il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Shoah: il giorno della memoria nel Pomponio Leto

Aldo Bianchini

TEGGIANO – Per il giorno della memoria, per ricordare cosa scoprirono le truppe sovietiche nell’inferno di Auschwitz ed al fine di sensibilizzare cosa accadde quel 27 gennaio 1945, per ricordare gli oltre sei milioni di vittime innocenti l’opera della scuola è importantissima. Va subito detto che da quando è stata istituita, per legge, la giornata della memoria un po’ tutte le scuole si sono mobilitate e si mobilitano, anno dopo anno, alla ricerca della formula migliore per presentare agli scolari ed agli studenti il dramma vissuto dall’intero popolo ebraico a margine della seconda guerra mondiale. La formula scelta dall’Istituto di Istruzione Superiore “Pomponio Leto” di Teggiano, ottimamente diretto dal dr. Rocco Colombo mi è sembrata la formula migliore. Per spiegarmi meglio è necessario leggere cosa il giornale online Ondanews ha scritto il 23 gennaio scorso a commento di un evento svoltosi in quell’istituto scolastico superiore: “Inaugurata, questa mattina, presso l’Istituto di Istruzione Superiore Pomponio Leto di Teggiano la mostra sulla Shoah, alla presenza di Marika Kaufmann, moglie di Slomo Venezia, uno dei pochi superstiti del campo di sterminio di Auschwitz. L’iniziativa che ha preso il via questa mattina ed alla quale ha preso parte anche il giornalista Eduardo Scotti, continuerà per l’intera settimana, con attività musicali e di drammatizzazione, visioni di documentari e di film riguardanti uno dei periodi più brutti della nostra storia, in cui saranno impegnati tutti gli studenti della scuola superiore di Teggiano. Presso la sede del Liceo Artistico, il 27 gennaio, giorno della Memoria, sarà inaugurata anche una mostra fotografica su Auschwitz del maestro Gino Nostrale. °°Non bisogna dimenticare – ha detto Marika Venezia agli studenti – perché se un orrore così grave è successo, non è detto che non possa succedere nuovamente. Bisogna stare veramente attenti e vigilare, studiare, impegnarsi, affinchè tragedie come quelle dell’olocausto non abbiano mai più a verificarsi°°. Parlavo prima di modi diversi di accostarsi al gravissimo problema anche al fine di presentarlo agli studenti nella maniera più veritiera e più accettabile possibile; parliamo della strage vergognosa di un intero popolo e, quindi, bisogna andarci cauti anche con i giudizi più trancianti. Ebbene il dirigente del Pomponio Leto di Teggiano, Rocco Colombo, ha scelto a mio modesto giudizio la formula migliore per raccontare la tragedia che a livello di “messaggio mediatico di massa” iniziò nel 1933 per finire il 27 gennaio 1945. Al Pomponio Leto è andato in scena qualcosa di nuovo, rispetto alle tante altre iniziative di questo tipo, in quanto Rocco Colombo è riuscito a mettere insieme un personaggio legato alla Shoah e tuttora vivente, un giornalista di vaglia come Edoardo Scotti (La Repubblica) ed egli stesso nella sua duplice veste di dirigente scolastico e di giornalista di provata esperienza. Perché la formula è di successo ? Semplicemente perché la formula racchiude in se tutte le sfaccettature del grave problema; difatti la shoah (soluzione finale) fu preparata negli anni ’30 anche grazie al dosaggio massiccio di messaggi xenofobi che la stampa dell’epoca fece propri e calò nelle coscienze di tutti i tedeschi sotto la guida della bellissima e gelida Leni Riefenstahl, grandissima regista-fotografa e giornalista. L’operazione messa in atto nel Pomponio Leto è stata esattamente il contrario di quella della mitica regista tedesco-ariana; in pratica i due giornalisti al tavolo della presentazione hanno prima raccolto i ricordi di Marika Kaufmann e conseguentemente hanno cercato di radicare nell’immaginario collettivo dei numerosi studenti presenti il concetto della parità e non della disparità delle razze. Complimenti sinceri ai due che hanno avuto il coraggio, conoscendo bene la materia in discussione, di andare contro corrente rispetto alle ripetitive e ormai obsolete rappresentazioni strappalacrime che vanno in scena un po’ dovunque.

Ma in realtà la shoah, o meglio la soluzione finale, cosa è stata ? La risposta non è delle più semplici anche perché gli spazi giornalistici non lasciano molta libertà e inducono a sintesi molto ristrette. Dunque, agli inizi degli anni ’30, il sentimento di odio dei tedeschi nei confronti degli ebrei raggiunse picchi di fanatismo e di parossismo assoluti. La spinta maggiore fu rappresentata dalla famigerata “propaganda nazista” (che oggi definiremmo “propaganda mediatica” !!) e dall’azione cinematografica della famosissima Leni Riefenstahl (morta qualche anno fa all’età di 101 anni) che affascinata dalla potenza oratoria di Hitler aderì al nazismo fino a divenire la documentarista ufficiale del terzo Reich, anche con film come quello sulle Olimpiadi del ’36 a Berlino. Nelle mie ricerche ho ritrovato un vecchio e impolverato libro del 1962 “Martin Bormann – Hitlers Schatten”, scritto da Joseph Wulf, edito da Sigbert Mohn Verlag Gutersloh nel 1962 e pubblicato in Italia nel 1965 dalla Garzanti. Ho così scoperto, rileggendo quel libro a distanza di moltissimi anni dalla prima lettura, che il personaggio più importante in assoluto (al di là dei nomi roboanti triti e ritriti che le cronache di oggi ci ripropongono, anche al di là dello stesso Joseph Paul Goebbels che gestì la propaganda internazionale dal 1939 in poi) nella propaganda nazista fu WILHELM FRICK, ministro dell’interno del Reich e succube predestinato di Martin Bormann l’uomo più potente del terzo reich. Frick nel 1933 tenne una conferenza al Consiglio degli Esperti per la politica razziale e demografica; parlò dell’esistenza in Germania di più di 500mila casi di malattie ereditarie gravi, fisiche e mentali, e di un numero ancora più rilevante di malattie meno gravi. Secondo Frick il 20% della popolazione tedesca era biologicamente affetta da tare ereditarie e dichiarò che nella società tedesca non c’era posto per i discendenti di questi individui malati.

La scoperta di Frick può apparire una banalità, ma all’epoca  non fu così. Il ministro dell’interno riuscì abilmente ad insinuare nell’immaginario collettivo tedesco che la razza ariana non poteva pagare un prezzo così alto per chi essendo malato non poteva adeguarsi alle necessità sociali-politico-militari del Reich. Ma l’astuzia di Frick non finì qui; avvalendosi dell’opera di tutti (compresa l’arte documentaristica della Riefenstahl), ed avendo avuto carta assolutamente bianca da Bormann, con grande e perversa abilità mediatica riuscì a far passare nella mente dei tedeschi che la totalità della razza degli ebrei europei poteva e doveva essere assimilata con quel 20% dello stesso popolo tedesco e che quindi andava eliminata in un’assurda e fanatica “soluzione finale”.

Ma Frick continuò con la sua propaganda incredibile: passò ad elencare con scrupolosa esattezza le spese che causavano allo Stato gli ammalati di mente, i deficienti, gli storpi e i delinquenti stabilendo che ognuno di loro costava ben quattro marchi e mezzo al giorno, mentre un valido lavoratore ne guadagnava soltanto due marchi e mezzo.  E parti la famosissima “Lebensauslese” (l’igiene razziale) per la pulizia etnica radicale.  Ma ci fu anche dell’altro; prima di partire con le leggi razziali Frick si preoccupò di far passare anche il pensiero scientifico tra la gente; nel 1934 indusse Gustav Franke ed anche il professor Fetscher di Dresda (noti scrittori e psichiatri dell’epoca) a scrivere pubblicazioni e trattati medici fino al punto di dimostrare che un ragazzo minorato costava tre volte in più di uno normale e che gli individui biologicamente tarati (tra i quali tutti gli ebrei europei) costavano ben 350milioni di marchi all’anno. Ma Frick, naturalmente, non si accontentò delle chiacchiere, dei trattati e delle pubblicazioni e partì lancia in resta alla conquista di una sentenza da parte di un tribunale che potesse comprendere ed avvalorare le sue tesi sulle deficienze della razza ariana e, soprattutto, sulle problematiche create da tutta la razza ebrea verosimilmente assimilabile ad una popolazione inferiore, malata e costosa che andava eliminata. Nel 1937 indusse un contadino di Weidau presso Buttstadt, un certo Weber, ad uccidere il figlio malato di mente e presumibilmente inguaribile.  In sede processuale passò addirittura il concetto di “legittima difesa” del padre nei confronti del figlio, un concetto teorizzato dal famoso Karl Astel (professore di genetica e politica razziale all’università di Jena) nella perizia giudiziaria in qualità di consulente tecnico della Corte di Assise di Weimar. Il pubblico ministero chiese la pena di morte, la Corte lo condannò a soli tre anni di carcere con numerose attenuanti generiche e specifiche prevalenti sulle aggravanti; non fece neppure un giorno di carcere. Il 17 agosto 1938 l’apice del progetto: una sorta di marchio per gli ebrei che furono costretti da una legge dello stato (partorita dalle menti di Frick e di Bormann) ad aggiungere i nomi di Israel e Sara a quelli naturali; per individuarli meglio e subito, quasi come ai tempi della strage degli innocenti all’epoca di Gesù; la storia si ripete. Qualche mese dopo, nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938, puntuale arriva la “Kristallnacht” (la notte dei cristalli).  Dagli atti del “processo di Norimberga” per lo stralcio inerente 23 medici risulta che sotto la guida del famoso prof. Karl Brandt furono avviate, già dal 1938, “le stazioni dell’eutanasia nelle quali ad insindacabile giudizio del medico incaricato venivano uccisi i soggetti a rischio con un colpo alla nuca nell’ambito del progetto generale che prevedeva lo sterminio di un milione di tedeschi; tutto sotto il controllo metodico e scrupoloso di Martin Bormann che spingeva Brandt ad una maggiore e più severa osservazione delle esecuzioni. Ecco il principio della legittima difesa era bello e confezionato ed anche consacrato e legalizzato; il gioco, dunque, era fatto e si poteva passare all’attacco e come contro pacco del milione di tedeschi era necessario sterminare ben 6 milioni di ebrei.  Così la Germania si accingeva allo “sterminio” per mera legittima difesa nei confronti di tutti, con tanto di pubblicazioni, trattati e sentenze. L’opera di  WILHELM FRICK era compiuta, la grande “Endlosung” meglio nota come “soluzione finale” poteva iniziare: per rendere il Reich “judenrein”, ripulito dagli Ebrei.

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