il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

GIUSTIZIA: da “Pino la rana” a Giuseppe Petrillo

 

Aldo Bianchini

 

SALERNO – Nel Corso della mia lunga attività di cronista giudiziario non avevo mai visto un processo così complesso, contradditorio ed articolato; superiore a tanti altri processi in quanto in quello per la morte violenta di Nicola Di Gloria (il sessantaduenne ucciso a Polla nell’ormai lontana notte tra il 7 e l’8 maggio del 2010) ci sono state sentenze e determinazioni palesemente in contraddizione l’una verso l’altra. Questo processo, però, mi ha insegnato una cosa importante e cioè che nel giudizio penale incide moltissimo la figura e l’opera professionale dell’avvocato. E mai come in questo caso ha inciso l’opera dell’avvocato penalista difensore della famiglia Di Gloria, alludo all’avvocato Sebastiano Tanzola che ha seguito al meglio tutte le fasi del processo incassando le sconfitte e non enfatizzando le vittorie. In primo grado l’omicida Giuseppe Petrillo (trentaseienne e portatore di un’invalidità parziale pari al 43%) fu condannato a 23 anni di carcere; in appello la corte gli riconobbe la parziale infermità mentale (del resto basta guardarlo nella foto per capirne di più !!) nell’atto di commettere lesioni volontarie e non omicidio volontario e lo condannò a 6 anni di carcere con la remissione immediata in libertà. Stridente la differenza tra le due sentenze, la Cassazione non poteva fare altro, di fronte al perfetto ricorso dell’avv. Tanzola, che rimettere gli atti alla Corte di Assise e di Appello di Salerno che, non riconoscendogli le attenuanti di cui al primo appello, lo ha condannato di nuovo a 23 anni. Esaltando l’ottima difesa di Tanzola non voglio assolutamente sminuire quella dei diversi difensori di Petrillo; purtroppo il giovane di Polla è stato difeso da troppi avvocati che, probabilmente, hanno messo in campo tutta la loro professionalità ma con linee di pensiero ovviamente diverse; è questo a mio avviso ha avuto un peso notevole sulle decisioni dei vari giudici chiamati a sentenziare, fin qui, il caso. Quando si ha a che fare con questo tipo di processi bisogna distinguere bene i diversi ruoli della vittima e dell’aggressore. Parlo di processi con uno sfondo sessuale ovvero di omosessualità palese, se non proprio di pedofilia. In questi processi la vittima riveste solitamente il ruolo di adescatore e l’aggressore quello dell’adescato; rari i casi in cui i due soggetti omosessuali si incontrano per scelta volontaria e consapevole; e qui il discorso sarebbe diverso. Tutta qui la non facile difesa degli interessi della vittima Nicola Di Gloria, una difesa portata avanti in punta di diritto e di fioretto, e sul filo del rasoio. In pratica l’avvocato Sebastiano Tanziola è riuscito (almeno così sembra a chi come me è chiamato ad osservare) a ribaltare i ruoli delle due figure in campo facendo riconoscere prevalente l’azione offensiva del Petrillo rispetto a quella del Di Gloria che quella sera, come altre volte in precedenza, aveva accompagnato il suo potenziale assassino con la propria autovettura negli spostamenti tra un locale pubblico e l’altro. Non vorrei essere molto lungo anche perché la materia è assolutamente farraginosa e irta di ostacoli; in effetti nel caso di specie nessuna attenuante è stata concessa all’assassino e tutti i dubbi sono stati trasformati in certezze in favore della vittima. Senza tema di essere smentito mi sento di poter affermare, quindi, che se il compianto poeta-scrittore-regista-giornalista-filosofo Pier Paolo Pasolini avesse avuto come difensore l’avv. Sebastiano Tanzola sicuramente Giuseppe Pelosi (alias Pino la rana) se la sarebbe vista davvero brutta. Anche quello del 2 novembre 1975 sul lido di Ostia fu un omicidio a sfondo sessuale ed anche lì c’era una vittima ed un aggressore. Ma in quel caso la difesa dell’assassino riuscì a dimostrare che la reazione violenta del Pelosi alle avance omosessuali di Pasolini erano sfociate in “lesioni volontarie” e non nel conclamato omicidio del grande personaggio pubblico di quegli anni. E la sentenza di condanna, in questo senso, parlò chiaro: 9 anni e 7 mesi di reclusione, scontati soltanto in parte dal famigerato Pino la rana, personaggio abbastanza oscuro del mondo di sotto della Roma viziata, e non abbonato come da molti è considerato Giuseppe Petrillo. Per il caso che ci interessa non è ancora tutto finito e verosimilmente si ritornerà ancora in Cassazione che dovrebbe, a breve, porre la parola fine. E’ giusto ricordare che io personalmente sono stato sempre schierato con quanto il primo appello ha stabilito (se anni di carcere e riconoscimento della parziale invalidità mentale), ma naturalmente il mio parere è soltanto giornalistico con un valore aggiunto che è ancora in favore dell’avvocato Tanziola. E’ stato l’unico tra i tanti avvocati e super periti (basta ricordare la criminologa Bruzzone e il generale Garofalo) chiamati a difendere Petrillo che con grande umiltà professionale ha ritenuto di dover scambiare con me qualche considerazione sul caso, a volte anche in maniera decisa; tutti gli altri mi hanno sempre, bontà loro, completamente ignorato.

 

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