il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

La Donazione di Costantino: Stato e Chiesa nel pensiero di Dante


di Giovanni Lovito

O felicem populum, o Ausoniam te gloriosam si vel nunquam infirmator ille Imperii tui natus fuisset, vel nunquam sua pia intentio ipsum fefellisset! (De Mon., II-13).
[Oh felice popolo (romano), oh Italia gloriosa se colui che indebolì il tuo Impero non fosse mai nato ovvero la sua pia intenzione non l’avesse mai ingannato].

Più volte nelle opere maggiori dell’Alighieri ritorna il motivo inerente all’ormai nota donazione di Costantino, secondo la quale l’Imperatore romano, guarito dalla lebbra per intercessione di papa Silvestro I, avrebbe trasferito alla Chiesa il dominio dell’Italia e di Roma, spostando la sede imperiale dall’Urbe a Bisanzio (Par. VI, 1-9). La scissione territoriale provocò un processo inarrestabile di lacerazione dell’unità politica e culturale, mentre, con la caduta dell’Impero occidentale, il cristianesimo si divise ulteriormente in cristianesimo latino, in Occidente, e cristianesimo greco in Oriente. Nel corso del Medioevo, inoltre, sarebbe stato redatto un vero e proprio documento, il Constitutum Constantini, successivamente inficiato dal Valla, con cui il Papato avrebbe dimostrato non solo la validità storica e giuridica dell’atto legislativo, ma avrebbe altresì avallato il primato della Chiesa sull’Impero. Giuristi, decretalisti e canonisti, nel corso del Medioevo e in età umanistico-rinascimentale, affrontarono la vexata quaestio del lascito imperiale, iniziando un acceso dibattito sulla validità o legittimità del Constitutum. Da Graziano a Paucapalea, da Placido di Nonantola ad Onorio d’Autun, da Jacques de Revigny a Bartolo da Sassoferrato, da Alberico da Rosciate a Lorenzo Valla, a Domenico Iacobacci: il Constitutum Constantini entrò a far parte del patrimonio giuridico medievale, rivelandosi la testimonianza idonea a consolidare e rafforzare la teoria del dominio universale del Papato. Sulla base dell’atto giuridico, inoltre, maestri bolognesi e franco-tedeschi sostennero apertamente l’egemonia ecclesiastica su quei territori che erano stati concessi dall’Imperatore a Silvestro I. Da ciò la teoria relativa al binomio sole/luna, rivalutata da alcuni pontefici per difendere l’idea della supremazia del potere spirituale rispetto al potere temporale: come la luna risplende grazie alla luce del sole, così il potere regio, secondo i pontefici romani, avrebbe dovuto ricevere «lo splendore della propria dignità» dall’autorità papale.
Innocenzo III, che sostenne fermamente l’idea della supremazia del Papato sull’Impero, avrebbe fatto riferimento alla Donatio una sola volta, nel Sermo de sancto Silvestro, anche se – va detto – nel corso del suo pontificato diversi canonisti intervennero sulla vertenza giuridica, preparando l’utilizzazione che, successivamente, ne avrebbero fatto Gregorio IX, Innocenzo IV e, soprattutto, Bonifacio VIII. Il sogno teocratico di Innocenzo, in effetti, avrebbe ritrovato il suo valido supporto nella bolla Unam Sanctam, in quel periodo in cui la Chiesa, attraverso successive cadute (Anagni, cattività avignonese, scisma d’Occidente), assisteva al declino del suo potere politico e religioso, oltre che alla dissoluzione dello spirito universalistico che era stato proprio dell’età medievale. All’opera dantesca nel tardo Medioevo si affiancarono altri scritti
storico-giuridici che avevano come tema centrale la Donatio. Le vicende relative all’insulto di Anagni e allo scontro tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello; il dissidio sorto tra Clemente V e Arrigo VII, con successivo inganno perpetrato dal primo nei confronti del sovrano lussemburghese (Par. XVII, 82); il contrasto fra Giovanni XXII e Ludovico il Bavaro: sono gli eventi fondamentali della storia italiana ed europea che contemplarono il riaccendersi delle dispute sul Constitutum e, necessariamente, sul rapporto vigente tra le due supreme potestà.
Per Lorenzo Valla la Donatio sarebbe priva di valore e legittimità; ciò alla luce di un dato fondamentale su cui, diverse volte, s’era già soffermato l’Alighieri: gli imperatori non avrebbero potuto cedere parte dell’Impero trasferendo il proprio potere e i propri territori alla Chiesa né il Papato avrebbe dovuto utilizzare il Constitutum per comprovare, illegittimamente, l’egemonia del potere spirituale su quello temporale. Secondo alcuni critici, Dante, alla cui opera più volte si rifece anche il giurista Alberico da Rosciate, in un primo momento giammai avrebbe dubitato dell’autenticità del manoscritto medievale, se è pur vero che in vari luoghi della Commedia la Donatio diventa il pretesto fondamentale per l’invettiva nei confronti del mondo ecclesiastico e del Papato. Si è già visto come, per il Fiorentino, due siano state le cause della vacatio Imperii e del degrado politico dell’Italia, vale a dire l’ingerenza della Chiesa e della corona francese riguardo l’ordinamento giuridico e civile italiano (con la consequenziale confusione dei due poteri che ne derivò) e la donazione di Costantino; sicché la «mala condotta» del clero sarebbe stata la conseguenza assoluta di una più lontana causa, senza la quale «né l’unità italiana sarebbe mai stata innaturalmente scissa né la Chiesa sarebbe mai diventata la rivale dell’Imperatore e del Re dei Romani». Motivi, questi, riscontrabili nel canto VI del Purgatorio, là dove l’Alighieri, inveendo contro il mondo ecclesiastico, sottolinea come lo stesso, per la brama di dominio, avesse usurpato il potere proprio dell’autorità imperiale. Il passo è di fondamentale importanza: alti prelati e pastori avrebbero dovuto provvedere alle cose spirituali, lasciando all’imperatore l’esercizio dell’autorità giuridica e civile, per il bene dell’Italia e del mondo. L’intervento ecclesiastico nella vita politica italiana era stata la causa fondamentale delle discordie interne e del frazionamento della ‘Nazione’, con il consequenziale intervento sulla scena politica di una monarchia illegittima, quella francese, che avrebbe condotto la Chiesa all’umiliazione di Anagni (Purg. XX, 85 sgg.) e l’Impero all’inganno del «Guasco» nei confronti «dell’alto Arrigo» (Par. XVII, 82). Pertanto, all’idea dantesca dell’unità nazionale realizzabile sotto il dominio del monarca universale, si contrappone lo strapotere di una Chiesa coadiuvata e sorretta dalla dinastia d’oltralpe, in nome di una causa lontana nel tempo e nella storia, la Donatio. Scrisse, a tal proposito, l’Ercole: «Il che avviene perché essa separazione (dell’Italia) è, per lui, a sua volta, la fatale conseguenza di quella donazione di Costantino, quale Dante, coi più fra i contemporanei, storicamente concepisce, che egli considera l’evento più dannoso, all’umanità in genere, e all’Italia, in ispecie, che si sia fra gli uomini verificato, dopo il peccato originale: […]». Si tratta, in effetti, dell’evento che aveva corrotto e inficiato l’autorità dei due soli (Purg. XVI, 106-111), dei remedia fondamentali che, nel De Monarchia (testo base, quest’ultimo, per comprendere l’atteggiamento dantesco verso la Donatio), vengono menzionati in quanto guide supreme per il raggiungimento, da parte dell’uomo, della felicità terrena (Impero) e della beatitudine eterna (Papato). Dopo aver dimostrato, nel primo libro del trattato politico, che la monarchia universale è necessaria al benessere del mondo e, nel secondo, che il popolo romano si è attribuito a buon diritto l’ufficio dell’Impero, nel terzo ed ultimo libro, sostenendo l’autonomia dell’autorità imperiale rispetto al Papato, il Fiorentino dimostra mediante logiche osservazioni che il potere temporale dipende direttamente da Dio, non certo dal suo vicario in terra (De Mon., III-16).
All’uomo fu necessaria una duplice direzione secondo il duplice fine: il sommo pontefice che, in base alla Verità rivelata, guidasse il genere umano verso la vita eterna; l’imperatore che, mediante l’insegnamento dei filosofi (Inf. IV, 106 sgg.), indirizzasse gli uomini alla felicità terrena. Tali argomentazioni – ci sembra lo si debba dire – hanno il loro riflesso in vari luoghi della Commedia. Nel canto XIX dell’Inferno, nel corso dell’invettiva contro i papi simoniaci, l’Alighieri denuncia l’avarizia e la mala condotta dei pastori della Chiesa; non manca di biasimare, inoltre, l’Imperator che mediante la Donatio s’era rivelato la causa assoluta della degenerazione morale e spirituale della Curia romana:

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre! [Inf. XIX, 115-117].

Secondo l’opinione dell’Ercole, i versi 79-87 del canto sarebbero stati scritti in concomitanza con la stesura del XXX del Paradiso, mentre non c’è un riferimento al sovrano di Lussemburgo e all’inganno da lui subìto per mano di Clemente V poiché, intenzionalmente, il Poeta non volle «turbare l’armonia della prima Cantica, la quale ignorava completamente Arrigo».
La brama di potere e di ricchezza aveva indotto il mondo ecclesiastico a negoziare le cose di Dio e a «puttaneggiar coi regi», rendendo la Chiesa stessa un vero e proprio «mostro apocalittico», mentre causa primaria di tutto ciò s’era rivelata la ‘dote’ che il «primo ricco patre» avrebbe ricevuto per volere di Costantino. Le piume che l’aquila, vessillo imperiale, lascia cadere sul carro simboleggiante la Chiesa (Purg. XXXII, 112-117) sono la rappresentazione allegorica della donazione costantiniana, radice assoluta dell’alterarsi del rapporto di reciproca indipendenza delle due guide supreme del mondo (Purg. XXXII, 124-129). Sul carro compaiono i simboli della Curia romana (una meretrice) e della monarchia francese (un gigante); la selva nella quale entrambi si inoltreranno diventa l’emblema del trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone. Nel canto successivo il Fiorentino ritornerà su tale allegoria, vaticinando, per bocca di Beatrice, l’avvento di un cinquecento diece e cinque (Duce/Veltro), messo di Dio, che ucciderà «la fuia / con quel gigante che con lei delinque». Nel canto XXVII dell’Inferno, Guido da Montefeltro inveisce duramente contro il Papato e, particolarmente, contro l’alto prelato che lo aveva fatto ricadere nel ‘vecchio peccato’, inducendolo a dare un consiglio fraudolento per annientare e distruggere Palestrina e i Colonnesi:

Lo principe de’ novi Farisei
avendo guerra presso a Laterano
e non con Saracin nè con Giudei
ché ciascun suo nimico era Cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano; …………………………………….
Ma come Costantin chiese Silvestro
d’entro Siratti a guerir della lebbre;
così mi chiese questi per maestro
a guerir della sua superba febbre: […]. [Inf. XXVII, 85 sgg.].

Ancora una volta, dunque, c’è il riferimento alla Donatio e, in modo particolare, alla leggenda secondo cui Costantino, ancora pagano, non riuscendo a guarire dalla lebbra fece chiamare il Papa rifugiatosi (per evitare le persecuzioni) in un antro dei monti sabini. L’Imperatore fu battezzato e l’acqua lustrale, stando al racconto, lo avrebbe liberato dalla grave malattia.
L’anima del sovrano che «per cedere al pastor si fece greco» (Par. XX, 57) (trasferendo a Bisanzio l’insegna imperiale, il Diritto e le antiche «leggi romane»), quasi a suggello della sua importanza storica e politica, sarà parte integrante dell’occhio dell’aquila che si manifesta nel cielo di Giove:

L’altro che segue, con le leggi e meco,
sotto buona intenzion che fe’ mal frutto,
per cedere al pastor si fece greco: […]. [Par. XX, 55-57]

Francesco Ercole giunse ad una conclusione fondamentale: Dante s’era ingannato nel credere che la Chiesa potesse favorire la restaurazione dell’Impero, essendovi una causa remota che «il mondo ha fatto reo», la ‘donazione’. Quest’ultima, se nell’Inferno sembra rivelarsi la radice assoluta della corruzione ecclesiastica, negli ultimi canti del Purgatorio e nel De Monarchia diventa la causa «onde la pianta dell’umana civiltà è stata schiantata e derubata una seconda volta dopo il peccato d’Adamo». Tematiche, queste, che ritornano, con i dovuti chiarimenti e approfondimenti giuridici, nel terzo libro della Monarchia, là dove, sottolineando particolarmente l’inalienabilità del Diritto e del potere imperiale, il Fiorentino sembra anticipare il pensiero di alcuni storici dell’Umanesimo e, particolarmente, le teorie del Valla: l’Impero non poteva assolutamente donare, mentre la Chiesa non era in grado di ricevere. Costantino non avrebbe potuto alienare la dignitas dell’Impero, tanto meno la Chiesa avrebbe potuto accettarla. Tutto ciò alla luce di una serie di motivazioni fondamentali che l’Alighieri, sottolineando il nesso Impero/Diritto, annovera verso la fine del trattato politico, dando vita alla quaestio relativa alla giurisdizione imperiale e all’inalienabilità della stessa. Essendo l’imperatore Augustus, suo compito preciso è quello di «augere» e non «minuere» l’Impero; inoltre, poiché la iurisdictio (Impero) è antecedente al iudex (imperatore), giammai quest’ultimo avrebbe potuto trasferirne una parte alla Chiesa, riducendone l’estensione e i confini (De Mon., III-10). Poiché ancor prima dell’imperatore v’era la giurisdizione imperiale, il sovrano che avesse osato scinderla o ridurla avrebbe compiuto «un atto contrario all’ufficio suo di imperatore e perciò privo di qualsiasi valore giuridico». Il trasferimento della dignità imperiale alla Chiesa, infatti, sarebbe stato equivalente alla lacerazione della tunica inconsutilis che non osarono scindere nemmeno coloro che trafissero Cristo. Inoltre, poiché fondamento dell’Impero è il Diritto, la sua ‘scissione’ avrebbe determinato l’annientamento del Diritto stesso. Sono questi alcuni dei motivi fondamentali con cui Dante tende a confutare il presunto principio, di diritto e di fatto, inerente alla dipendenza del potere temporale rispetto a quello spirituale.
Un punto, in conclusione, va tenuto ben saldo: il De Monarchia, unitamente ai canti della Commedia considerati, segna un punto di svolta nel pensiero politico del Fiorentino. Non solo, infatti, il Sommo Poeta, al tempo della discesa di Arrigo VII in Italia e negli ultimi anni di vita, manifesta l’ideale dell’indipendenza del potere temporale rispetto a quello spirituale, ma, quasi anticipando le teorie umanistiche e sulle orme di alcuni giuristi del secolo XIV, avalla e trasmette ai posteri, probabilmente per la prima volta, un concetto di primaria importanza: la Chiesa non poteva assolutamente ricevere, mentre l’Impero non poteva alienare i suoi beni e i suoi territori (Roma compresa) al papa. Ritorna l’annoso problema della proprietà ecclesiastica che, sulle orme degli scritti dei giureconsulti medievali, viene riesaminato in un’ottica non solo morale e teologica, ma anche e soprattutto giuridica e politica. Da ciò la forte invettiva contro un Papato e una Chiesa che, sulla base di un documento apocrifo, da tempo erano intervenuti direttamente sulle questioni civili e giuridiche riservate all’imperatore, rivelandosi la causa prioritaria del frazionamento politico e sociale della ‘Nazione’. La nuova concezione dantesca della politica, in tal senso, oltre a toccare le basi immanenti della società umana e a precorrere alcune teorie che saranno proprie del pensiero risorgimentale, rimane tuttora viva e risplende, per l’Italia moderna, «come una scìa luminosa lasciata da un genio immortale nei secoli».

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