il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

AMATO: è morto il cavaliere … la fine di una lunga storia, dalle caramelle “polo” al capretto … e oggi chissà quanta gente ha tirato un sospiro di sollievo !!

Aldo Bianchini

SALERNO – Giuseppe Amato, il cavaliere del lavoro, è morto. Ha esalato il suo ultimo respiro ieri mattina, 7 settembre 2016, nella sua casa al mare di Castellabate nella quale da anni amava ritirarsi per far fronte alla calura estiva. Prima di cedere avrà forse pensato (ma questo non lo sapremo mai) quando negli anni del boom camminava nello stabilimento, tra i suoi collaboratori e dipendenti, ed a chi gli chiedeva perché non accettava le vantaggiose offerte di acquisto di Barilla, di Buitoni, della IFI di Agnelli e finanche della rinomata Borden statunitense, amava ripetere: “Perché avrei dovuto cederla? L´azienda è la mia vita. Sono ancora qui perché non voglio che con me finisca quello che mio zio costruì e mi affidò”. Per la prima volta si sbagliava,l’azienda è finita proprio nelle sue mani e per colpa, forse, delle sue stesse mani; ma anche questo rimarrà custodito con lui per sempre nella notte dei tempi. Aveva sponsorizzato a lungo la nazionale italiana di calcio fino ai mondiali del 2010 in Sud Africa, e mai avrebbe immaginato che nel giro di pochi mesi avrebbe sentito anche il tintinnio delle manette. Di certo non gli è mancato proprio nulla nel corso della sua lunga vita e riusciva sempre a soddisfare tutti i suoi sfizi; la sig.ra Palma, sua storica segretaria, non gli faceva mancare mai le “caramelle Polo” sempre bene in evidenza sulla sua scrivania, così come il suo grande amico Mimmo riusciva sempre a procurare il capretto giusto per le mitiche cene del cavaliere. Fu così anche per l’ultima grande cena che “don Peppino” organizzò sul terrazzo della sua villa in costiera amalfitana (finita poi sotto sequestro), Mimmo si fiondò in provincia di Potenza e recuperò il più bel capretto del momento che fu servito ai prestigiosi commensali: Giuseppe Mussari (presidente MPS), Vincenzo De Luca (sindaco di Salerno e deputato) e Paolo Del Mese (deputato, presidente della commissione finanze della Camera), ed altri, per quello storico incontro avvenuto tra il 2006 e il 2008 che nel tempo ha avuto effetti devastanti per tutti i presenti (Mussari, Paolo Del Mese, Giuseppe junior, Mario Del Mese, Simone Labonia ed anche per Piero –figlio di De Luca). Dallo sconquasso che ne seguì si salvò soltanto Vincenzo De Luca che, secondo i giudici, di quei patti scellerati di quella sera “poteva non sapere” forse perché (aggiungo io) non vedeva, non sentiva e non parlava. I primi scricchiolii nel dicembre 2009 con la messa in cassa integrazione di molti dipendenti nonostante avesse ottenuto il finanziamento a fondo perduto di 50milioni di euro grazie ai buoni uffici di Paolo Del Mese e Giuseppe Mussari. Ma la caduta è imminente, il 20 luglio 2011 don Peppino (il cavaliere), i suoi tre figli, suo nipote Peppino junior e Paolo Del Mese vengono iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di bancarotta fraudolenta nella quale, successivamente, entreranno anche Mario Del Mese e Piero De Luca; procedimento in atto dinnanzi al GUP che dovrà decidere se rinviare a giudizio o archiviare. Il 28 giugno 2012 il tintinnio delle manette diventa realtà; finiscono agli arresti domiciliari Paolo Del Mese, Mario del Mese, Antonio Anastasio, Simone Labonia e Giuseppe Amato junior. Nell’elenco degli indagati c’era anche Gabriella (adorata figlia del cavaliere) che non farà in tempo a vedere lo sfacelo della dinastia in quanto morirà dopo una lunga e penosa malattia la mattina del 26 maggio 2012. Le colpe di don Peppino, purtroppo, sono immense. Mi dispiace davvero molto scrivere queste cose anche perché il “cavaliere della pasta” è stato sempre un personaggio umile, disponibile, mai in prima fila, mai un atteggiamento di superiorità o peggio ancora di arroganza, capace di ascoltare, e con buona capacità comunicativa, insomma un “signore d’altri tempi”.  E’ andato via un signore, forse anche un “re” dell’industria; è andato via soprattutto un uomo che esattamente in trent’anni era passato dalla gloria degli altari alla polvere del disastro; nell’82 era stato nominato “cavaliere del lavoro”, nel 2012 aveva toccato il fondo della storia. Aveva poco più di novant’anni, quasi novantuno, ed ha conosciuto gioie e dolori; le gioie dell’impero imprenditoriale e i dolori per le morti precoci di due dei suoi figli: gli adorati Mimmo (morto a Roma nel 1988) e Gabriella (morta come dicevo nel 2012). Il suo rapporto con il figlio Mimmo fu tra quelli speciali e molto contrastati fino alle crepe insanabili del dissenso del figlio verso il padre con l’allontanamento definitivo; Mimmo amava la bella vita, la mondanità fino al punto di flirtare addirittura con l’allora bellissima Laura Antonelli o ad esibire in città il marchio delle sue prestigiose camice. La dolce vita romana e la “banca del Cimino” gli furono fatali e la stessa “donna Maria” (la sua dolce mamma) non riuscì a strapparlo al tragico destino. “don Peppino” comunque non si era fatto mancare proprio nulla: il nome iscritto nella P2, l’arresto (durato poche ore) nell’ambito dell’inchiesta sull’Asi di Salerno per il nuovo stabilimento del pastificio nella zona industriale e il fallimento dell’azienda di famiglia. Porta con se nella tomba e per sempre anche molti segreti; ma è stato un uomo fino in fondo e non ha mai risposto compiutamente alle sette pressanti domande che gli inquirenti gli hanno rivolto in questi ultimi anni: “C’era l’on. Paolo Del Mese alla presidenza della Commissione Finanze della Camera quando il pastificio ricevette il benefit di 50milioni di euro?; c’era Antonio Anastasio al Monte dei Paschi quando gli fu elargito un contributo di 2milioni di euro?; fu Del Mese a spingere le trattative con i francesi (Energy Plus) in accordo con il comune di Salerno?; perché la famiglia Amato voleva accollarsi il debito di Del Mese?; fu davvero un prestito oneroso?; il prestito venne chiesto da Del Mese in circostanze temporali vicine ai due contributi ricevuti dall’Amato?; infine, come spiega don Peppino la crescita professionale imperiosa del giovane Simone Labonia?”. Per questi motivi ho scritto nel titolo di questo articolo ricostruttivo della vita di Giuseppe Amato che qualcuno oggi forse, alla notizia della sua morte, ha tirato un sospiro di sollievo.

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