il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Cardiochirurgia: riflessioni di fine anno … per un anno migliore !!

 

Aldo Bianchini

SALERNO – Un amico mi ha chiesto: “Ma la cardiochirurgia è finita ?”; assolutamente no, gli ho risposto con fermezza. La cardiochirurgia, difatti continuerà la sua avventura, quella splendida avventura iniziata il 1° aprile del 1993 per gli aspetti tecnico-professionali, anche se alcuni bagliori si erano già registrati prima di quella data. Difatti il 19 dicembre 1991 il professore Giuseppe Di Benedetto aveva operato con successo Giuseppe Procida per quello che rimarrà nella storia come il primo intervento al cuore mai effettuato a Salerno. “E allora la guerra tra Iesu e Coscioni come finirà ?”, ha continuato il mio amico. Più sommessamente di prima gli ho risposto che, in fin dei conti, la guerra non è mai esistita e che ci troviamo di fronte ad una presunta sfrangiatura di quella “macchina da guerra” che per tanti anni è stata la cardiochirurgia, una sfrangiatura che è stata sponsorizzata più dalla stampa e dalla forte presa di posizione dei 91 firmatari del documento di dissenso che dai due presunti contendenti in campo; nella realtà la risoluzione del quadro sembra più facile di quanto appare. Poi, se vogliamo dirla tutta, i due contendenti (Severino Iesu e Enrico Coscioni) hanno avuto entrambi un identico atteggiamento verso il prossimo; atteggiamento che può essere letto come un  pregio ma anche come un difetto: essersi appiattiti entrambi sulle posizioni dei rispettivi tutori; da una parte quello professionale per Iesu e dall’altra quello politico per Coscioni. Ed entrambi, vi sembrerà strano ma è così, pagano un prezzo molto alto per la loro dedizione; Iesu perché alla fine preferirà forse andare via se non gli sarà restituito il primariato unico, Coscioni perché rischia (e non per colpa sua !!) di rimanere fuori dal discorso del primariato in ragione del montare dell’inchiesta giudiziaria che al momento coinvolge soltanto lui (ed anche sicuramente incolpevolmente !!) per le presunte forzature sulle nomine nella sanità napoletana. Ma la cardiochirurgia sopravviverà a questo terremoto ?, sicuramente si; bisognerà soltanto vedere di farla sopravvivere con i minori danni possibili. E qui ritorna l’appello a tutti quei volenterosi professionisti che hanno dal 1993 fino ad oggi onorato la sanità salernitana. Devono continuare a fare squadra, senza invidie e senza rivendicazioni; devono farlo per continuare a vincere avendo un unico obiettivo: il raggiungimento di traguardi sempre più alti, nel nome e per conto dell’intera comunità salernitana. Il completamento di quella splendida squadra venne perfezionato e presentato il 15 febbraio 1993 nel corso di una imponente manifestazione pubblica nell’ Aula Scozia dell’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona: due sale operatorie, una terapia intensiva con sei posti letto e con un reparto degenti con 20 posti letto. Insieme a Giuseppe Di Benedetto iniziarono la marcia vincente e quasi trionfale: due aiuti (Severino Iesu e Franco Triumbari), sei assistenti cardiochirurghi (Rocco Leone, Paolo Masiello, Generoso Mastrogiovanni, Antonio Panza, Domenico Petriella e Antonio Romiti), quattro cardioanestesisti diretti da Isidoro Senese (Carmela D’Auria, Enrico Grassi, Giuliano Naimoli, Gabriella Talento), tre caposala (Maria Graziosi, Gerardo Montalbano, Anna Fraiese) e trentacinque infermieri; dati tratti dalla pubblicazione “1993-2013 venti anni di cardiochirurgia” curata da Antonio Longobardi, Paolo Masiello, Elvira Morena e Antonio Panza con la collaborazione di Liliana Verdoni (per l’archivio fotografico) e di Maria Grottola (per l’identità visiva e impaginazione); pubblicazione edita da “Arti grafiche Boccia spa”. Poi, negli anni, la squadra si è ingrandita, e naturalmente sono venuti fuori anche i primi malumori, le prime battaglie intestine; tutto nella normalità, come spesso accade per i piccoli che diventano grandi, anche perché a gestire il tutto c’è sempre stato lui, il capo, l’unico capo indiscusso con tanto di personalità e di professionalità, il vero capo capace di gestire la crescita, i successi e le contrapposizioni. Lui, Giuseppe Di Benedetto, è stato anche capace di entrare con e per la politica e di tenerla, però, lontanissima dagli spiccati interessi professionali che tutti i componenti della squadra avevano ed hanno nell’ottica di rendere un servizio sanitario alla comunità come non era mai accaduto prima e, forse, non accadrà in futuro. Una virtù, quella di Di Benedetto, che può appartenere soltanto ai grandi. Ora il capo vive un’altra splendida realtà, lontano dai rumor salernitani, e tutti devono farsene una ragione e convincersi che le prese di posizione, le proteste, le sottoscrizioni non portano da nessuna parte e, soprattutto, si allontanano da quel silenzio che il cuore esige sempre e comunque, scavando un solco insormontabile tra il servizio e l’utenza. Il 2017 si apre con una domanda che tutta la gente comune si pone: “Ma la cardiochirurgia continuerà ad essere quel magico gioiello che abbiamo imparato a conoscere in questi ultimi ventiquattro anni ?”. La speranza è che continui in sicurezza la sua splendida attività e che riesca ad implementare i tanti successi già conseguiti con altri meravigliosi traguardi; del resto l’ossatura portante della squadra è ancora quella del 1993, e la sua passione professionale è rimasta intatta e sana come quella d’allora. Del resto per quei 51 coraggiosi dell’aprile 1993 il motto è sempre quello: “Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme è un successo”. E non soltanto per una questione di cuore !!

3 Commenti

  1. Gentile Direttore, sono uno dei soci fondatori della Cardiochirurgia di Salerno, incidentalmente con un curriculum chirurgico (io insieme ad altri colleghi) superiore a quello del Dr. Coscioni. Mi sembra del tutto disdicevole equiparare una vicenda professionale di assoluta limpidità con una vicenda “politica” di opaco servizio. Mi pare che alle spalle della candidatura del Dr. Coscioni ci sia, in maniera preponderante o assoluta, la connotazione di esponente della politica vincente. Questa politica fa si che, in una sola persona “al comando”,si sintetizzi il ruolo di controllore politico e di concorrente ad un ruolo apicale in sanità:tutto ciò, in un tempo non molto lontano, si sarebbe chiamato conflitto di interesse. Mi rendo conto che l’etica ed il senso della memoria dei cittadini possano essere annacquati dalla enormità degli scandali italiani e che tale sensazione di obnubilamento possa anche essere attivamente favorita da atteggiamenti giornalistici, rocambolescamente evoluti, come quelli in cui lei si è andato distinguendo.
    La ringrazio.

  2. Egr. Direttore
    Il suo augurio finale per le sorti della cardiochirurgia è condivisibile. Infatti, il nostro centro è divenuto grazie al sacrificio di molti un’ eccellenza non solo in Campania (abbiamo la minore mortalità e il maggior volume chirurgico) che in Italia (siamo il primo centro per numero di bypass aorto-coronarici con una mortalità al di sotto della media italiana). E anche noi auspichiamo che tale ” magico gioiello” , come lei lo definisce, continui a brillare nella nostra regione. Eppure si è deciso di cambiare. Vani sono stati gli appelli a non sdoppiare il nostro reparto (cosa unica in Italia) da parte del personale cardiochirurgico pressoché all’unanimità, del suo attuale primario facente funzione il dr. Severino Iesu e del suo fondatore il prof. Giuseppe di Benedetto. Siamo stati gli artefici di tale eccellenza, che ha avuto quale suo presupposto solo la meritocrazia, l’impegno, le capacità professionali e la dedizione che per alcuni ha raggiunto la vera abnegaziine , tuttavia altri pensano di doverci imporre nuove regole di gioco. Da sempre forniamo dettagliate relazioni che chiariscono il reale fabbisogno che permetterebbe al nostro centro di essere “un gioiello sempre più brillante”: aumentare i posti di terapia intensiva postoperatoria e attivare la terza sala operatoria. Invece, lo sdoppiamento, così tenacemente perseguito e infine incredibilmente attuato, in barba alla necessità di razionalizzare e ottimizzazione le scarse risorse finanziarie della nostra regione, duplica solo la figura apicale con la certezza di un conflitto gestionale insistendo inevitabilmente su iso-risorse.
    Infine, ma non ultima, la nomina del collega Enrico Coscioni, annunciata e prevista da tutti i media, ha il sapore di una scelta imposta dall’alto e che non tiene conto dei Curricula formativi e chirurgici nè delle capacità e impegno professionali dimostrate sul campo da parte di altri cardiochirurghi, fra i quali “incidentalmente” anche io mi riconosco.
    La ringrazio per lo spazio di replica concessomi.

  3. Gent.mo Direttore
    Sono un altro dei soci “fondatori”, come vede non siamo rimasti in pochi, che ritiene opportuno far sentire la propria voce, come tra l’altro da lei auspicato.
    La cardiochirurgia ha continuato, dopo il pensionamento del padre “fondatore”, e continuerà ad essere il magico gioiello a tutti noto ed i risultati della attività relativi al 2016, che prossimamente saranno noti alla stampa, sono i migliori di sempre, anche più di quelli già eccellenti degli anni precedenti citati dal mio collega.
    Raggiungere questi risultati e l’apprezzamento dell’utenza, sempre poco considerata nella valutazione delle cose, è dovuta ad una rara combinazione di eventi; certo un leader aggregante ma anche un gruppo coeso, unito da spirito di servizio, correttezza, onestà morale, rispetto del paziente sofferente, rispetto delle regole ed anche da “amicizia”.
    La mia formazione anglosassone (ho lì prestato servizio per alcuni anni prima di venire a Salerno) mi ha già reso noto tempo orsono il sistema che forse oggi si vuole scimmiottare; più Consultant (primari) per ogni specialità. In realtà in quel sistema c’è un Chief (Primario Direttore) unico per divisione ed i Consultant sono chirurghi autonomi a cui vengono riferiti pazienti da operare a seconda delle attitudini, che dividono le stesse strutture (sarebbe estremamente anti economico gestire una doppia struttura) ruotando in sala operatoria in maniera programmata, ma sempre con un Chief di riferimento. In realtà ciò sarebbe possibile attribuendo più cariche sub-apicali che apicali, ed in Italia esiste la legislazione che lo permette; questo consentirebbe davvero il cambiamento del rapporto “subalterno” di cui parlava nel suo precedente articolo che permetterebbe “ampie e congrue carriere” con emersione di professionalità non sempre evidenziabili. Mai visto un esercito con più generali che colonnelli o tenenti!
    Nel suo paragone calcistico esalta la squadra che permette al capitano (non ai capitani!) di alzare la coppa insieme ai suoi campioni, certo di diversa levatura, e ciò rafforza la mia visione delle cose. E che il giocattolo si sia rotto con il “pensionamento del capo”, se mi permette, è soltanto una sua opinione personale mentre i risultati e l’apprezzamento che quotidianamente riceviamo dai pazienti mi dice ben altro!
    Da ultimo vorrei capire una cosa: ma la tenzone tra i due unici contendenti è una decisione della stampa? Sembra che non ci sia una pubblica selezione in atto con tanto di valutazione dei curricula di altri candidati, delle valutazioni redatte e delle attitudini, ma un duello pre-costruito ad arte! In una nazione civile si sarebbe discusso di interventi, attività scientifica, esperienza, capacità, impegno professionale, risultati. E si sarebbe premiato il curriculum migliore…
    Cordiali Saluti
    Dr. Paolo Masiello

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