il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Camorra & Politica/24: chi vincerà tra Aliberti e la Procura ?

 

Aldo Bianchini

SALERNO – In considerazione del fatto che non sono attrezzato per fare la cronaca degli avvenimenti è questo che mi rimetto a fare, o tentare di fare, soltanto approfondimenti (con il rischio connesso di essere additato come uno che vuol dare lezioni di giornalismo !!, difatti Gigi Casciello un collega di vaglia, che continuo comunque a stimare, me lo ha brutalmente e rabbiosamente rinfacciato sabato mattina 19 novembre su Corso Vittorio Emanuele) per non cadere nella trappola della cronaca che, a mio parere, limita di molto il mestiere di giornalista inducendolo ad essere frettolosamente superficiale per correre dietro le veline che spesso portano fuori strada. Non nego che, nella vicenda di che tratto, anch’io ho ricevuto e ricevo cartelle, veline, mail, messaggi wats app, telefonate, ecc.; la storia è troppo complicata e va costruita anche sull’onda di questi elementi di contorno per capire la battaglia giudiziaria che si è scatenata sulla città di Scafati, meglio sarebbe dire sul capo del suo sindaco Pasquale Aliberti che è il vero punto di riferimento non solo dell’inchiesta ma di una necessaria riflessione collettiva, riflessione che cercherò di dipanare con questo articolo. Quando si parla di inchieste giudiziarie dovremmo sempre tener conto che le stesse vengono condotte anche, se non soprattutto, sulla scia di una strategia tecnica che è direttamente legata all’interpretazione del diritto processuale; ne discende quindi che agli occhi dei non addetti ai lavori può apparire nero ciò che è bianco, ovvero il contrario. Senza trascurare un elemento fondamentale consistente nel fatto che la giustizia, in senso lato, non è obbligata a dare spiegazioni della sua strategia anche perché l’organizzazione del nostro ordinamento giudiziario prevede numerose “vasche di decantazione” che evitano il rischio di derive di potere. Per essere più chiaro è possibile che le conclusioni della pubblica accusa vengano confermate e/o modificate in tutto o in parte da un’ordinanza del gip e che la stessa ordinanza venga vagliata dal Riesame per passare poi in Cassazione; poi c’è il gup che rilegge e ristudia il tutto ed, infine, c’è il processo che si snoda su tre livelli di giudizio quando non si ritorna daccapo. Ma già nel passaggio tra il primo e il secondo grado potrebbe esserci una rinnovazione del processo stesso, rinnovazione improponibile fino a qualche tempo fa e che, invece, oggi è diventata quasi una prassi consolidata. E’ giusto, quindi, affermare, come affermo, che un individuo è da ritenere innocente fino a sentenza passata in giudicato; e questo principio va applicato anche al sindaco di Scafati. Questo il quadro tecnico scientifico del nostro processo penale, passato dal sistema inquisitorio a quello accusatorio. Ma tutto questo si applica, o si dovrebbe applicare, alla persona singola, all’uomo, e non all’istituzione; perché l’assunto principale del nostro diritto penale è che la responsabilità è personale e che, si dice, non deve mai investire l’eventuale carica pubblica rivestita dal presunto responsabile. Ciò lascerebbe pensare che un amministratore pubblico appena viene colpito da una tempesta giudiziaria dovrebbe lasciare subito quella carica per potersi difendere meglio come semplice cittadino nelle sedi più opportune; questo per avere le mani libere non soltanto dalle manette, ma anche dal peso ingombrante che la pubblica funzione potrebbe procurargli limitandolo nell’esercizio di un diritto inalienabile come la difesa. Nel nostro Paese è difficile scegliere per un personaggio pubblico se dimettersi ovvero come e quando dimettersi, perché se è vero che si è innocenti fino a sentenza passata in giudicato è altrettanto vero che un qualsiasi esponente di una pubblica istituzione deve scrollarsi di dosso la funzione per rimanere “individuo” ed avere la possibilità di difendersi nell’ambito della concezione che lo vuole innocente fino a sentenza definitiva (lo ha spiegato molto bene Pier Camillo Davigo nella trasmissione PiazzaPulita dell’altra sera su La/7).

La funzione pubblica, in pratica, non dovrebbe mai essere trascinata nei meandri dei lenti e farraginosi percorsi della giustizia, quando questo accade perdiamo tutti ed assistiamo allo scioglimento dei comuni, al blocco perenne dei lavori pubblici, agli scontri continui tra politica e magistratura, dei quali sinceramente siamo stufi. Fatto questo lungo preambolo che è la sintesi del mio personalissimo pensiero, passo all’analisi della domanda posta nel titolo del presente articolo: “Chi vincerà tra Aliberti e la Procura ? ; un’analisi che, per via della passione degli approfondimenti senza velleità di impartire lezioni di giornalismo (non ne sarei capace !!), mi tocca fare prima che il Tribunale del Riesame si pronunci sulla inquietante vicenda che sta travolgendo il sindaco di Scafati, e che assume la veste di un tifo calcistico pro o contro il sindaco da parte di un’intera comunità. Che lo si voglia riconoscere o no è questo il rischio che promana dall’intera vicenda e tutti noi, prima di andare all’affannosa ricerca delle responsabilità e degli eventuali correi (una ricerca che non ci spetta), dovremmo concorrere a che il tema reale della questione ritorni rapidamente nel suo alveo: la responsabilità penale è personale. Ma qual è la responsabilità penale, nella fattispecie, di Pasquale Aliberti (incidentalmente e temporaneamente sindaco di Scafati); stando alla pubblica accusa la responsabilità penale di Aliberti consiste nell’essersi reso responsabile di una “corruzione elettorale” (come sancito dal gip Donatella Mancini) che sulla base delle leggi vigenti al momento della presunta consacrazione del reato (anno 2013) prevede una pena detentiva fino a quattro anni senza la necessità della carcerazione preventiva. Ma la Procura insiste nell’accusa di “associazione politico-mafiosa”; e qui bisogna fare una serena riflessione su qual è la differenza tra i due capi d’imputazione; in pratica si equivalgono come gravità pur differenziandosi nella determinazione della pena con l’eventualità del carcere nel caso dell’associazione. La Procura Antimafia, con il ricorso al Riesame, non ha fatto altro che riproporre proprio il problema della rivalutazione del capo d’accusa partendo dall’assunto che il gip Donatella Mancini nella sua ordinanza di rigetto degli arresti avrebbe sostanzialmente confermato l’impianto accusatorio del pm Vincenzo Montemurro soprattutto per quanto riguarda il quadro accusatorio sostanziato da specifiche e dettagliate pregresse deposizioni che avrebbero anche svelato una continuazione tra le due campagne elettorali (2013 e 2015). Il problema serio, che forse ai più è sfuggito, non è quello di capire perché alcuni soggetti non risultino indagati nell’attuale “vicenda Aliberti”, piuttosto quello di sapere come e quando dette deposizioni sono state rese; in pratica se la rivelazione è stata fatta qualche anno fa apre nuovi scenari e fa intuire che la “vicenda Aliberti” non nasce la mattina del 18 settembre 2015 con le perquisizioni disposte dal pm Vincenzo Montemurro ma viene da lontano e scaturisce da altre vicende. A questo punto, in queste ore, il Tribunale del Riesame non dovrà fare altro che confermare o meno l’impianto accusatorio dell’attuale “vicenda Aliberti” e soltanto per la parte che attiene la fondatezza dell’esistenza di un accordo così come descritto in precedenza e ribadito in sede di inchiesta della DDA. Cioè il Riesame non potrà dirci, e non ci dirà, se Aliberti è colpevole o innocente (la stampa faccia attenzione ad osannare o condannare all’esito dell’ordinanza !!), potrà però dirci se Aliberti deve arrivare al processo, ormai inevitabile sia nel caso della corruzione che dell’associazione, a piede libero o meno (io personalmente propendo sempre per la libertà !!). Tutto qui, il resto lo farà il processo nell’ambito del pubblico dibattimento dove tutto ricomincia daccapo. Ma non si può sottacere che c’è già una sostanziale conferma dell’impianto accusatorio della Procura che ci impone di ritornare al contenuto delle mie riflessioni: un personaggio pubblico di fronte ad un’accusa (corruzione elettorale) che non è roba da poco e che è già stata confermata da un gip cosa deve fare ? deve dimettersi per difendersi meglio ? o deve aspettare una sentenza definitiva e continuare ad esercitare la sua funzione pubblica ? Ognuno dia le sue risposte, io penso che le dimissioni di un sindaco, del sindaco di Scafati, probabilmente eviterebbero lo scioglimento dell’istituzione pubblica che è stato chiamato a rappresentare da una valanga di voti ai quali le dimissioni darebbero una maggiore credibilità ed una sostanziale legittimità. Tanto in caso di assoluzione, come l’indagato crede fermamente e come io gli auguro, potrà sempre ritornare in campo e più forte di prima.

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