il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Piccoli comuni: occorrono riforme strutturali

 

 

di Massimo Calise

La recente approvazione del Ddl “Misure per il sostegno e la valorizzazione dei piccoli comuni, nonché disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici dei medesimi comuni” ha suscitato molti entusiasmi fra politici ed amministratori locali. Qualcuno si è spinto ad affermare che esso possa “creare le condizioni perché i nostri giovani possano continuare a vivere dignitosamente nei piccoli paesi e nei luoghi dove sono nati.”. In realtà tali condizioni si potranno creare solo con una strategia precisa, coerente che miri a riforme strutturali.

Purtroppo queste non sono l’obiettivo del Ddl in questione. Risulta incoerente l’atteggiamento del Governo e del PD, il partito di maggioranza che lo sostiene.

Il 15 settembre 2017 sulla pagina Facebook del PD un post che esalta i risultati del partito e del governo per quanto riguarda la Fusione dei Comuni. Testuale: “Quest’anno per la prima volta dal 1951 il numero di comuni italiani è sceso sotto quota 8 mila (nel 2011 erano 8.100) Al 14 settembre, il numero di municipi italiani è infatti 7.987. Molti comuni stanno infatti sfruttando i generosi incentivi messi in campo nel 2014 dal governo Renzi … “.

È tutto vero, implicitamente si evidenzia come il processo instaurato giovi sia ai Comuni interessati sia all’intero “sistema Paese”. Infatti la Fusione dei Comuni è stata ampiamente adottata nel Centro-nord d’Italia, molto molto meno al sud. Tuttavia, anche al sud, vi sono cittadini, associazioni e pochi politici e amministratori che si battono affinché si colga questa opportunità. Costoro si aspettavano, e si aspettano, che il Governo ed i partiti spingano per dare impulso a questo istituto, invece … .

Il 28 settembre 2017, anche sulla pagina Facebook, il PD vanta l’approvazione di una legge a favore dei piccoli Comuni che appare, oggettivamente, un incentivo affinché rimangano tali.

È evidente: manca una strategia per il riassetto degli enti locali, è innegabile che i piccoli comuni necessitino di interventi ma sarebbe stato opportuno e coerente inserirli in una logica di riassetto strutturale; appunto quella logica perseguita dall’istituto della Fusione dei Comuni. Ricordo che esso consiste nell’accorpamento di più Comuni preesistenti per istituire un Comune unico. Si tratta di un’opportunità concreta, strutturale e finanziata di riorganizzazione territoriale: il risultato sarà un Comune più efficiente, maggiormente capace di soddisfare l’esigenze dei cittadini e stimolare lo sviluppo.

Invece il provvedimento approvato prevede per i piccoli Comuni (popolazione fino a 5.000 abitanti) finanziamenti che potranno essere erogati su ben otto punti indicati come prioritari (articolo 3). È previsto un fondo di 10 milioni di euro per l’anno 2017 e di 15 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2018 al 2023, Sono in totale 100 milioni di euro, i comuni potenziali beneficiari sono quasi 6.000.

Ora potete immaginare come saranno contenti gli amministratori beneficiari di questa pioggia di euro! Non ci sfiora nemmeno il sospetto che tutto ciò sia, in qualche modo, legato alle non lontane elezioni politiche.

Voglio far notare che questa mole di denaro destinata coerentemente, in qualche modo, ad incentivare Regioni e Comuni ad attuare Fusioni, specialmente nel sud “pigro”, amplificherebbe grandemente i benefici menzionati e già percepiti. Gli ultimi governi si sono impegnati con provvedimenti legislativi e fondi a promuovere le fusioni: nel solo 2017 sono stati ripartiti quasi 38 milioni di euro fra i Comuni Unici. Allora l’obiettivo dello snellimento del sistema Italia e della riduzione della frammentazione territoriale è avvertito come priorità da una parte importante della classe politica, perché non perseguirlo con coerenza? Insomma attuare, finalmente, una politica dallo sguardo lungo che creerebbe i presupposti per un duraturo benessere e, soprattutto, per un futuro dignitoso per i giovani che oggi sono costretti o ad emigrare o a sottostare ai notabili locali per sperare in un lavoro temporaneo e precario.

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