il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

ALIBERTI: da Scafati una lezione all’informazione … da Mister Hyde a Dottor Jekyll

Aldo Bianchini

SALERNO – L’altra sera ho attentamente seguito l’intervento  su Canale/5 del sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti, in collegamento con “Pomeriggio Cinque”, la nota trasmissione televisiva di Barbara D’Urso. Prima di scrivere ho riflettuto a lungo sull’immagine e sulla figura di Pasquale Aliberti e mi sono chiesto come mai un personaggio politico come Aliberti possa rivestire contemporaneamente i panni di Mister Hyde e del Dottor Jekyll (almeno secondo la linea di pensiero della magistratura e di molti giornalisti); cioè, per essere chiaro fino in fondo, nei panni di Mister Hyde nelle apparizioni pubbliche e Dottor Jekill quando nel buio delle segrete stanze patteggia e fa affari con la camorra. Difatti sugli schermi di Canale/5 il dottor Pasquale Aliberti, dotato di un impensabile senso della comunicazione e di una capacità di bucare il video fuori dal comune, ha cercato di difendere la dignità della sua città e di ripristinare la giusta collocazione dei fatti in discussione, e facendo questa operazione molto difficile ha messo, non so quanto involontariamente, a nudo le debolezze e le cadute di stile dell’attuale sistema informativo televisivo, soprattutto nazionale prima ancora di quello locale. Eppure c’è ancora più di qualcuno che vorrebbe farlo passare come il più tremendo e pericoloso dei Dottor Jekyll, capace di governare e di gestire il gotha camorristico locale, e non, dell’agro nocerino-sarnese e in grado di creare collegamenti con i famigerati “CASALESI” dando per concreto un legame strutturale sul piano politico e affaristico con l’ex viceministro Nicola Cosentino, tuttora detenuto nel carcere di Poggioreale con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Per capire un uomo sono sufficienti, a volte, pochi minuti, soprattutto quando quest’uomo viene fatto oggetto da un’azione giudiziaria continua fino al limite della persecuzione. Guardandolo in tv mi sono anche chiesto come fosse possibile rimanere fermo con assoluta serenità a difesa della dignità della sua città pur sapendo di dover affrontare il 17 novembre prossimo, dinanzi al tribunale del riesame di Salerno, una delle prove più difficili della sua vita per difendere forse anche in questo caso l’onore e la dignità della sua città (prima ancora della sua stessa vita) che rischia di passare alla storia esclusivamente come la “città della camorra”. Di tutte queste cose sicuramente ne discuteremo dopo la fatidica data del 17 novembre 2016 che potrebbe davvero rappresentare lo spartiacque tra il modo di concepire la politica al servizio della comunità (con tutti i rischi possibili) e le inchieste giudiziarie portate avanti ad ogni costo ed a tutti i costi (con tutte le forzature possibili). Ma avevo iniziato questo approfondimento parlando di trasmissione televisiva nazionale, di decadimento dell’informazione e di grande capacità mediatica del sindaco di Scafati, e quindi ritorno all’argomento di fondo. Ho scritto più volte che il mondo dell’informazione, soprattutto quella televisivo nazionale dotato e munito di imponenti staff difensivi legali, sta lentamente ma inevitabilmente tracimando oltre quelli che dovrebbero essere i suoi confini nell’esecuzione di compiti che sotto molto aspetti possono essere considerati anche istituzionali. La cronaca nera e giudiziaria da tempo hanno preso il sopravvento sull’approfondimento, la notizia è stata finalizzata come traguardo unico dell’informazione che riscuote consensi e prebende, ci si è dimenticati che dietro la notizia c’è il mondo intero sul quale non vengono mai accesi i riflettori perché, forse, non porta spettatori e pubblicità. Oltretutto i giornalisti di questo benedetto Paese, molto di più quelli nazionali, hanno perso il senso delle cose ed hanno confuso i vari aspetti dei ruoli; il giornalista non è né un pubblico ministero e neppure un agente di polizia giudiziaria; il giornalista deve ritornare a fare il giornalista consumando le suole delle scarpe e rispettando i limiti imposti dalla sua etica professionale e deve pensare che un microfono o un taccuino in mano non danno alcun diritto a violentare la proprietà privata ed a prevaricare il rispetto della persona e della sua privacy. Il caso della giornalista di Canale/5 (alla quale qualcuno avrebbe staccato i collegamenti della diretta televisiva) per la vicenda scafatese del sacerdote che avrebbe intrecciato una relazione amorosa con una signora del luogo (questo il caso dibattuto in tv da Aliberti con la D’Urso), il caso della giornalista alla quale viene sequestrato il telefono, il caso della giornalista che dopo tre anni ricorda di essere stata minacciata da camorristi inviati probabilmente dal sindaco, il caso dei giornalisti minacciati fisicamente del loro editore (caso di Metropolis) sono semplici episodi di provincia (tutti maturati a Scafati e/o nel circondario) che, però, danno la sensazione più plastica di quello che accade in tutto il Paese a macchia d’olio (Abete che viene aggredito dalla polizia, altri inviati di Striscia che vengono minacciati) e che rischia di far naufragare il mestiere del giornalista. Se a tutto questo si aggiunge, poi, la malcelata arroganza dei conduttori televisivi nazionali (quasi tutte donne come gli inviati sul territorio) che non danno neanche la possibilità al sindaco di una città di spiegare compiutamente i fatti e difendere ad oltranza l’onorabilità della sua città, il gioco è fatto e presto comunque accadrà qualcosa di grave che procurerà l’imposizione di regole molto ferme anche al fine di non consentire più la celebrazione dei processi in tv che comunque possono provocare un certo senso di imbarazzo, se non di condizionamento, nelle persone che, nei vari tribunali del Paese, cercano di assicurare la giustizia. Sono ben conscio che le mie parole sono destinate ad essere travolte dal vento impetuoso della cronaca che porta consensi, ma io continuo a dirle, convinto come sono che quello del giornalista è un mestiere affascinante e difficile, che deve essere esercitato rispettando il ruolo degli altri nell’ottica di offrire un servizio credibile al lettore o al telespettatore. Sapendo bene di doversi fermare prima di arrivare a pensare di avere anche il compito di scrivere le sentenze.

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