il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

INSIEME CONTRO LA MAFIA LA SFIDA CONTINUA LA LETTERA DI RITA BORSELLINO, LA SORELLA DEL GIUDICE PAOLO BORSELLINO E’ “IMPREGNATA” DI VALORI MORALI, DOPO 23 ANNI, E’ ANCORA OGGI UNA PIETRA MILIARE DI GRANDE ATTUALITA’

Alberto De Marco

PALERMO – A noi partecipanti al Seminario di Studio “Educare all’uso responsabile del denaro”, organizzato a Roma nel lontano mese di maggio del 1995, dalla Direzione Generale della Banca d’Italia e dal Centro Orientamento Pastorale di Roma, al quale partecipò anche Padre Massimo Rastrelli, il gesuita che è stato un grande protagonista a Napoli della lotta all’usura. Ci ha lasciato recentemente all’età di 90 anni per andare a migliore vita, ci pervenne da Palermo il 10 maggio 1995, la lettera di Rita Borsellino, la sorella del Giudice Paolo Borsellino, impossibilitata a partecipare all’importante Convegno per imprevedibili cause sopravvenute. La lettera inviata a quasi tre anni dalla strage di Via D’Amelio, l’attentato di stampo terroristico – mafioso, avvenuto a Palermo, in Via Mariano D’Amelio, la domenica del 19 luglio 1992, nel quale persero la vita il fratello, nonché i cinque agenti di scorta: Emanuela Loi, la prima donna a fare parte della scorta, ed anche la prima a morire in servizio; Agostino Catalano; Walter Eddie Cosina; Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, che era rimasto ferito gravemente dopo l’esplosione. Questa lettera di Rita Borsellino è “impregnata” di valori morali, ancora oggi è una pietra miliare, di grande attualità, in un’epoca dove la corruzione “regna sovrana”, che purtroppo a volte annovera tra i suoi affiliati: Magistrati; personaggi autorevoli degli organi istituzionali e non solo…; è di monito a tutte le persone corrotte; ai politici; alle autorità che sono in letargo e che vivono nell’assoluta indifferenza. Hanno forse bisogno di una forte tempesta, che li scuota e purifichi le loro anime dalle nefandezze. E’ stata letta da un bravissimo artista napoletano, Rino Napolitano, che ha dato inizio all’importante manifestazione della XXI Edizione del Concorso Internazionale Antonio de Curtis, Totò, che si è tenuta a Salerno il 22 giugno 2018, presso il Museo Diocesano San Matteo di Salerno, in Largo Plebiscito 12, dove da alcuni mesi è presente nella prestigiosa “Sala dell’Arcivescovo”, la Mostra permanente “Carlo Riccardi – Totò”. Siamo consapevoli di avere stimolato, attraverso la lettera di Rita Borsellino, una sana riflessione, condividendo in tale modo, quei valori morali, che hanno caratterizzato altresì la vita di Antonio de Curtis. Il grande artista, ha sempre manifestato nel corso della sua vita, rispetto per la legalità ed amore per il prossimo. Come molti sanno il Principe de Curtis, portava sempre con sé il codice ed utilizzava il suo Avvocato, Eugenio De Simone per difendere i cittadini meno abbienti, incappati nelle maglie della giustizia, costretti il più delle volte a commettere piccoli reati per “stato di necessità”, gli chiedevano aiuto direttamente; o dei quali attingeva notizie dalle cronache dei giornali. Il dispositivo dell’articolo 54 c.p. letteralmente dovrebbe tutelare, chi ha perso il lavoro ed ha famiglia, ma è sprofondato nella solitudine e nella povertà, come si è verificato nella storia di Angelo Lanzaro, un napoletano, che dopo avere implorato inutilmente aiuto alle autorità istituzionali, è morto da clochard per il freddo in un capannone ad Avellino il 6 gennaio 2017 all’età di 43 anni, con il desiderio di abbracciare la figlia di 12 mesi e di farle un regalo, si è dimostrato in passato ed anche ai nostri giorni “una pura utopia”. L’articolo 54 c.p. stabilisce testualmente: “… Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo …”. In riferimento all’impegno sociale tout-court di Antonio de Curtis a supporto dei poveri, l’Avvocato Eugenio De Simone, in un’intervista che mi rilasciò prima di morire, diversi anni fa per il quotidiano di Salerno “Cronache del Mezzogiorno”, dichiarò: “… di avere ricevuto da Totò nel corso della sua vita, diversi milioni di lire per difendere in modo adeguato i meno abbienti dalle maglie della giustizia ed aveva altresì direttamente aiutato i poveri soprattutto nella città napoletana, distribuendo nei quartieri poveri, come il Rione Sanità, dove Antonio de Curtis era nato, tre milioni di lire al mese, collocandole in tagli di diecimila lire sotto l’uscio delle porte ed esautorando la maggiore parte delle sue ricchezze a favore dei poveri, degli ultimi, dei bambini ospiti negli orfanatrofi e per realizzare “dulcis in fundo” i rifugi per i cani abbandonati …”. Lettera di Rita Borsellino : “Sono sinceramente dispiaciuta di non poter prendere parte a questo seminario di studio sul fenomeno dell’usura. Pur non avendo una competenza specifica in tale campo, sono profondamente consapevole della gravità del problema e avrei avuto sinceramente modo di imparare molto dagli illustri relatori presenti. Il denaro è purtroppo diventato idolo dei nostri tempi e simbolo di potere: per conquistarlo si è disposto a tutto. Abbiamo abituato i nostri giovani a vedere nel denaro e nel benessere materiale il traguardo da raggiungere a tutti i costi, anche calpestando i diritti altrui, specialmente se più deboli e meno furbi, anche a costo di commettere illeciti e di usare violenza e sopraffazione. In questo sfrenato desiderio di beni materiali, per raggiungere i quali si è disposti a qualsiasi compromesso, è facile che si inserisca gente senza scrupoli. La criminalità si insinua facilmente nelle crepe che si aprono nel tessuto sociale e nella coscienza individuale, impossessandosi della libertà e della vita di chi ha creduto di trovare la soluzione ai propri bisogni o ai propri desideri e perde anche la capacità di misurare i rischi cui va incontro, cedendo alle lusinghe o alle minacce. Spetta alla famiglia, ma anche alla scuola, alla chiesa, alla società in genere, restituire ai giovani il senso della misura che noi genitori, educatori in genere, gli abbiamo alterato e sottratto, ridando la giusta dimensione alla scala dei valori e rimettendo ai propri posti l’onestà, la moralità, la solidarietà. Quella solidarietà che deve essere alla base del convivere civile. Quella solidarietà che ha dato spinta e vita a esperienze come quella di Capo d’Orlando e di Sant’Agata di Militello, dove i commercianti, vittime di usurai e taglieggiatori, insieme hanno trovato il coraggio di ribellarsi e denunciare. Proprio perché, insieme, si vince la paura, si diventa più forti, ci si aiuta l’un l’altro. E’ stato necessario il coraggio di pochi, per spingere i molti che subivano in silenzio. Queste esperienze ora si moltiplicano. E’ importante rompere il silenzio e l’omertà e, con essi, l’isolamento. Si moltiplicano le denunce perché è aumentato il coraggio individuale e collettivo. E’ importante ora che lo Stato sia presente e faccia la sua parte, non lasciando solo chi ha avuto il coraggio di esporsi, facendo opera di prevenzione anche in quelle regioni che sembrano apparentemente immuni dalla offensiva della criminalità. E’ lì che probabilmente tali fenomeni sono oggi più radicati, perché sono rimasti insospettati e indisturbati. Lo Stato sia presente anche incoraggiando, sostenendo, aiutando le piccole esperienze che nascono nel territorio, per buona volontà di chi vive i problemi da vicino. A Palermo, un sacerdote coraggioso, Padre Antonio Garan, ha fondato un movimento basato sulla solidarietà tra la povera gente della sua parrocchia. Si è così costituito un fondo a cui tutti contribuiscono e a cui tutti possono attingere. Servono, queste iniziative, come stimolo morale per risvegliare la solidarietà. Lo Stato si faccia inoltre promotore nelle scuole di quella educazione alla legalità, troppo spesso trascurata o ignorata del tutto, che aiuti i nostri ragazzi a vivere nel rispetto delle regole, uguali per tutti, non al servizio dei più furbi o dei più forti, ma, anzi, sostegno e garanzia dei più deboli e dei meno fortunati. Perché prepotenza, sopraffazione, omertà non abbiano più quella valenza vagamente positiva che ancora oggi, purtroppo e troppo spesso, assumono nella legge del più forte. Augurando buon lavoro, saluto cordialmente tutti i partecipanti ai lavori”. Rita Borsellino Palermo, 10 maggio 1995

 

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