PORTO: Trezza, la tragedia, le responsabilità, le riflessioni e … l’ultima telefonata

Aldo Bianchini

SALERNO – Sembra che le tragedie non accadono mai da sole; è stato sempre così e probabilmente sarà sempre così. Non appena accade una specifica tragedia in un posto, subito ne accadono in altri. Martedì sera 22 novembre Salerno ha vissuto la sua tragedia con la morte bianca di Lino Trezza nel porto ed a ruota, sempre di martedì ma una settimana dopo 29 novembre, ecco la strage nel porto di Messina con tre morti bianche. Quella degli infortuni mortali sul lavoro è una strage infinita; la percentuale si attesta sull’inquietante cifra di circa tre morti al giorno. I grandi net-work del Paese, in concomitanza con il morto di Salerno e con i tre di Messina, sono di nuovo ritornati a suonare la grancassa delle responsabilità lamentando che molti giudici, alla fine, finiscono per addebitare ai datori di lavoro soltanto l’imputazione dell’omicidio colposo, in qualche caso corroborato dalle parole magiche “plurimo aggravato” senza mai arrivare all’omicidio volontario. Questo concetto lo spiegavo nel precedente articolo dedicato alla “vicenda Trezza”; non siamo ancora attrezzati culturalmente per questo che sembra essere un balzo troppo in avanti; e ripeto che nessun datore di lavoro, così come nessun lavoratore, lavora per il determinismo degli infortuni. Non è così e non sarà mai così; ecco perché nonostante l’impegno e l’abnegazione del procuratore di Torino Raffaele Guariniello (originario di Vallo della Lucania) nell’affannosa ricerca dell’omicidio volontario questo salto nel buio è ancora di là da venire. Ma al di là delle tragedie e delle successive recriminazioni e riflessioni resta il rimpianto per la perdita di giovani vite e, soprattutto, della perdita di Lino Trezza, uomo speciale, papà di un bimbo di quattro anni e marito di una giovanissima signora. Si racconta che al matrimonio di un suo caro amico e compagno di lavoro avesse svolto la parte dello chansonnier, con musica e canzoni, in grado di deliziare anche i palati più fini in campo musicale del tipo sceneggiate napoletane. Del resto il fatto di esibirsi come cantante era una delle sue particolari passioni; andava anche in giro per serate e concerti. Ed era proprio con questo suo amico al telefono, la sera di martedì, pochi minuti prima dell’immane tragedia; la sua voce appariva quella di sempre, senza pensieri e aperta a possibili momenti di svago e di divertimento con gli amici di sempre. Niente faceva minimamente presagire una simile tragedia e il Trezza si avviava alla conclusione del suo turno di lavoro oberato dalla stanchezza che, ricordo solo per inciso, può essere considerata come un’aggravante nel determinismo dell’infortunio. L’inchiesta, naturalmente, va avanti con la speranza che presto faccia conoscere le sue conclusioni; di sicuro porteranno all’individuazione di qualche responsabilità oggettiva (più difficile quella soggettiva) che, comunque, non ci restituirà un giovane di grande valore morale, affettivo e familiare. Per ritornare alla consequenzialità non tanto casuale della “catena di infortuni per specie” di cui all’inizio di questo articolo, ritengo di poter tranquillamente ricordare alcuni episodi che in passato ho personalmente seguito, e non come giornalista. Verso la fine degli anni ’70 nel piccolo comune montano di Sanza (SA) si verificò un impressionante infortunio mortale a catena, molto simile a quello di Messina. Un contadino era rimasto quasi soffocato in un pozzo a causa delle esalazioni mortali sprigionate da una autoclave con motore a scoppio che dal pozzo portava acqua all’orto in superficie. Il motore si era spento per l’eccessiva presenza nel pozzo di anidride carbonica. Altri due contadini accorsero in suo aiuto e morirono come il primo; un quarto rimase, fortunatamente, gravemente agonizzante e terribilmente intossicato. Tra i morti c’era purtroppo anche il papà dell’attuale sindaco di Sanza Francesco De Mieri. Un paio di anni dopo accadde invece, in analoghe circostanze, a Polla dove fortunatamente i morti furono soltanto due. Questo per dire che al di là della casualità di carattere generale c’è sempre una casualità specifica che va di pari passo con la modernizzazione delle tecniche e delle attrezzature lavorative. Nel precedente articolo sulla tragedia di Lino Trezza ho parlato diffusamente delle modalità prevedibili, ma non previste, per l’esecuzione di un lavoro specifico come quello che stava eseguendo il Trezza: “carico e scarico di container pieni dal molo dentro le stive e dalle stive sul molo” con successiva movimentazione di posizionamento. In pratica se quella manovra fosse stata eseguita con la marcia indietro forse Trezza non avrebbe perso la vita schiacciato tra le lamiere dello stesso muletto che solitamente guidava con grande capacità professionale. Chiariamo bene il concetto, quella che ho descritto non è una manovra codificata ma semplicemente suggerita e spesso utilizzata dagli operatori portuali che da oggi dovranno seriamente lottare per la loro stessa tutela ai fini della sicurezza; queste sono lotte sindacali davvero importanti che vanno fatte sempre ed a cadenza canonica e non soltanto quando accade un fatto irrimediabile.

 

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