il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

B.R. / GANCIA: la storia del Paese ed anche delle …Brigate Rosse

 

Aldo Bianchini

 

SALERNO – All’età di 87 anni, alle prime luci del mattino del 7 ottobre 2017, è morto Lorenzo Vallarino Gancia, uno degli spumantieri (forse l’unico) che ha imposto il marchio italiano in tutto il mondo. Amico vero dell’Avvocato (Gianni Agnelli, ndr !!) e con lui protagonista di indimenticabili scorribande giovanili tra auto di lusso, barche da sogno, salotti esclusivi e belle donne. Ha chiuso la sua vita terrena andandosene in silenzio, esattamente il contrario di come aveva vissuto dopo la laurea  ottenuta in una delle università californiane  più prestigiose del mondo. Sempre in prima fila, sempre sull’onda del successo, sempre esposto pubblicamente, ma sempre estremamente corretto con se stesso, con i suoi collaboratori e dipendenti. Ha saputo centrare il successo riuscendo a far bere a tutti gli italiani, singolarmente, almeno una coppa di spumante Gancia nel corso della propria vita.

         E come sempre accade in questi casi la “famiglia Gancia” è legata, non per colpa sua, ad uno dei misteri più inquietanti della storia di questo Paese. Correva l’anno 1975, esattamente il giorno 4 giugno alle ore 15.30, quando Vittorio Vallarino Gancia, il cugino di Lorenzo, venne rapito dalle Brigate Rosse tra Alessandria e Torino in zona Canelli. La richiesta di riscatto fu quasi immediata: un miliardo di lire subito per evitare tragiche conseguenze. L’auto di Gancia venne ritrovava tra Nizza Monferrato e Canelli; decine pattuglie di carabinieri e di Criminalpol furono immediatamente impegnate nella ricerca affannosa; il rapito era pur sempre il rampollo di una delle famiglie più potenti d’Italia. Un piccolo episodio incise profondamente nella storia conclusiva del sequestro con la liberazione dell’ostaggio il giorno successivo 5 giugno 1975 (intorno alle 11.40 del mattino) con l’assalto delle forze dell’ordine alla “Cascina Spiotta” dove si riteneva fosse imprigionato l’imprenditore. Un piccolo episodio, dicevo, difatti un paio di ore prima c’era stato uno strano incidente stradale a poche centinaia di metri dalla cascina; si scontrarono due macchine e il guidatore dell’auto investitrice si offrì subito per ripagare con soldi contanti (75mila lire) il piccolo danno causato, solo un paraurti leggermente ammaccato, all’altra auto. Questo fatto, questa fretta di andare via insospettì gli investigatori che in massa circondano la cascina e poco dopo partì l’assalto: due morti e due feriti gravi; Vallarino Gancia libero ed illeso.

         I morti furono Giovanni D’Alfonso (carabiniere) e Margherita Cagol (terrorista e moglie di Renato Curcio capo delle BR); proprio quel Curcio che gli inquirenti indicheranno come l’autista del mezzo incidentato qualche ora prima e frettolosamente andato via dopo aver ripagato il danno causato.

         Due le verità nascoste per sempre: se quel giovane era Curcio, chi lo aveva avvertito dell’imminente assalto ? e Margherita Cagol perché era rimasta nella cascina e perché e da chi era stata uccisa ?

         Questi interrogativi ci accompagnano fin dal 1975 e rimarranno per sempre nei segreti più bui della storia della nostra repubblica.

         Molte le versioni, ufficiali ed ufficiose, sullo scontro armato della Cascina Spiotta (nei pressi di Alessandria); quella processuale racconta che la Cagol, ferita gravemente, alla spalla ed alla schiena muore per dissanguamento prima di poter essere soccorsa dalle ambulanze che, comunque, giunsero in quella località nei minuti successivi; ma la verità processuale sappiamo che spesso non coincide con quella reale.

         Nel libro “BR, imputazione: banda armata” (edito dalla Garzanti nel 1977) l’autore Vincenzo Tessandori, storico delle BR, a pag 263 riporta il contenuto di una relazione scritta da un terrorista che era riuscito a nascondersi in un cespuglio al largo della cascina: “”… Mara giaceva ferita ma viva e rantolante sull’erba, dopo la sparatoria. Un carabiniere ha chiesto per radio istruzioni, poi si è avvicinato e le ha sparato a freddo. Uccidere i rivoluzionari non è reato …””.

         Non si è mai saputo chi fosse il carabiniere e, soprattutto, a chi il carabiniere avesse chiesto per radio cosa fare; le ipotesi sono tantissime, e una più stravagante dell’altra.

         Soltanto due cose sono sicure: 1) quel brigatista aveva scritto la relazione per il nucleo operativo delle BR capeggiato da Curcio e venne ritrovata dalle forze dell’ordine nel covo di Via Maderno a Milano dentro il quale vivevano alcuni terroristi e di tanto in tanto passava anche Curcio; 2) il referto dell’autopsia sul corpo della Cagol addebitava alla ferita al petto di arma da fuoco la conseguente morte.

         Il contrasto tra il referto autoptico e il verbale dei Carabinieri che parlava di due ferite, una al petto e l’altra alla spalla, era ed è tuttora stridente.

         La conclusione processuale su quella relazione e sul contrasto tra l’esito della perizia autoptica e il verbale dell’Arma fu il massimo dei capolavori giudiziari: ““Non sembra esatto sostenere che il brigatista fuggito abbia assistito all’esecuzione sommaria della giovane donna””, di conseguenza nessuno aveva visto il carabiniere sparare e, quindi, il colpo al petto non esisteva in quanto era probabilmente da addebitare al colpo alla spalla fuoriuscito dal petto.

         Finì così una delle storie più allucinanti e buie del nostro Paese e il suo segreto rimarrà per sempre nei cassetti dei ricordi; neppure Renato Curcio dopo 42 anni ha ancora parlato.

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