il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Unione dei Comuni o “La Città Vallo” ? Verso il referendum nei quindici Comuni del Vallo di Diano A confronto aspetti tecnici-economici per la realizzazione della “Città Vallo di Diano”

 

di Giovanni Abbruzzese (dottore commercialista)

SALERNO – Sulla fusione dei Comuni del Vallo di Diano per aggregarli e farne un’unica Città si discute  da almeno un trentennio. L’idea-progetto è stata pensata negli anni ottanta da  uno studio del prof. Portoghesi per la Comunità Montana e sostenuta da  politici, prematuramente scomparsi, quali Enrico Quaranta e Gerardo Ritorto. Negli ultimi anni l’idea , con richiesta di referendum, è stata ripresa  da  Carmelo Bufano , quale primo firmatario della proposta di legge, dando una accelerazione al suo iter legislativo da parte della Regione Campania che pare possa concludersi entro l’anno  per poi passare al vaglio del referendum da parte dei cittadini dei quindici Comuni del Vallo di Diano.

In questi anni non sono stati pochi  gli incontri-dibattito tra i fautori del Comune Unico  e i contrari al progetto, quest’ultimi costituitesi in “ Comitato per il No”. Personalmente ho partecipato a molti di tali incontri ma in nessuno di questi è stato chiarito quali siano i vantaggi o le debolezze di una fusione che per i Comuni coinvolti sarebbe  la prima in Italia. Da questa carenza di analisi dai promotori dell’iniziativa  ho voluto  approfondire le norme di legge che regolano la fusione e verificarne la convenienza che ne sarebbe derivato ai cittadini del Vallo Di Diano considerato che ,  così come previsto da leggi regionali, il “ progetto di fusione ”non è stato accompagnato da uno studio di fattibilità , per quanto di mia conoscenza,  da cui sarebbero emerse criticità e vantaggi per il territorio interessato . L’intendo di questo articolo è quello di passare in rassegna la disciplina normativa della fusione e quella delle Unioni dei Comuni per poi  trarne  le dovute conseguenze La fonte a cui si deve fare riferimento in primis è la revisione costituzionale del 2001 dove viene riconosciuto al Comune , anche se di modeste dimensioni , il ruolo indiscusso del percorso di soddisfacimento dell’istanza primaria del cittadino e ritenuto ” il luogo più vicino dove far sentire la propria voce” Successivamente sono stati individuati i provvedimenti applicativi del federalismo fiscale (d.lgs.n.216/2010), attuativa dell’art.119 della Costituzione, e da ultimo la  legge Delrio n. 56/2014.

Quest’ultima , abolendo parte della normativa preesistente, ha inteso favorire il corretto esercizio delle funzioni pubbliche nell’amministrazione del territorio dando vita a istituzioni di secondo livelli , quali Province e Città Metropolitana, e a una  rinnovata” Unioni dei Comuni “ che offre grandi opportunità per lo sviluppo dei piccoli Comuni. Sono diversi gli elementi che devono essere presi in considerazione per affrontare le criticità e cogliere le opportunità che si presentano quando si intraprende un percorso che coinvolge  quindici  Comuni. Due sono i principali ambiti di approfondimento di problemi da affrontare in un processo di fusione , quello politico istituzionale e quello tecnico. Tra i fattori da considerare nell’ambito politico-istituzionale vanno considerati soprattutto le dimensioni e le caratteristiche socio-economiche degli Enti interessati, l’abitudine o la predisposizione a cooperare, il livello di fiducia reciproca, l’accordo tra gli amministratori coinvolti e la condivisione di una “ vision “ per il futuro Comune Unico. Su tali fattori ed in particolare sul livello a cooperare tra gli amministratori nutro non poche perplessità in considerazione del fatto tra di essi vi è stato sempre conflittualità  per la gestione degli Enti comprensoriali e mai , a mio modesto avviso, di collocarli in una visione di prospettiva in relazione alle diverse specificità di ogni Comune. Tale mancanza di visione è dovuta soprattutto al fatto che ogni Comune ha inteso coltivare gli interessi del proprio orticello. Un solo esempio dimostra in maniera eloquente l’incapacità degli Amministratori Locali ad avere un disegno di programmazione del territorio: nei quindici Comuni si sono costruiti negli anni Piani di Insediamento Produttivi, i cosiddetti PIP, quando ne sarebbero bastati soltanto due da ubicarsi  uno a nord e uno a sud del Vallo.  Sul piano tecnico vanno esaminate soprattutto le strutture organizzative dei Comuni  al fine di formulare ipotesi di integrazione ed evoluzione delle stesse, un’analisi della dimensione economica-finanziaria (entrate/spese) ed infine un’analisi delle risorse umane. Uno dei primi cambiamenti che determina la fusione di Comuni nonché quello più macroscopico è negli Organi di governo: un solo Sindaco, una sola Giunta e un solo Consiglio Comunale, in luogo di quindici Sindaci, una quarantina di assessori e circa duecento Consiglieri Comunali. Questo determina delle economie di scala sia sui costi degli Organi Istituzionali che su quelli della Segreteria  e del servizio finanziario, i cosiddetti servizi di staff o interni. Tali risparmi , nel caso avvenga la fusione , sono stimati del 40% sugli Organi  Istituzionali e del 10% per i costi della segreteria e del servizio finanziario. Dai  valori dei bilanci consuntivo del 2016 in  tre dei Comuni scelti per densità demografica e cioè Sala Consilina (Comune al di sopra dei 10.000 abitanti ), Padula ( al di sopra dei 5.000 ) e  Buonabitacolo ( al di sotto dei 3.000 abitanti) e possibile ottenere  un risparmio pro-capite di circa € 11 che moltiplicati per i circa 60.000 abitanti determina un risparmio di  € 660.000.

Di diverso tenore sarebbe il verificare, attraverso idonei strumenti previsionali di fattibilità, la compatibilità dei bilanci comunali interessati alla fusione, alle loro rispettive pressioni fiscali sui cittadini  nonché l’indebitamento pro-capite.

L’analisi fatta e le argomentazioni discusse certamente non sono esaustive e meriterebbe ulteriori approfondimenti soprattutto con riferimento ad alcune leggi  di incentivazione all’esercizio associato delle funzioni. Solo qualche ulteriore informazione prevista dagli Statuti dell’Unione che rappresenta l’ambito territoriale ottimale per lo svolgimento dei servizi comunali in forma associata. In particolare possono essere   attribuite le seguenti funzioni;

-         Programmazione del territorio;

-         Sicurezza (una sola Polizia Municipale) ;

-         Gestione delle opere complesse di difesa del territorio;

-         Gestione dei servizi socio-assistenziali;

-         Riscossione volontaria e coattiva delle entrate di competenza dei Comuni;

-         Gestione unitaria delle gare di appalto (stazione unica appaltante);

-         Marketing territoriale;

-         Politiche di insediamento delle attività produttive(Suap e commercio);

-         Sistema dei trasporti e della mobilità (quasi inesistente tra i Comuni);

-         Protezione Civile.

Dove sono costituite le Unioni dei Comuni hanno prodotto riduzioni di costi intorno al 30% e in un periodo di difficoltà a trovare risorse per i Comuni non è poco.

Personalmente penso che difficilmente si arriverà al Comune Unico del Vallo di Diano   perché , anche se con argomentazioni che possono ritenersi valide, l’attuale classe politica e cioè i quindici Sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali difficilmente sosterranno il referendum. L’alternativa alla “Città Vallo“  è  l’Unione dei Comuni che  ha trovato una sua collocazione giuridica e istituzionale con la Legge Delrio  e in quella della Regione Campania n. 9/2015 con la quale viene definito il processo di riordino degli enti locali e che nel solo anno 2016 vi sono state 73 nuove Unioni che coinvolgono 3104 Comuni a fronte dei 5585 aventi obbligo dal decreto 78/2010

Concludo con una informazione, rinviando l’approfondimento in un successivo contributo sull’argomento : in Provincia di Salerno se ne contano sei che aggregano ben trentadue Comuni ed hanno scelta questa forma  perchè  offre soluzioni utili ai mali di una pubblica amministrazione locale troppo frammentata e priva di risorse , umane ed economiche.

 

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