il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

VASSALLO: ripartire dalla sua frase e non dai Muto !!

Aldo Bianchini

SALERNO – Se qualcuno vuole realmente arrivare a scoprire la verità sull’omicidio del sindaco pescatore Angelo Vassallo ed assicurare alla giustizia i suoi assassini deve forzatamente ripartire (l’ho già scritto in passato) da una frase, ancora tutta da decifrare, lasciata dal compianto sindaco quasi come un avvertimento e/o un suggerimento diretto agli investigatori. ““Ho scoperto ciò che non avrei voluto scoprire” scrisse Angelo Vassallo per lasciare una pista o lanciare un messaggio; questa frase, ritrovata tra le carte nella sua scrivania d’ufficio, è stata studiata e interpretata dagli inquirenti in un’unica direzione (secondo il mio punto di vista), cioè nella direzione di accreditare la scoperta di un eventuale traffico di droga che avrebbe determinato l’ordine di uccidere il sindaco pescatore. Da qui la costruzione del “mito” cui ha fatto riferimento l’ex sindaco di Montecorice Peppe Tarallo che è persona intellettualmente molto onesta. Bisognerebbe guardare a quella frase in maniera diversa interpretando bene il verbo “volere” utilizzato dal compianto Vassallo e chiedersi perché non ha utilizzato il verbo “dovere” se davvero avesse voluto lanciare messaggi contro la malavita organizzata per il presunto spaccio internazionale di droga. Difatti quando si intende denunciare un fatto o un atteggiamento malavitoso si usa, in genere, il verbo “dovere” meglio ancora se abbinato a “scoprire”. Pensate, difatti, a quale maggiore effetto avrebbe avuto la frase di Vassallo se fosse stata impostata così: “Ho scoperto ciò che non avrei dovuto scoprire”. Se Vassallo era una bandiera delle legalità ed un mito della trasparenza e se lo stesso avesse voluto indicare la pista della droga avrebbe scritto “non avrei dovuto scoprire” perché il verbo “voluto” potrebbe significare una sua debolezza e una sua paura rispetto alla scoperta. Dunque siamo di fronte a qualcosa di altro, a qualcosa che attiene forse la sfera personale e familiare; ma è difficilissimo inoltrarsi nelle ipotesi che rischiano di apparire soltanto e puramente fantasiose. Anche il procuratore della repubblica di Salerno, Corrado Lembo, all’indomani della fiction televisiva ebbe modo di dichiarare che ““La fiction rende in qualche modo la figura romantica di Vassallo e la universalizza: ma quanto raccontato non è detto corrisponda alla realtà processuale”. Difatti non corrisponde, anche se la stessa inchiesta giudiziaria, brancolando ancora nel buio assoluto, lancia ogni tanto qualche freccia in direzione dello spaccio di droga e, peggio ancora, del mercato del pesce. Il mercato del pesce, o meglio la gestione mafiosa del mercato del pesce è un fatto assolutamente storico per il tratto di costa mediterranea che va da Punta Campanella alla Calabria, e da oltre settant’anni detto mercato è sotto il pieno controllo della cosca facente capo ai “Muto” che molto spesso sono rimasti imbrigliati nella tagliola della giustizia; epiche le inchieste degli anni 70 e 80 da parte della Procura di Catanzaro che in questi giorni con l’operazione “Frontiera” non ha fatto altro che tentare un nuovo e giusto assalto all’impero del “re del pesce” e smascherare i nuovi tentacoli di un ipotetico e pericolosissimo accordo “pesce – droga” tra le famiglie calabresi e quelle napoletane. Ma è tutta roba vecchia che viene estremizzata ed enfatizzata da tutta la stampa ma che non può essere assolutamente ricondotta all’omicidio di Angelo Vassallo. Il monopolio del mercato del pesce, difatti, è roba nota a tutti e da sempre; e quindi non è possibile che il sindaco pescatore l’avesse scoperto all’improvviso e non volendo; non posso credere ad una versione del genere, ne andrebbe di mezzo l’intera credibilità del personaggio Vassallo se ancora c’è rimasto qualcosa di credibile rispetto al mito. Non è accettabile l’ipotesi  di un Vassallo in veste di angioletto che scopre all’improvviso l’esistenza del Clan Muto (e dallo stesso viene assassinato) che conoscono anche le pietre stesse di Acciaroli e di Pioppi. Che le ‘ndrine fanno affari è noto a tutti, ma che questi affari possano essere messi in relazione all’omicidio è fuori luogo anche soltanto ipotizzarlo. Anche perché se in passato Vassallo era stato oggetto di protezione con la scorta è segno inequivocabile che qualcosa già sapesse in merito alla malavita organizzata ed all’eventuale storia dell’abbinamento pesce-droga (con i Nuvoletta) in una zona di territorio in cui, forse, la stessa malavita si sentiva coperta e protetta dall’ingente presenza di uomini della legge (come ho scritto qualche tempo fa alludendo alla “costa dei magistrati”). Le motivazioni che hanno portato all’orrendo delitto vanno ricercate, dunque, altrove e in ben altre direzioni; ovvero in tutte quelle direzioni non ancora pienamente esplorate dagli inquirenti.

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