il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Dossier Salerno/35: Referendum, il ritorno dei quattro cavalieri dell’apocalisse (Bernabò, Pisani, Pellegrino, Russomando) e … Alfonso Buonaiuto !!

Aldo Bianchini

SALERNO – Cancellare la storia è un esercizio molto difficile; obnubilarla è cosa più semplice, soprattutto quando si viene proiettati al centro di un sistema di potere che riesce a travolgere tutto arrivando anche a travisare la realtà storica che è sotto gli occhi di tutti. Tanto da costringere i quattro cavalieri dell’apocalisse” (così li definii all’epoca), Luigi Bernabò – Paolo Russomando – Stefano Pisani e Tommaso Pellegrino, ad uscire allo scoperto per primi e da soli subito dopo la pesantissima debacle del referendum costituzionale. Hanno dimostrato un certo coraggio ad uscire allo scoperto, non c’è che dire, anche se si sono tutti e quattro ben guardati dall’attaccare il vero–unico responsabile di questa grande ed imprevedibile battuta d’arresto che ha mandato in tilt l’intero Paese. I quattro, se volevano essere sinceri e realisti fino in fondo, avrebbero dovuto dire che due delle parti principali sulla scena del naufragio collettivo l’hanno recitata la Regione Campania in generale e la Provincia di Salerno in particolare e per colpa di un unico personaggio: Vincenzo De Luca. Ironia della sorte ora i quattro, invece di prendersela con il kaimano se la prendono con Matteo Renzi rimproverandolo di averli abbandonati a se stessi. Ma se è vero che Renzi appare, ora dopo ora, indifendibile sia per l’arroganza che per la poca proprietà politica, è anche vero che i quattro, all’epoca, lasciarono velocemente la scena al mitico kaimano. Basta fare una serena riflessione di quanto è accaduto in termini di risultati “post referendum” del 4.12.2016 e, soprattutto, “post primarie” del 25.11.2012 ed 8.12.2013 ed anche “post parlamentarie” del 29-30 dicembre 2012. Il tutto in proiezione retrospettiva delle elezioni politiche (le ultime) del 24-25 febbraio 2013. Ebbene nel lasso di tempo compreso tra il 25 novembre 2012 e il 30 dicembre 2013 è scesa in campo la mostruosa-baldanzosa-oppressiva macchina di potere deluchiano, una macchina sapientemente orchestrata in ogni suo aspetto dall’eminenza grigia elettorale “Nello Mastursi”, un personaggio che in provincia di Salerno tutti, dico tutti, hanno temuto e rispettato e dal quale tutti, dico tutti, hanno subito preso le distanze appena è entrato in un vortice giudiziario che, piaccia o no, comunque avrà una ricaduta sull’intero “sistema di potere” che da oltre venti anni domina la scena politica di Salerno e della sua provincia travolgendo uomini e cose. In tredici mesi, tra il 2012 e il 2013 in provincia di Salerno c’è stato un capovolgimento incredibile, perché pressoché identico nelle dimensioni, nell’esito dei due duelli alle primarie tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi. L’ex presidente del consiglio Renzi il 25 novembre del 2012 nella nostra provincia, in totale, raggranellò soltanto il 39,1% dei consensi contro il 60,9% dell’ex segretario del PD Bersani che stravinse il confronto e si candidò alla carica di premier per pareggiare clamorosamente con il redivivo Berlusconi. Esattamente tredici mesi dopo, nel dicembre 2013, la provincia di Salerno si spostò capovolgendo i suoi consensi in favore di Matteo Renzi (67,55%), Gianni Cuperlo (18,41%) e Peppe Civati (14,24%). E chi, secondo voi amici lettori, ha lavorato in provincia di Salerno sotto gli “ordini perentori” eclatati da Nello Mastursi e presumibilmente provenienti dal kaimano, a meno che quest’ultimo anche in questa occasione abbia avuto la facoltà di “non sapere e di non vedere” cosa accadeva tra il popolino schierato ai suoi piedi e pronto alla guerra. A Salerno e in provincia esiste un sistema di potere capace, almeno fino al giorno prima del referendum, di spostare decine di migliaia di voti dall’una e dall’altra parte a seconda le necessità strategiche e di potere del grande capo.  Ma la cosa più impressionante, accaduta nella nostra provincia, riguarda i due tesseramenti del Partito Democratico confezionati ad arte il 5.12.2012 e il 17.11.2013; seguitemi attentamente e rimarrete esterefatti per quanto accaduto a Salerno e provincia. Nel 2012 le tessere andarono a Pier Luigi Bersani nella dimensione del 73,4%, Nel 2013, invece, le tessere andarono a Matteo Renzi; e sapete con quale percentuale: 73,4% esattamente come la percentuale dell’anno precedente. Insomma nello spazio di undici mesi l’identico pacchetto di tessere si è spostato da Bersani verso Renzi; per carità tutto lecito ma lo scambio di numeri in forma perfettamente identica qualche dubbio lo fa venire, anche alla luce dell’inchiesta aperta all’epoca dalla magistratura salernitana (pm Vincenzo Montemurro della DDA) sul presunto “falso tesseramento 2012-2013”; un’inchiesta della quale si sa poco tranne il fatto che non è stata chiusa. E quando la magistratura non chiude c’è sempre una spada di damocle che incombe sulla testa dei “fabbricatori di tessere” che hanno visto all’apice del sistema e da anni Nello Mastursi che fino al momento della sua caduta era tenuto a dar conto del suo operato solo e soltanto a Vincenzo De Luca. Come riflessione personale aggiungo che i “fabbricatori” in quel passaggio di pacchetto di tessere hanno dimostrato anche poca scaltrezza (frutto forse dell’orgia del potere assoluto) nel non aver sparpagliato un po’ di tessere tra l’una e l’altra consultazione interna al Partito Democratico al fine di ottenere due percentuali diverse. Queste non sono fantasiose invenzioni giornalistiche, questi sono elementi cardini della storia politica di Salerno e provincia. I numeri non si inventano, i numeri registrano quello che accade nella realtà; e la realtà parla di sospetti nel corretto esercizio dei tesseramenti (naturalmente di tutti i partiti) che sono, alla fine, utili per assegnare anche i posti in Parlamento, cosa questa non secondaria. Ma, sempre ai fini storici, è interessante ricordare cosa accadde nei mesi immediatamente precedenti quel 25 novembre 2012 in cui si svolsero le prime primarie che assegnarono la vittoria a Pier Luigi Bersani. Bisogna fare un passo indietro e guardare al precedente schieramento di De Luca sullo scenario politico nazionale. Prima del 2012 il kaimano era un convinto dalemiano e successivamente, per conseguenza, bersaniano, quando cioè Massimo D’Alema posizionò alla segreteria del partito il suo fedelissimo Bersani. L’amicizia e la stretta collaborazione tra D’Alema e De Luca viene, ovviamente, da lontano e tra le tantissime prove di quel rapporto c’è, tra i tanti, un episodio accaduto nell’estate del 1997 (se non erro !!) nelle splendide ed accoglienti acque di Panarea (la più famosa tra le isole Eolie). In quei giorni di agosto alcune pesanti avversità atmosferiche  impedirono la navigazione di “Ikarus”, la barca a vela di D’Alema da mezzo milione di euro, che fu costretto ad attraccare nel porticciolo di Panarea. Attraccò accanto allo yacht (da 5milioni di euro circa) di un facoltoso imprenditore salernitano con interessi che vanno dalla sanità privata all’edilizia fino alla costruzione di barche. I due figli (Giulia e Francesco) di Massimo e Linda, allora ragazzini adolescenti, rimasero incantati dallo sfarzo sfavillante del mega yacht che ormeggiava in quel posto già da diversi giorni. La compagna dell’imprenditore, all’oscuro di chi fossero quei due ragazzi e vista la loro attenzione, li invitò a bordo. Non l’avesse mai fatto, i servizi di sicurezza andarono subito in fibrillazione e tutta la zona fu bloccata per qualche minuto; almeno fino al momento in cui personalmente D’Alema (avendo saputo che l’imprenditore era di Salerno) chiamò al telefono De Luca per rassicurarsi circa la possibilità di avere contatti con una persona che non conosceva. Rapida ed affermativa la risposta del kaimano, e fu così che i due ragazzi con i genitori finirono ospiti, per qualche giorno, non solo sullo yacht ma anche nella villa del magnate salernitano. Ho raccontato questo episodio, sconosciuto ai più, per evidenziare il rapporto di assoluta fiducia che intercorreva tra D’Alema e De Luca grazie anche ai buoni uffici di Ugo Carpinelli che da decenni era addirittura molto amico di Giorgio Napolitano e dello stesso D’Alema che ospitò, nei mesi successivi a quell’estate di Panarea, nella sua Giffoni Valle Piana con una cena di gala. Quella sera c’ero anche io, stranamente, ma non in veste di giornalista. Quindi fino a pochi mesi prima del novembre 2012 Vincenzo de Luca era tranquillamente annoverabile tra i dalemiani-bersaniani di ferro; accadde, però, che il movimento interno al PD portato avanti da Renzi incominciò a conquistare alcuni seguaci anche in terra salernitana, appunto Ginetto Bernabò – Paolo Russomando (nipote di Ugo Carpinelli) – Stefano Parisi – Tommaso Pellegrino con l’aggiunta (è doveroso ricordarlo) di Sergio Annunziata (all’epoca sindaco di Atena Lucana). Lo scontro politico con De Luca fu abbastanza cruento anche per via di una solida corrispondenza epistolare esistente tra Renzi e Russomando che mandò letteralmente su tutte le furie il kaimano. La macchina elettorale si mise in moto e i cinque furono costretti (forse !!) a votare per Bersani che stravinse le primarie del novembre 2012 assicurandosi anche la stragrande maggioranza delle tessere. Dopo qualche mese e, soprattutto, dopo le elezioni politiche del 24-25 febbraio 2013 rivelatesi disastrose per Bersani il grande capo salernitano cambiò obbiettivo è passo decisamente dalla parte di Matteo Renzi che avanzava al galoppo verso il potere. Ovviamente anche tutte le truppe cammellate (tra le quali quelle di Bernabò – Russomando – Parisi e Pellegrino) cambiarono direzione e ritornarono nelle file di Renzi ma con un padre-padrone in più: Vincenzo De Luca. Se fate una ricerca degli interventi arrivati sulla scena nelle ultime ore scoprirete che è stato lo stesso De Luca a dare il via alle dichiarazioni di protesta, dei quattro cavalieri dell’apocalisse, dicendo esplicitamente che Renzi è vittima della sua stessa arroganza e della sua refrattaria mania di non ascoltare i buoni consigli. E se una dichiarazione del genere può stare bene sulla bocca del kaimano, ottiene altro effetto sulla bocca dei quattro che pur di mantenere buono il capo sono disposti a sopravanzare le sue intolleranze ed a predisporre il terreno per una nuova virata del timone in favore di chi prenderà in mano le redini del partito al posto di Renzi; difatti rivendicare la loro primogenitura renziana per rimproverare lo stesso leader appare come una giustificazione dei loro traballanti spostamenti e come una promessa di fedeltà nei confronti del sistema deluchiano. Ho letto più volte l’articolo apparso su La Città del 9 dicembre 2016 (fonte cui mi sono ispirato per questo approfondimento in chiave storica) e la dichiarazione del sindaco di Acciaroli, Stefano Pisani, mi è apparsa inquietante: “…ma a un referendum io non posso obbligare un mio cittadino a votare il mio pensiero … l’esempio è quello di una insegnante del mio comune, elettrice del centro sinistra, ma che ha votato NO per protesta contro la riforma …”; quasi come a dire che per altre consultazioni elettorali possa esistere la possibilità di “obbligare a votare” per questo anziché quello. Una dichiarazione che apre, se possibile, nuovi spiragli di indagine sulle primarie e sui due tesseramenti che è tuttora esistente, e non chiusa, presso la Procura della Repubblica di Salerno. Fa eco a Pisani anche Pellegrino che nella sua dichiarazione parla del fatto che “su questi temi nessuno può controllare il risultato, anzi bisogna rispettare l’elettore”. Bisogna porre maggiore attenzione quando si rendono pubbliche dichiarazioni (e quelle di Pisani e di Pellegrino appaiono virgolettate sul giornale citato) perché le parole in libertà possono prefigurare scenari di “obbligo” ed anche di “controllo” del voto che la legge assolutamente non consente. Al di là del fatto che “Ha accettato la sconfitta e si è dimesso. E’ la prima volta che accade” non bisogna mai ingenerare nel lettore che le primarie 2012 e 2013 così come le parlamentarie 2012 possano essere state quantomeno mistificate a piacimento e solo perché rientrando tra i fatti interni di un partito non darebbero luogo a probabili profili di rilievo penalmente perseguibili; qui è in gioco la democrazia e bisogna andarci cauti. Ma a Salerno e provincia non è accaduto soltanto questo e il “sistema di potere deluchiano” ha trovato momenti di totale protervia contro tutti e contro tutto. Nello spazio temporale, molto breve, tra la conclusione del tesseramento 2013 (17.11.13) e le primarie 2013 (8.12.13), momenti dai quali Matteo Renzi è uscito stravittorioso, esplode il caso giudiziario dell’inchiesta sul presunto falso tesseramento del Partito Democratico. E’ il 20 novembre 2013, esattamente tre giorni dopo la conclusione del tesseramento 2013, quando appare sulla stampa il caso giudiziario del presunto falso tesseramento 2012 che viene affidato al pm antimafia Vincenzo Montemurro con una ricaduta mediatica di assoluto interesse nazionale. In procura sfilano i maggiorenti dell’epoca e il pm punta anche l’indice verso l’ex segretario Bersani predisponendo per il suo interrogatorio in sede romana; però a causa del serio malore che porterà Bersani ad un ricovero urgente e ad un successivo intervento chirurgico il pm rinuncia (almeno in quella fase) all’interrogatorio e ripiega su altre soluzioni che sono tuttora in fase di elaborazione. Ma la rivolta all’interno del PD salernitano esplode con tutta la forza dirompente possibile; il giorno 18 febbraio 2014 i parlamentari Guglielmo Vaccaro e Angelica Saggese occupano la sede provinciale del partito per ben sette giorni fino al 24 febbraio 2014 mandando in tilt tutti i vertici dem. Insieme a Vaccaro ed alla Saggese anche alcuni “giovani dem”; tutti alla fine verranno puniti sulla base del regolamento interno. L’occupazione finisce anche perché da due giorni, cioè dal 22 febbraio 2014, l’attenzione del mondo mediatico si è spostata su Matteo Renzi divenuto presidente del consiglio dei ministri tra gli eccessi trionfalistici soprattutto del PD salernitano, tutto schierato per Renzi. C’è un altro momento di fibrillazione, nel 2015, quando vengono scoperte moltissime intercettazioni ambientali che parlano di storie inquietanti di tesseramenti fatti nelle zone della camorra nocerina con pacchetti di voti e di tessere che venivano spostati a seconda le esigenze del momento; ma questa è una storia diversa da quella che ha ancora in carico il pm Montemurro. Trentadue mesi dopo quel 22 febbraio 2014 ecco il probabile nuovo voltafaccia dei dem salernitani che cercano, in fretta, di ripararsi dagli strali vendicativi di Vincenzo De Luca costretto a fare una figuraccia d’altri tempi ed a ripiegare in rapida difesa organizzata in maniera strategica eccellente: da una parte il kaimano maltratta Matteo Renzi definendolo arrogante e supponente, dall’altro andando subito alle purghe vendicative sul territorio che soltanto lui sa mettere in atto. Il primo a pagare, almeno così si dice, è Donato Pica che sarebbe già stato cancellato dalla presidenza di Salerno-Multiservice, la società mista creata da Salvatore Aversano all’epoca della presidenza provinciale di Angelo Villani. Ma il caso più eclatante rimane quello di Alfonso Buonaiuto, assessore di lungo corso a Salerno e responsabile della segreteria particolare del governatore a Palazzo Santa Lucia. Alfonso è stato fatto fuori in men che non si dica ed è stato scaraventato agli inferi; eppure Alfonso Buonaiuto negli ultimi anni ha salvato almeno due volte il suo capo. La prima volta quando De Luca aveva prima adescato Renzi e poi lo aveva abbandonato per ritornare con Bersani; dopo la sconfitta di Bersani fu proprio Buonaiuto a ricucire i ponti con Renzi che non voleva più sentir parlare del kaimano (che D’Alema aveva definito “capo bastone”) ed a riportarlo al centro dell’attenzione renziana. Perché Buonaiuto è stato uno dei primi renziani doc della provincia di Salerno ed è stato lui il vero animatore del gruppo di giovani in cui spiccavano i nomi di Stefano Pisani – Tommaso Pellegrino – Paolo Russomando – Gigetto Bernabò e Sergio Annunziata. La seconda volta (è storia) lo riportò a galla dopo il confronto televisivo sfavorevole con Stefano Caldoro facendolo richiamare dalla cugina, Lucia Annunziata, nella trasmissione “in ½ ora” dove da solo fece faville. Cosa farà adesso Alfonso Buonaiuto, ritornerà con Renzi e si schiererà apertamente contro De Luca ? E cosa faranno gli altri di quel gruppo della prima ora ? Eh si !! perché anche quelli della prima ora, intendo i renziani doc, hanno capito il momento difficile e, forse, cercano di correre ai ripari con dichiarazioni di fedeltà nei confronti del kaimano seriamente ferito e nell’attesa dei successivi futuri sviluppi che non tarderanno ad arrivare. Qui la battaglia è senza esclusione di colpi, tutta interna al PD, e non è fantasia giornalistica se, a breve, vedremo un cartello nazionale con Franceschini ed Emiliano con, a latere, Vincenzo De Luca. In tutta la vicenda storica che ho raccontato di sicuro c’è che Matteo Renzi è stato sconfitto nel 2012 da un presunto falso tesseramento-primarie, è stato rimesso in sella da un presunto falso primarie-tesseramento 2013, e che in soli 69 giorni (dal 15 dicembre 2013 elezione a segretario PD al 22 febbraio 2014 elezione a presidente) grazie al twit “Enrico stai sereno” ha conquistato il Paese. Quello che accadrà da qui in avanti sarà la storia del futuro; e la storia futura si accinge a scriverla Paolo Gentiloni che, oggi come oggi, rappresenta il punto di equilibrio del partito prima della battaglia finale.

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