75 anni il sogno di Matteo Luciani divenne una splendida realtà che ancora oggi possiamo ammirare con i nostri occhi. Il primo sindaco della città poteva così passare tra i personaggi immortali anche se l’opera, giustamente, fu intitolata al suo progettista, appunto Camillo Guerra. Furono necessari, poi, altri 56 anni prima che nel 1993 (domenica 5 dicembre) arrivasse un altro personaggio, Vincenzo De Luca, che per iscrivere il suo nome tra i personaggi immortali capì che doveva necessariamente ideare qualcosa di grandioso: Piazza della Libertà con al centro un sacrario in marmo di alabastro ad imperitura memoria (come scrisse il compianto Luigi Del Pizzo qualche anno fa) e che fondare una dinastia doveva creare, pianificare e cementare il “sistema di potere”, non un sistema qualsiasi ma “il sistema” per eccellenza in grado di durare almeno fino al 2393 quando alle statue dei santi tradizionali sarebbe stata aggiunta, forse, la statua di “San Vincenzo da Ruvo del Monte” in processione per la festa di San Matteo. Ma trasferiamoci rapidamente nell’anno del Signore 2393 e più precisamente nel giorno 21 di settembre e, immaginando di essere presenti, vediamo cosa sta accadendo di grandioso. Una folla sterminata segue la processione di San Matteo che per la prima volta presenta una eccezionale novità; ma il ragionamento è lungo, perciò leggete con attenzione. La Chiesa, si sa, è lentissima e necessita di secoli per le sue irrevocabili decisioni; negli archivi polverosi della Curia salernitana era stato anche ritrovato uno scritto di S.E. Mons. Gerardo Pierro (a lungo arcivescovo tra il 20° e il 21° secolo) con il quale sollecitava agli Uffici Vaticani lo studio della pratica di beatificazione e di santificazione del personaggio politico che con lui aveva cambiato radicalmente il volto della Città: Vincenzo De Luca. Dato che il kaimano non era né Papa Giovanni Paolo II e neppure Padre Pio ci sono voluti moltissimi anni per la santificazione; è stato davvero difficile trovare e provare almeno un paio di miracoli extra Piazza della Libertà che doveva rimanere come il “suo monumento”. Dagli archivi pontifici spuntano i carteggi di alcune opere importanti, sia strutturali che sociali: la cittadella giudiziaria, il Crescent, la stazione marittima e la nomina dei figli al timone del Comune che all’epoca provocò molte contestazioni. Le prime in favore della casta dei magistrati, degli avvocati, dei privati e di se stesso; le nomine, ovviamente, non per i figli ma esclusivamente in favore del popolo che le richiedeva a gran voce dopo aver votato tutti i desideri del capo. La pratica, poi, era rimasta per circa trecento anni nei cassetti misteriosi capitolini ed infine tirata fuori proprio nell’imminenza della festa del Santo Patrono del 2393 che quell’anno si celebra come sempre, e come tradizione impone, il giorno 21 settembre – martedì; essendo quello un anno di gloria ci sarà anche un’appendice alla festa patronale che si svolgerà domenica 5 dicembre 2393 in occasione del tricentenario della nascita dell’impero. In tutti e due gli avvenimenti la statua di San Vincenzo da Ruvo del Monte troneggerà imponente al centro della processione. Ma fermi tutti, bando ai ricordi ed alle considerazioni, sul sagrato del Duomo si sono già schierati Cosimo Piero De Luca (discendente diretto della nobile dinastia e già sindaco di Salerno già dal 2363) e l’arcivescovo S.E. Mons. Roberto Pierro che comincia la sua omelia sul filo della ricostruzione e dell’evocazione delle gesta dell’antico ascendente che fu padrone assoluto della città di Salerno. Una frase pronunciata dall’arcivescovo fa trasalire i cinque milioni di cittadini presenti; una frase che racchiude alla perfezione la linea di condotta dell’intero lungo percorso della faraonica storia deluchiana: “Sono stati capaci nel tempo ed allo stesso tempo di rischiare e di valutare il rischio in anticipoanche per questo il capostipite Vincenzo è diventato immortale ed oggi lo eleviamo agli onori degli altari per sempre … la città è sua e lui la difende, meglio di San Matteo che, poverino, ha due facce”. Sulla destra del sagrato c’è una piccola tribunetta che ospita molti giornalisti ed è proprio da lì che si alza una voce stonata e fuori dal coro, tra i cinque milioni di presenti, e più in maniera ingenua che con studiata e scientifica conoscenza dei fatti, chiede: “Scusi arcivescovo ma perché da trecento anni a questa parte, dai capostipiti ad oggi, tutti gli appartenenti alla dinastia deluchiana vengono inseriti nei posti di comando senza passare per il vaglio elettorale ?”. Silenzio tombale, cinque milioni di bocche cucite e dieci milioni di occhi sgranati, tutti nell’attesa di cosa potrà mai accadere dopo quella domanda birichina ma al tempo stesso anche di bassa lega per una giornalista di vaglia qual è quella che ha posto la domanda; la risposta è nei fatti e non tarda ad arrivare. E’ l’arcivescovo che parla: “Cara giornalista, la storia è lunga ma vale bene la pena di raccontargliela visto che Lei sembra abitare su un altro pianeta. Io stesso, pur discendendo dalla dinastia dei Pierro, sono diventato arcivescovo perché pro-pro-nipote del beato “Roberto” figlio del venerato Vincenzo e perché portatore del suo nome di battesimo che dovrà essere tramandato nei secoli a venire e per l’eternità. Roberto, se Lei non lo sa cara giornalista, è stato il più grande assessore al bilancio della storia millenaria della città ed ha fatto affluire a Salerno, in quel periodo del regno, più fondi europei di quanti prima e dopo siano mai arrivati. Senza quei soldi niente sarebbe stato possibile fare; e Lei viene a chiedere a me conto e ragione delle nomine. Lei è troppo giovane  e un po’ discoletta per ricordare che pochi anni dopo l’intero popolo salernitano si portò sotto Palazzo di Città e proclamò direttamente sindaco il giovane rampollo, portandolo a spalla in trionfo e in giro per tutta la città. Questo avvenne subito dopo la parentesi, abbastanza incolore, di un certo Enzo di cognome Napoli. Per non parlare di Piero, gentile giornalista, che dopo i piccoli problemini giudiziari, per via di poco accorte amicizie con esponenti dei Del Mese e degli Amato, è riuscito a cambiare il rapporto comune – giunta – consiglio – elettori – comunità con la prima nomina a direttore tecnico”, ideata e voluta da San Vincenzo, del Comune di Salerno; una nomina pensata e fatta soltanto per lui e mai più assegnata; soltanto così si rimane nella storia. E nella storia Piero c’è da sempre, anche per il coraggio dimostrato quando da parlamentare europeo ha sottomesso la Commissione e la BCE e lo ha fatto sempre da “direttore tecnico e strategico”; e Salerno è diventata prima “città europea” e poi “città globale” da imitare in tutto l’universo. Proprio come voleva l’augusto genitore. E Lei signorina viene oggi a chiedermi perché; ma si è accorta che a Salerno da duecento anni a questa parte non si vota più perché ormai è del tutto inutile avendo la dinastia raggiunto il 100%, ed avendo superato quella soglia perché la gente veniva dai paesi e dalle città vicine per votare in successione tutti gli eredi del Santo. Fino al punto che con uno specifico editto del Presidente della Repubblica, un certo Piero Roberto del quale si sono perse le tracce biografiche, le elezioni democratiche vennero del tutto abolite. Su signorina non faccia l’impertinente e ritorni nei ranghi, so che l’ha fatto per mettersi un po’ in evidenza, la sua fettina di gloria l’ha avuta, ora pensi a qualche domanda meno sciocca e meno retorica. Ah ! dimenticavo come mano a mano, nei secoli, è stato risposto alla sua domanda: andatelo a chiedere a chi le nomine le ha fatte, non certamente a me”. Sconfortata la ragazza, pare si chiamasse Rosa, sotto lo sguardo severo e irritato dei colleghi incominciò piano piano a scendere dalla tribunetta ed a retrocedere nella folla osannante soprattutto nei confronti della nuova statua, fino a ritrovarsi sola e guardata a vista dagli sgherri del palazzo vescovile; tutti erano indignati, non per la domanda ma perché il contenuto della stessa presupponeva una ignoranza di base dei fatti della storia, della grande storia della dinastia dei “V.P.R.” (Vincenzo, Piero e Roberto). Ma ormai l’arcivescovo va a ruota libera e sibila furente: “”Non mi è per niente piaciuta, invece, quella giornalista di vaglia che scrive per un importante quotidiano salernitano ed è anche direttrice di un giornale online. Ha richiamato all’ordine una sua collaboratrice, rea di aver postato su FB un inno alla libertà contro le nomine dei figli del Santo, e l’ha minacciata di non farla scrivere più perché così non si va da nessuna parte e si rischia solo di offendere il capo supremo. Stando ai si dice nei corridoi del palazzo sembra che la predetta direttrice sia stata anche chiamata direttamente da un alto funzionario del Comune e sia stata richiamata all’ordine. L’episodio è sconfortante ma sappiate che la Chiesa  rispetta la libertà di pensiero di ognuno. Solo per la cronaca vi svelo che quella giornalista-direttrice di vaglia molto spesso la mattina viene chiamata direttamente dal segretario provinciale degli eredi del kaimano Nicola Landolfi (si, quello che ha fatto quella figura da quattro soldi nelle elezioni di Battipaglia) che approfittando dell’amicizia le detta cosa scrivere spacciando le notizie per uniche ed esclusive. E poi se la prende con quella giovanissima ragazzina che ancora crede di poter esprimere il suo pensiero liberamente; una cosa davvero aberrante e ve lo dice uno che fa parte della stessa dinastia. Un inno alla libertà l’ha scritto, bisogna dargliene atto, la giovane giornalista Laura La Rocca che, pur essendo uscita delusa dalla competizione elettorale, ha mantenuto un linguaggio molto sottile, educato e di grande spessore culturale nel parlare di democrazia sospesa, insomma una lezione di democrazia, scrivendo testualmente: ==La Democrazia è morta, come Dio, da tempo ormai. Forse saranno parole troppo pesanti e forti per alcune persone, specialmente per quelle dall’ego troppo grande -tanto da essere colpiti da un semplice ‘commento di un commento’ su Facebook-. Ma questo è un mio pensiero, la mia opinione, è frutto della mia maniera di vedere le cose, del mio modo di vivere il mondo. E penso che non esista niente di più libero della propria mente, avere l’opportunità di ideare concetti, creare sintagmi di parole e flussi di pensieri, senza margini, senza censure==. Chiara l’allusione alla delusione della giovane amica beccata dalla sua direttrice, ma dobbiamo abituarci al fatto che con FB tutti diventano grandi giornalisti e molti anche mega-direttori. Il pezzo di Laura potete leggerlo per intero su questo giornale (www.ilquotidianodisalerno.it), unico ad averlo pubblicato come meritava; quel pezzo è un caposaldo storico del giornalismo salernitano e ad esso si dovrebbe ispirare l’eventuale opposizione ancora tutta da costruire. Quando si parla di democrazia in senso lato tutto viene preso con le molle, soprattutto dalle folle osannanti (ed anche ondivaghe), l’applauso scrosciante alle parole del presule non manca. Ma l’arcivescovo non finisce di stupire e dice: “”Mi dispiace svelarlo proprio io che sono un erede quasi diretto di quella dinastia dei VPR ma nei segreti scritti della Curia è stato ritrovato, proprio poco tempo fa, un carteggio contenente tutte le lettere di consenso consegnate al Santo kaimano dai suoi accoliti, tutti quelli del cerchio magico ed anche oltre, a conferma della bontà delle nomine di Roberto e Piero; quindi tutti sereni, il kaimano ha agito in perfetta buona fede e in sintonia democratica con la sua squadra. Purtroppo, però, lo devo dire per amore della verità, ho ritrovato in quei carteggi anche uno scritto personale dell’arcivescovo di allora, tale Luigi da Roma venuto a Salerno per far fuori il mio illustre antenato Gerardo che aveva sfiorato la porpora cardinalizia; ebbene in quello scritto c’è l’annotazione dei nomi dei fedelissimi del novello Santo che in privato gli avevano espresso l’assoluto dissenso su quelle nomine definendole volgari. Bella roba, porcherie della politica. Quindi non si rizeli il giovane medico Antonio che ha bruciato tutti con il suo velenoso commento che paragona in maniera ingenerosa il Santo ad un leone: == Qui ho pisciato io. La nomina di Roberto De Luca ad Assessore è volutamente arrogante, la sua come quella di tanti altri in politica. Poteva essere candidato, poteva essere arruolato in altri compiti. Invece no: è il qui comando io e tutti muti a catena e che si sappia chi comanda. In un documentario ho visto che il leone piscia per marcare il territorio, per delimitare la sua proprietá: qui piscio io, qui comando io. Una questione di etologia politica==. Queste cose caro Antonio sono sempre accadute, pensa che addirittura ai tempi dei romani Caligola nominò senatore un cavallo. Mi è piaciuto molto l’intelligente articolo del giovane giornalista, mi pare si chiami Andrea e scrive sulle Cronache, che non ha posto la ridicola e retorica domanda della prima giornalista, ha invece cercato di approfondire il problema per conoscerne la genesi attraverso una bella inchiesta su tutti gli altri figli di papà ovvero i figli d’arte che non avevano suscitato scalpore perché passati attraverso regolari elezioni; naturalmente ho delle remore sui suoi scritti, ma quando si scrive con eleganza e classe bisogna accettare e rispettare==””. La folla è traboccante, la pressione sulle transenne è notevole, una pletora di giornalisti armati di taccuini e microfoni cerca di raggiungere l’arcivescovo per un ultimo commento personale non solo sulla vicenda particolare delle nomine ma anche sul futuro della dinastia. E’ serafico S.E. Mons. Roberto Pierro: “Parliamo di roba di trecento anni fa, è inutile ricordare che probabilmente sul piano dell’immagine fu una brutta pagina, ma se siete capaci di trovarmi in tutta la storia dell’uomo qualche elemento che sconfessi la tesi secondo cui gli imperi si costruiscono solo così mi convincerò del contrario. Anche perché, carissimi fedeli e cari giornalisti, se vogliamo proprio dirla tutta in merito a quanto accaduto dobbiamo riconoscere che le mancate candidature dei figli del Santo favorirono l’entrata in consiglio di almeno altri due inconsistenti cagnolini scodinzolanti che mai avrebbero raggiunto tale traguardo. Per carità, avrà anche esagerato ma fa parte del suo personaggio e fino a quando glielo facevano fare lui lo ha fatto; naturalmente le esagerazioni guastano sempre e questa è una esasperata esagerazione. E poi con quel consenso elettorale tutto era ed è possibile. Ora sono stanco e devo chiudere questa lunghissima omelia, il sindaco Cosimo Piero De Luca aspetta di dire la sua su questa grande festa, anche per invitarvi per il giorno 5 dicembre prossimo alla cerimonia del cambio di intitolazione di Piazza della Libertà; per me e per lui si profila forse un futuro non tanto agevole e potremmo rappresentare il punto terminale della dinastia lasciando la città nelle mani dei nuovi barbari che parlano senza sapere bene cosa dicono. Del resto le grandi dinastie durano sempre circa tre secoli e la nostra è quasi giunta al termine.  Il 5 dicembre tutto si compirà, anche le antiche profezie, e noi potremo finalmente riposare. Un’ultima cosa; tutti voi avversari vi eravate aggrappati ai magistrati che hanno inquisito il Santo per le sue grandi opere ed all’ispezione post-voto per sospetti brogli elettorali. I primi hanno dovuto arrendersi di fronte all’evidenza della imminente santità, i secondi hanno fatto solo fumo e niente arrosto. Su via non fatemi ridere, trecento anni fa ogni cosa che si faceva di buono passava per un imbroglio: primarie, parlamentarie, tesseramenti, corruzione in atti giudiziari, MCM, Sea Park, violazione legge Severino, Piazza della Libertà, termovalorizzatore e chi più ne ha più ne metta. E non venitemi a dire che per due piccole e innocenti nomine sarebbe successa la fine del mondo. Amen”. Le prime ombre della sera lentamente sfumano le immagini della folla traboccante con tutti i suoi frastuoni che incominciano a perdersi nel vuoto e noi ritorniamo, con i piedi per terra, al periodo che stiamo vivendo nel 21° secolo. Bisogna dire che abbiamo avuto la fortuna o la sfortuna (dipende dai punti di vista) di assistere attoniti e servili ai primi trent’anni della dinastia, anni in cui sono stati gettati e cementificati gli architravi su cui costruire l’impero. Tutto il resto deve ancora arrivare, probabilmente l’melia dell’arcivescovo Roberto Pierro non ci sarà mai, ma questi sono gli anni in cui il potere dinastico è stato cementato e in cui bisogna, però, gettare le basi per la conquista globale della città con lo slogan “la città è mia e io la difendo”; occuparla prima e poi difenderla da qualsiasi attacco: magistratura, politica, imprenditoria, intellighenzia, sindacalismo e così via. Ci vorrà un po’ di tempo, credo qualche anno, ma presto potremo salutare il palazzo di città con la nuova denominazione di “Palazzo De Luca”, primo atto verso la santificazione. Non so se l’ex assessore Ermanno Guerra ha qualche ramo di parentela con il lontanissimo Camillo Guerra, ma il nome del palazzo sembrava assegnarli, quasi come per diritto, un ruolo di rilievo nella scala di potere del cosiddetto “cerchio magico”; ora dovrà accontentarsi di essere soltanto consigliere comunale, un posto conquistato da solo e senza l’aiuto del suo improbabile lontanissimo parente, ma soprattutto a disdoro di tutti quelli che nell’ambito dello stesso partito lo hanno più o meno palesemente combattuto. Di lui il kaimano cancellerà anche il ricordo nella casuale denominazione del palazzo comunale. Nonostante questo continua a tenere un comportamento da vero gentleman ed il suo nome non risultava sullo scritto dell’arcivescovo Luigi ritrovato casualmente nelle segrete della Curia. Ma ora non c’è più tempo per il libro dei ricordi, del resto De Luca è fatto così, ti porta in cielo e ti scaraventa all’inferno; brutalmente e senza discussione, e questo alla gente piace moltissimo altrimenti non si spiegherebbe in maniera logica il perché sette salernitani su dieci gli offrono da sempre il loro consenso. Ora nel palazzo sono arrivati ufficialmente i figli del kaimano, Piero e Roberto (si proprio quelli evocati più volte dall’arcivescovo nel 2393) non per fare da tutor al transitorio sindaco Napoli (sarebbe troppo riduttivo !!) ma con il compito specifico di occupare tutti gli spazi necessari e di preparare, strutturare ed avviare il sogno dell’immortalità dell’augusto genitore che sull’onda dei ripetuti successi elettorali (che neppure Matteo Luciani aveva mai raggiunto) ha conquistato la città, cambierà il nome al palazzo del municipio, pianterà il sacrario in marmo di alabastro nel centro di Piazza della Libertà, difenderà Salerno perché è sua e la libererà da tutti quei “personaggetti” che da decenni o gli fanno il codazzo o fanno solo finta di fargli l’opposizione. Questo fino al 2393 quando, almeno nell’immaginario collettivo, dopo la processione di San Matteo del 21 settembre ci sarà il 5 dicembre successivo (che cade di domenica proprio come nell’anno del Signore 1993 che salutò l’avvento della dinastia) la grande cerimonia pubblico-universale che saluterà la nuova intitolazione di piazza della libertà che si chiamerà “Piazza De Luca”. L’opera di immortalità sarà compiuta, e la dinastia dei V.P.R. potrà anche essere definitivamente archiviata negli scaffali della storia.

3 Commenti

  1. Al di là della esilarante proeizione fantastorica dell’ottimo e originale Bianchini, c’è da annotare, allo stato, una silenziosa guerra in atto fra Vincenzo e Matteo, per il posto sul piedistallo della solenne processione del 21 settembre a Salerno, laddove , da tempo, Vincenzo insidia il posto di Matteo ..; non è da escludere che quest’anno ci riesca, sicchè vedremo Vincenzo portato in processione seduto sul piedistallo, e Matteo a piedi, ansimante dietro la processione..

  2. Non la conoscevo sotto questa veste “satirica”.Eccelente.Ma si ricordi che a Salerno l’alfabeto lo ha portato il Kaimano………..prima di lui c’erano solo i segnali di fumo.Come quello del Centro-Destra :tanto fumo e niente arrosto.

    • Complimenti Dottor Bianchini,concordo pienamente con il signor Aurelio………..una vena arguta e satirica che è stata un bel leggere. A tratti mi è tornato in mente il buon Guareschi.Lei nei panni di Don Camillo e il “personaggietto” nel ruolo di Don Peppone………..esilaranti, più di Cervi e Fernandel.

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