il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Camorra & Politica: a caccia di Monica e Pasquale

 

Aldo Bianchini

SALERNO – Mi arrendo. Confesso che non ci capisco più nulla; eppure dopo oltre trent’anni di giornalismo pensavo di avere dei precisi paletti di riferimento per capire e commentare il difficilissimo mondo della cronaca giudiziaria che per la sua stessa essenza appassiona anche chi fa finta di nulla o si tura il naso. E’ quasi un anno ormai, esattamente dal settembre 2015, che sembra essersi scatenata una caccia spietata contro i coniugi Aliberti, Pasquale sindaco di Scafati e la moglie Monica Paolino consigliere regionale di Forza Italia; rei, secondo la direzione distrettuale antimafia (DDA) di Salerno di aver costituito e di capeggiare un fortissimo clan malavitoso, in grado anche di essere più temibile del “clan Loreto-Ridosso” che ha spadroneggiato nell’agro sarnese nocerino prima di essere decimato. In pratica in pochi mesi si è passati dall’accusa di “concorso esterno in associazione mafiosa” a quella di “collusione con la criminalità organizzata”, fino a quella per il momento solo vagheggiata di capeggiare addirittura “una cupola mafiosa” in grado di dominare tutto il territorio dell’agro in maniera massiccia e senza pietà. Non so se qualcuno prima di ipotizzare e/o di scrivere simili cazzate abbia, anche soltanto per un momento, cercato di guardare negli occhi sia Pasquale Aliberti che la moglie Monica; io, non essendo un giudice ma essendo alquanto esperto di cronaca giudiziaria, guardandoli attentamente ho avuto la sensazione contraria. Poi posso anche sbagliarmi e in caso affermativo dichiaro la mia disponibilità a cambiare mestiere. Anche perché tutto l’apparato accusatorio si regge su due elementi essenziali: i pentiti e la gogna mediatica. Per quanto riguarda i pentiti ed il fenomeno del pentitismo ci vorrebbe un intero libro per spiegarne cause ed effetti; ho scritto diversi articoli di approfondimento sul fenomeno che nacque e fu sapientemente sfruttato per combattere il terrorismo rosso e nero che si sciolse come neve al sole alle promesse (realmente mantenute) dello Stato di accordare benefici e sconti di pena. Quella che doveva essere una “legiferazione temporanea e di emergenza” come spesso accade nel nostro Paese è rimasta come normale legislazione e viene utilizzata in tutte le salse, soprattutto per entrare nei sacrari della politica che, dopo tangentopoli, alcune leggi volute dalla sinistra avevano opportunamente protetto. Il fenomeno del pentitismo, poi, nella nostra circoscrizione giudiziaria ha assunto, nel tempo, una valenza molto elevata e la DDA di Salerno è stata da lungo tempo una delle Procure che ha più fatto uso dei pentiti per smantellare gli apparati politici imperanti. I rischi sono stati sempre molto alti, fidarsi di delinquenti incalliti ed anche indottrinati sul piano della procedura penale non ha mai dato risultati incontrovertibili nelle varie sedi dibattimentali.

Anzi tutt’altro, sarebbe sufficiente guardare al caso di “Linea d’ombra” che da anni cerca di travolgere il consigliere regionale Alberico Gambino per capirne di più; anche lì ci furono pentiti e gogna mediatica. In questo caso, come in altri, i pentiti hanno cercato di gestire con alterne fortune le inchieste giudiziarie e la stessa volontà dei pubblici ministeri; ma sappiamo tutti che le accuse di “concorso esterno” e di “collusione” sono miseramente cadute sia in primo grado che in appello. Le disfunzioni del fenomeno erano state ben individuate e denunciate nel 1997 dall’allora procuratore aggiunto con delega all’antimafia, Luciano Santoro, che in una pubblica assise denunciò con coraggio l’uso strumentale che la DDA di Salerno faceva delle dichiarazioni dei pentiti; tanto è vero che anche la Procura di Napoli ebbe modo di indagare alcuni magistrati di Salerno per lo stesso motivo. Ma chi sono i pentiti di camorra ? Sarebbe molto facile chiudere l’argomento rispondendo che sono dei “poveri cristi” incapaci di tenere il punto e vittime di loro stessi o delle rispettive famiglie (intese come moglie e figli e, forse, genitori). La risposta reale è decisamente più complessa ed articolata. I pentiti di camorra, o in genere della malavita organizzata, sono degli elementi che nel corso del tempo hanno maturato una certa esperienza di procedure giudiziarie che utilizzano al di là del parere e delle azioni dei rispettivi avvocati difensori e mettono in crisi gli stessi apparati istituzionali della giustizia. Così facendo cercano, verosimilmente, di rientrare nel giro esterno della malavita nel tentativo di recuperare posizioni di comando ormai perdute per sempre; nel frattempo guadagnano benefici e clemenze da parte di un “apparato giudiziario” non più capace di portare avanti le indagini tradizionali per mettere a segno e sostenere le accuse fino al terzo grado di giudizio. Nella fattispecie di Pasquale e Monica ci sono pentiti che, a mio avviso, farebbero soltanto ridere un normale apparato investigativo; è talmente palese la loro poco credibilità nelle accuse da lasciare veramente esterefatti rispetto agli eventuali provvedimenti che poi l’Autorità Giudiziaria andrà ad assumere. Il principale pentito che accusa i coniugi Aliberti-Paolino sembra essere tale Alfonso Loreto che alla DDA avrebbe dichiarato che: “A Scafati il clan più potente è il clan Aliberti, ovvero quello capeggiato dal sindaco Pasquale Aliberti che gestisce a proprio piacimento tutti gli appalti pubblici della città e decide quindi chi deve lavorare”.

Una dichiarazione non commentabile e che da sola si smentisce; purtroppo sembra essere stata presa per buona, almeno dagli investigatori della DDA; fortunatamente a capo delle indagini c’è il pm Vincenzo Montemurro che vuole capire fino in fondo la veridicità delle accuse, altrimenti Pasquale e Monica sarebbero già rinchiusi nelle patrie galere con tutte le drammatiche conseguenze del caso. Alfonso Loreto è figlio di Pasquale (la primula rossa della camorra dell’agro) che una ventina di anni fa venne catturato in quel di Pagani per colpa (si fa per dire !!) della bella Melania (sua amante) che evocava i fasti amorosi dell’indimenticabile “Via col vento”; insomma, come dire, almeno Pasquale Loreto cadde per colpa di una donna e prima di incominciare a pentirsi dovettero passare molti anni; il figlio Alfonso sembra essersi squagliato alle prime avversità carcerarie e senza la responsabilità di una qualsiasi delle protagoniste di “Via col vento”. Ma la cosa che più inquieta, nella vicenda Aliberti-Paolino, è la viscerale ed anche cattiva “gogna mediatica” che si regge (è bene dirla tutta !!) sulle notizie che, in maniera opportuna e con una tempistica degna del miglior accusatore, vengono sapientemente elargite unidirezionalmente ad alcuni organi di stampa che, poi, fanno scempio della riservatezza e della dignità degli stessi malcapitati protagonisti. Ma anche questo, come quello del pentitismo, è un antico problema del sistema giudiziario italiano; chi riuscirà a risolvere il dramma della violazione costante del segreto istruttorio forse passerà alla storia. E intanto la caccia spietata continua.

2 Commenti

  1. Complimenti per l’articolo. Ha fotografato esattamente la situazione. Ma bisognerebbe indagare anche sui poteri forti che lo vogliono per forza di cose in galera. Chi sta dietro a tutto questo? Saluti e ancora complimenti!

  2. Questo non è giornalismo è propaganda politica!

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