il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Tangentopoli: da Giordano a Giordano … ora tutti lo hanno difeso !!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aldo Bianchini 

SALERNO – Sono passati oltre 26 anni dall’inizio ufficiale di “Mani pulite”, la tangentopoli che travolse la Repubblica Italiana dando la stura alla nascita della cosiddetta “2^ Repubblica”; anche per Salerno sono passati oltre 26 anni ma, molto assennatamente, Gaetano Amatruda ha voluto fissare il tempo in soli 25 anni perché tanti sono quelli trascorsi dal giorno, 31 maggio 1993, in cui in maniera sciagurata Vincenzo Giordano (fino a pochi giorni prima sindaco socialista di Salerno) venne prima arrestato e poi esibito come una preda e lasciato in mezzo a due poliziotti, con tanto di pettorina, esposto al pubblico ludibrio ed agli accecanti flash dei fotografi che, quella sera, a tarda ora, riuscirono ad infastidire anche gli obiettivi obsoleti e compassati delle tantissime telecamere presenti, come d’incanto, dinanzi all’uscita del Palazzo Vicinanza (adiacente a quello di giustizia, sede per tanti anni delle scuole elementari della city) dove era stato portato ed interrogato dall’allora comandante del drappello di Polizia di Stato distaccato in Tribunale, dr. Sebastiano Coppola.

Come prima considerazione su quella squallida sera con i “boiardi di Stato” intenti a massacrare un uomo mite e per bene mi corre l’obbligo di ricordare a tutti che nessuno in quel periodo aveva speso un solo centesimo per gridare all’innocenza di Vincenzo Giordano che quella sera mi apparve stranito, solo, frastornato ed anche impaurito; si muoveva a fatica a causa della sua ipovedenza, ma con grande coraggio tenne la schiena e soprattutto lo sguardo alto e dritto di chi sa di essere innocente; anche io ero tra quelli, tutti, che aspettavano con ansia il provvedimento clou e topico della magistratura contro il sistema regnante, non avremmo mai immaginato quella sera che a quel sistema ne sarebbe succeduto un altro di gran lunga peggiore e che, purtroppo, lo stesso Giordano nella sua vita posteriore all’arresto cercò (forse per la bontà d’animo che lo contraddistingueva) di valorizzare e legittimare, almeno nel corso del primo mandato sindacale dell’attuale governatore della Campania.

Ora, dopo 25 anni, tutti hanno difeso Vincenzo Giordano che era, in città, il massimo esponente del sistema di potere socialista (perché di questo si trattava !!); ci vuole una bella faccia tosta per dirlo ed anche per scriverlo; figurarsi che non lo dico neppure io che dopo le prime posizioni giustizialiste riuscii a capire ed a passare decisamente tra i difensori strenui dello stato di diritto di ognuno ed a scrivere centinaia di articoli e ben due libri (di cui uno interamente dedicato a Giordano) mentre gli altri (quasi tutti !!) non hanno avuto alcuna difficoltà a balzare sul carro del vincitore ed ora a far finta di aver combattuto lo strapotere e l’aggressività di una magistratura che pur manifestando la sua livida sete di vendetta aveva pur sempre iniziato le sue inchieste su presupposti che trovavano, e non solo nell’immaginario dei giustizialisti, ampi squarci per entrature con piedi a martello.

Entrando nella sala del Gran Caffè Moka, dove nel corso del pomeriggio del 30 maggio 2018 è stato celebrato il ricordo (almeno queste erano le intenzioni degli organizzatori, ma posso anche sbagliarmi !!) dei 25 anni passati dall’arresto di Giordano, ho avuto la gradita sorpresa di trovare su tutte le sedie del salone una copia di giornata di “le Cronache” che giustamente rivendicava, nel fondo del direttore Tommaso D’Angelo, la “beata solitudine” con cui nel 2013 aveva avviato la campagna di stampa per l’intitolazione di una piazza o di una strada a Vincenzo Giordano. Per l’affetto che gli riservo devo riconoscere che è stato davvero così e più volte ho rimarcato questa sua idea e dell’intera redazione, anche nel libro dedicato a Giordano.

Io non appartengo alla folta schiera dei giornalisti che storcono il naso quando sono costretti a dare onore e merito ai colleghi. Ma la vera sorpresa l’ho trovata a pag. 7 del giornale in quanto nel contesto del suo ottimo articolo non solo ha fatto il mio nome (è l’unico che spesso lo fa) ma ha anche ripreso un mio pregresso scenario con cui da diversi anni (almeno dal 2005) descrivo, ogni anno, la ricorrenza dell’uccisione di Carlo Falvella comodamente seduto in paradiso ed assistito da molti personaggi salernitani e nazionali nel commento della manifestazione in suo onore che si svolge sulla terra.

Grazie a Gaetano Amatruda, dicevo in apertura, Salerno ha vissuto una serata quasi magica in ricordo del compianto Vincenzo Giordano il cui arresto segnò profondamente la sua vita da ragazzino intento a giocare a pallone nel cortile del palazzo in cui abitava lo stesso Giordano che lui amava chiamare “professore”, per divenire, poi, il suo vero e autentico pupillo; ma bisogna dire grazie anche all’Associazione Avanti (di Michele Romaniello) che insieme alla Fondazione Craxi ha messo in piedi la giornata del ricordo di un uomo mite stritolato nelle ferree e ingiuste maglie della giustizia.

Sinceramente mi pento di aver chiesto di intervenire nel corso della manifestazione, non l’avevo mai fatto e giuro che non lo farò mai più; speravo di alimentare un dibattito, mi sono reso conto che non è possibile e che non sarà più possibile così come non è stato mai possibile.

La storia di questa Città non la vuole scrivere più nessuno degli antichi protagonisti; difatti non è possibile far credere alla gente, come ha cercato di fare Carmelo Conte, che nel 1993 non ci fu un passaggio traumatico, forse premeditato e studiato a tavolino, tra il sistema contiano e quello deluchiano. Significa voler nascondere la verità chissà per quali arcani misteri o, peggio ancora, potrebbe significare che quel complotto fu ordito e perfezionato anche grazie a chi pensava di ottenere i giusti benefici e le conseguenti comprensioni da parte della giustizia che come una mannaia distribuiva colpi a destra e a sinistra. L’intervento dell’altra sera di Carmelo Conte, al di la del suo comprensibile scetticismo nei confronti delle cose da me confusamente dette, non fa altro che rinfocolare e dare il giusto peso alla mia teoria di sempre, che cioè Vincenzo Giordano fu sacrificato su un piatto d’argento nella speranza che servisse ad attutire il riverbero delle pesanti azioni giudiziarie che stavano per colpire i veri vertici di quel sistema che venne letteralmente offerto nelle mani di Vincenzo De Luca. E la cosa fu possibile grazie alla cocciutaggine del “professore” di voler rimanere in sella come sindaco, cosa ben nota a tutti. Quello che sto scrivendo è grave, so benissimo che è grave; ma non riesco a trovare alcuna altra spiegazione al fatto che a distanza di 25 anni da quell’arresto ancora si dica e si favoleggi con incredibili ricostruzioni per dare credito ad una legittima azione giudiziaria e per far passare il concetto che nulla ebbe a che fare con il cambio repentino e violento del sistema politico. Incredibile ma vero !!

Con Salerno e con quanto accaduto attraverso quella mostruosa azione giudiziaria veloce e repentina non c’entrano nulla gli scenari nazionali o addirittura internazionali e mondiali, così come l’abbattimento del muro di Berlino e gli interessi contrastanti degli USA, della Germania Est o della Russia; a Salerno è stato semplicemente mutuato e copiato (anche male !!) il sistema milanese di “mani pulite” per spazzare via il laboratorio “laico e di sinistra” e far posto alle crescenti attese di un esponente dell’allora PCI spalleggiato pesantemente almeno da un magistrato di punta di quel “pool mani pulite salernitano” messo in piedi dal capo della Procura Ermanno Addesso e composto da Michelangelo Russo, Vito Di Nicola, Luigi D’Alessio, Antonio Scarpa, sotto l’attenta e mai smentita regia del compianto magistrato Domenico Santacroce che all’epoca era il capo della Procura di Sala Consilina che, da solo, raccolse le confessioni di Alberto Schiavo (gola profonda di tangentopoli) e poi indusse Vincenzo Ritonnaro a farsi microfonare per incastrare gli imprenditori salernitani che avevano versato cospicue mazzette di denaro al Partito Socialista. Quello stesso Ritonnaro che aveva accompagnato Giovanni Donigaglia (il famoso gamba di legno delle Coop. Rosse) presso la segreteria PCI di Via Manzo per patteggiare le percentuali sui lavori pubblici in favore di Botteghe Oscure e per alleggerire gli importi che lui stesso era tenuto a versare; un fatto che il pool salernitano in quel benedetto giorno del 22 maggio 1993 non volle far esplodere consentendo l’elezione di De Luca a sindaco della città.

Per verità storica mi corre l’obbligo di dichiarare che Carmelo Conte è stato, ed è, il mio unico leader politico; ma con la stessa franchezza devo affermare che ha il dovere di ricostruire punto per punto tutti i passaggi di quella stagione che io la sera del 30 maggio, molto disordinatamente, ho pubblicamente enunciato; lui era l’apice fisico ed intellettuale del sistema in cui tutti noi credevamo ciecamente e se vuole contribuire a riscrivere la storia vera di questa città ha l’obbligo tassativo di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità su tutti quei momenti drammatici in cui alcuni dei suoi uomini si sono sacrificati fino alla morte. E dovrà farlo senza disperdere le sue energie in discorsi altamente politici ma poco produttivi sul piano dell’accertamento della verità. In questi decenni tutti abbiamo sempre detto che la tangentopoli è stata una sorta di “insana inquisizione” che ha inquisito, ammanettato e assolto molti indagati, ma li ha anche uccisi. E se questo è vero dobbiamo sapere anche chi e perché li ha uccisi; soltanto così saranno giustificate altre commemorazioni.

L’unico intervento che ho apprezzato perchè in linea con l’oggetto della manifestazione, che era la commemorazione dei 25 anni dall’arresto di Giordano, è stato quello di Salvatore Memoli che con precisa e puntuale ricostruzione ha ricordato la complessa realtà della politica salernitana di quel tempo mettendola anche in relazione alle politiche nazionali. E con molta intelligenza e raffinatezza ha anche ribadito che la DC, partito di cui era un grosso esponente, non scese mai nella battaglia volgarmente e strumentalmente, mantenendola sempre e solo sul piano politico senza passare veline e delibere alla magistratura inquirente. Purtroppo la gente è distratta, gli anni passano e fanno dimenticare; ma la considerazione che verrebbe da fare dopo le espressioni usate da Salvatore Memoli è che allora ci fu davvero un complotto per destabilizzare il sistema politico che sembrava inattaccabile; e se ci fu è giunta anche l’ora di dire perché e di indicare nomi e cognomi, almeno per additarli alla pubblica opinione con la segreta speranza di smuovere le loro sporche coscienze. La storia dice che Salvatore fu l’indiscusso protagonista della tentata “Svolta di Salerno” che non riuscì per l’opposizione sorda e occulta di quelli che avevano contribuito a sfasciare una città bella, vivibile e democratica. Grazie Salvatore anche per aver ricordato che Salerno ha esportato nel mondo la scuola medica, mentre Milano ci ha spedito, attraverso il pool salernitano, soltanto una brutta copia di Antonio Di Pietro.

Rituali, e niente più, gli interventi degli altri due relatori, Stefania Craxi (figlia di Bettino) e Stefano Caldoro (già presidente della Regione Campania) che hanno rispettivamente ridescritto in un poco credibile quadro nazionale-politico la tangentopoli, con particolare riguardo per la Craxi in omaggio al ricordo del padre.

Saranno necessari altri appuntamenti del genere se il messaggio di quegli anni dovrà essere analizzato, studiato e passato in eredità; però, per carità gli organizzatori cerchino per quanto possibile di evitare la presenza dei protagonisti di quella stagione, tanto non racconteranno mai la verità, o almeno non la diranno mai tutta per intero. I protagonisti possono unicamente presenziare alle commemorazioni ma non potranno mai scrivere la storia; ad altri spetta questo compito; i volenterosi e coraggiosi ragazzi che hanno organizzata la serata del 30 maggio 2018 lo tengano ben presente.

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