il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Pascuzzo – Casalnuovo – Marra: un unico comune denominatore ?

Aldo Bianchini

 

BUONABITACOLO / POSITANO – Pascuzzo, Casalnuovo e Marra  sono soltanto cognomi che ai più potrebbero anche non dire niente. Invece i nomi di battesimo di Antonio e Massimo a Buonabitacolo sono certamente conosciuti da tutti, allo stesso modo con cui quello di Nico è conosciuto sia a Positano che a Napoli.

            Nella più classica delle vulgate nazionali i tre nomi e cognomi sono sicuramente accomunabili e con un primo “unico comune denominatore” che è “il disagio della gioventù di oggi”, un disagio che porta spesso a muoversi (non a vivere in senso lato, ma a muoversi nel senso letterale del termine) negli atteggiamenti pubblici e di gruppo al di sopra delle righe.

            Perché ?, semplicemente perché in moltissimi casi i figli, i nostri figli, sono il risultato di un disastro educativo, sociale e familiare.

            Poi c’è un secondo unico comune denominatore che riguarda nella sostanza delle cose la personale posizione di carattere socio-economico-culturale occupata dai singoli soggetti in campo, una posizione che spesso determina le caratteristiche degli eventi e del loro determinismo, spaccio inconsapevole di droga, gioco notturno forzato, sballo disincantato e forse ancora più pericoloso.

            Naturalmente tutte le storie sono, poi, completamente diverse tra loro e mostrano sfaccettature assolutamente prevedibili, previste ma non mutabili o contenibili; insomma c’è la difficoltà dei genitori normali in una famiglia normale di far recedere i propri figli dalle loro scorribande notturne, figurarsi come questa difficoltà si moltiplica a dismisura quando ci troviamo in presenza di una famiglia non normale ed alle prese con problemi di rapporti umani interni e di rapporti economici con l’esterno.

            A Salerno (parlo di Salerno perché è qui che conosco meglio il problema) c’è da anni un “popolo della notte”, incredibilmente sconosciuto ma vivo e palpitante, costituito da migliaia di genitori che nottetempo va in giro per la città al fine di recuperare i propri figli, quelli buoni, quelli che vanno (ad esempio) semplicemente in discoteca e/o nei vari locali serali e notturni (anche le pizzerie e i ristoranti) per aggregarsi ad altri gruppi, vivere la loro giovane esistenza e migliorare, se possibile, la qualità della loro vita.

            In tutto questo si annida il grave pericolo della droga, del gioco forzato e dello sballo disincantato (tanto per rimanere alle cause vagamente riconoscibili che hanno determinato la morte di Antonio, di Massimo e di Nico); elementi che hanno prodotto, che producono e produrranno guasti irreparabili nella famiglie e, soprattutto, nelle vite personali dei soggetti in campo.

            Due ragazzi normali, Antonio e Massimo, figli di famiglie laboriose che vivono la realtà limitata, piuttosto agreste, di un piccolo comune del salernitano probabilmente sconosciuto a moltissimi conterranei, del capoluogo e della provincia; due fatti di cronaca nera e giudiziaria che hanno inciso profondamente non solo sugli stessi protagonisti delle diversissime vicende; due fatti che hanno trascinato nell’angoscia e nel dolore i due protagonisti all’inverso e le loro famiglie che dovranno ancora lottare per sopravvivere.  

            Karol Lapenta ha ucciso Antonio Pascuzzo e dovrà probabilmente scontare lunghissimi anni di carcere; Giovanni Consalvo (maresciallo dei Carabinieri) non ha ucciso Massimo Casalnuovo ma sta scontando anni e anni di trepidazioni che soltanto il nuovo processo di appello potrà affrancargli. Entrambi i fatti accaduti non solo nella stessa realtà municipale e territoriale, povera e rurale, che è molto diversa da quella di Positano e che in astratto non dovrebbe consentire che tutto ciò accada.

            Da Buonabitacolo a Positano il passo, chilometricamente parlando, è molto breve rispetto alle distanze del pianeta; ma è la realtà municipale e territoriale che è profondamente diversa. La ricca Positano ha da sempre evocato mitici episodi sopra le righe con artisti, attori, attrici, cantanti, e ricchi possidenti (solo per un ricordo penso all’australiano  “mister Hulmann” primo proprietario delle tre ville passate poi a Zeffirelli ed infine ad una società americana) adusi a riti ed abitudini dissoluti sulle terrazze (come i giardini di Babilonia) degradanti verso il mare di cobalto della costiera amalfitana che, non a caso, è detta “La Divina”. Più facile, quindi, che a Positano accada anche, come è accaduto, che per colpa di un “innocuo sballo” un giovanissimo ragazzo perda la vita tra lo stupore dei genitori e della famiglia che aveva sempre visto il giovane rampollo come un ragazzo assolutamente nella norma delle sane abitudini di quasi tutti i giovani di oggi.

            Non è facilmente accettabile che accada a Buonabitacolo dove le istituzioni non c’entrano assolutamente e i giovani non sono soli (come ha scritto qualcuno !!), dove per dirla tutta è perfino più agevole il controllo dei figli per ragioni di tempo e di spazio; forse, ma dico forse, assenti sono le famiglie senza distinzione di posizione nella scala della società; ma avremo modo di parlare nell’ambito di un dibattito che spero si rinfocoli e cresca per il bene di tutti.

            Esplicativa, molto esplicativa, è la lettera aperta che il papà di Nico ha indirizzato a “Il Mattino” qualche giorno fa, una lettera che sostanzialmente e in sintesi dice che: “Mio figlio era un ragazzo pazzesco, con un cuore e una mente enorme, con una vita a disposizione ma che gli andava stretta per le tantissime cose che programmava e del quale era il primo realizzatore. Maledetto e spaventoso alcol! Ma perché tutto questo? Nico ha voluto inconsapevolmente, casualmente ma purtroppo tragicamente, manifestare che si è arrivati a un punto di non ritorno. E adesso sto a piangerlo con un dolore che mi fa morire giorno dopo giorno, ma che mi fa rabbia e costringe ad urlare che non può e non deve succedere. Abbracciate i vostri figli, coccolateli, fate loro leggere queste parole, la vita è preziosissima, non può essere ceduta in cambio di uno sballo. Il ritorno a casa dopo il divertimento deve essere qualcosa di normale e scontato. Non si può pregare e sperare ogni volta nel miracolo ordinario di rivedere il proprio figlio riposare, al sicuro, nel proprio letto. A me non è più consentito… Ciao Nico. Papà ti ama”.

            Nella lettera c’è il vero problema dei problemi e cioè il rapporto tra genitori e figli nel contesto di una società che ormai gira a folle velocità e non ha più tempo di guardare, di capire, di fermarsi, di aiutare e di rilanciare.

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