il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

L’ULTIMA ECLISSI

di Eppe Argentino Mileto

 

ROMA – Non ricordo dove e con chi abbia festeggiato il Capodanno trascorso. Quello che annunciava il 2018. Probabilmente a Roma. Da solo. Ecco, lo ricordo adesso: in trasmissione e poi in mensa Rai. Triste? Può darsi. Ma per me fu il più bello della mia vita. Non mi mancavano i ricordi e allo stesso tempo non avrei mai voluto tornare indietro nel mio tempo andato. Certo, nei ricordi c’erano i genitori, i cugini, i familiari, la grande casa, la tavola imbandita che scintillava fra la cristalleria e l’argenteria. Ho avuto tutto. Anche dalla mia vita. Ho avuto tutto. Tutto quello che ho voluto. E che credevo di volere. Ma a mensa ero solo e non mi mancava nessuno. E niente. Perché? Adesso c’erano solo piatti e bicchieri di plastica su un tavolo di legno. E non sarei mai voluto tornare indietro. Ero sereno. Sentivo che brindare da solo mi avrebbe portato fortuna. Anzi, mi avrebbe fatto bene. E così è stato. “Auguri Eppe! Questo sarà un anno importante per te!” E così è stato. La vita mantenne la sua promessa. Ma non sarebbe bastato. Perché toccava a me mantenerne un’altra. La mia.

 

 

Dovere dell’intelligenza è cedere al dubbio. Ascoltarsi fino in fondo. Senza paure. Interrogarsi senza temere le risposte e, soprattutto, non far nulla perché queste ubbidiscano ad una sceneggiatura fedele ai desiderata, ad un canovaccio, ad un dialogo senza dialogo. Praticamente si trattava di smontare la mia vita. Quella stessa di cui mi ero nutrito, di cui andavo fiero ed orgoglioso, di cui mi beavo e nei cui piaceri annegavo.  E a 52 anni non era certo facile. No, non ero niente affatto felice. Non lo ero mai stato. Avevo conosciuto momenti di serenità. Ma solo brevi apparizioni di una grazia confusa per successo. Di una pace barattata per benessere. Di una calma scambiata per rifugio. Ero sempre fuggito. Da tutto. Finanche da me stesso. Avevo trascorso 52 anni fuggendo. Rincorrendo. Mendicando affetto. Bevendo l’aria che respiravo fino all’ultimo sorso, finché mi sentissi dissetato. No. Non mi bastava più. E volevo una vita diversa. Perché non sapevo neanche se mi fossi mai piaciuto, se mi fossi mai ascoltato, se mi fossi mai placato, se mi fossi mai realmente desiderato. E se mi fossi mai realmente dissetato. Soprattutto, se mi fossi mai ascoltato. Alzando il bicchiere di plastica con dello spumante a buon mercato la risposta si levò alta e tuonò nel cielo della mia paludata indifferenza. No. Non avevo fatto nulla di tutto ciò. E allora dovevo ripartire. Dovevo. “Gambe in spalla Eppe! Nasci un’altra volta e ricomincia. Da te!”

 

 

Nei primi mesi che seguirono, iniziai a lavorare sull’indifferenza. Avevo trascorso la vita protetto dall’indifferenza. Vigliacco fino al midollo, mi ero così rifugiato nel porto sicuro, nel pianeta oscuro, nella foresta nera e buia dell’indifferenza. Avevo solo costruito intorno a me un favoloso sistema di pre-allerta per fuggire dal dolore, sviluppando un’interessante teoria che presi a chiamare “Elaborazione del lutto e dell’abbandono preventiva”.

Funzionava pressappoco così: fin da bambino mi struggevo nel dolore della perdita e dell’abbandono e piangevo nel mio immenso strazio. Durava settimane. Vedevo i miei genitori defunti, mio fratello con un cancro terminale, io infinitamente povero in un orfanotrofio, abbandonato da genitori ignoti, preti e suorine malvagie, fantasmi e demoni che popolavano i miei sogni ad occhi aperti. E in ognuna delle situazioni immaginarie, mi ritrovavo sempre solo. E abbandonato di un abbandono voluto, agognato, inevitabile. Tragico. La rappresentazione durò anni. Fino a quando mia madre morì per davvero. E poi mio padre. Non piansi. Rimasi indifferente. Quell’abbandono lo conoscevo già. Lo avevo già subìto. Ed elaborato. Accadde in realtà quello che avevo già scritto nei minimi particolari e di cui avevo già sofferto molti anni prima nella mia immaginazione. Finanche i funerali furono come li avevo scritti. Tutto era per me già visto. Vissuto. E passato.

 

Devo dire che la cosa funzionò. Un meraviglioso scudo da cui proteggersi per non soffrire. Ma perché poi la sofferenza mi faceva così tanta paura? Perché poi non viverlo nella sua interezza, quindi nella sua bellezza il presente? Perché negarsi la realtà? Perché non immergersi dentro se stesso e aprirsi al dolore? Non è vero che il dolore sia brutto e cattivo, malvagio ed oscuro. Il dolore è nobile, ti accompagna nei momenti della vita e te la rende, la vita. Il dolore ti lacera, ti dilania, ti divora. Volevo incontrarlo, il mio compagno. Non sapevo che nome avesse. Ma era fatto di dolore questo dolore puro. Dovevo incontrarlo. Volevo provarlo. Sperimentarlo. Parlare con lui. Non volevo più dialoghi senza dialogo, sceneggiature scritte, canovacci prestampati. Stavolta no. Lo dovevo a me stesso. Lo avevo promesso a me stesso. Il bicchiere di plastica che sollevai con lo spumante a buon mercato, significava pure qualcosa. E fu il mio migliore amico. Quel bicchiere lì.

 

Venerdì 27 Luglio

Sera – esterno

Morii a me stesso la sera del 27 Luglio. No, non fu una serata facile né felice per me. E come avrei potuto esserlo, io che non conoscevo la felicità, poichè me l’ero sempre negata adulterando ogni forma di realtà? Non ero certo lì fuori a contemplare quello che quattro dispacci di agenzia, due articoletti mediocri e qualche servizietto sui Tg annunciavano come l’eclissi totale di luna più lunga del secolo. Tutti con il naso all’insù a festeggiare. Carovane di ragazzi che suonavano, impazziti, canzonette e accendevano falò per illuminarsi, divorati dalle paure inconsce del buio; attempate coppie che si recavano a cena nei ristoranti all’aperto scambiandosi chiacchiere dal sapor di convenevoli confondendo la morte come evento annunciato cui partecipare con distaccata sufficienza fra un piatto e l’altro.

Io no. Non fu uno spettacolo cui assistere e battere le mani, cui dedicare quattro note di chitarra intorno ai falò dell’estate. Ma la morte della luna. Che mi chiamava a morire insieme a lei. Una parte di me morì quella notte. L’ultima eclissi mi chiamò a sé. E non dissi mai nulla. Né ad anima viva confidai che una parte di me non esisteva più. Avevo le memorie, ma non le tracce. E nulla sarebbe più stato come prima. Ecco la rivelazione, ecco la promessa di quello spumante a buon mercato con calici di plastica! Ed eccola la mia promessa! La mantenni. Quella notte vidi il mondo per quello che è, con i suoi colori e i suoi odori, con le sue meraviglie e le sue atrocità, mostruose ma belle perché vere e vivide. Quella notte compresi di non aver compreso. E volli ricominciare. A fare tutto. A vivere. Di me e con me stesso. Quel pazzo squilibrato errabondo senza patria, né Dio, senza casa e senza meta che ero stato aveva qualcosa di cui non mi ero mai accorto. Aveva qualcuno. Ed ero io. E c’ero ancora: ero sopravvissuto sotto le macerie dell’indifferenza, sepolto da tonnellate di detriti di finto dolore, annegato dentro oceani di parole, di immagini, di rappresentazioni, di cui non sapevo più cosa farmene. C’ero ancora. Ed ero io. Ero vivo, vivo, vivo. Pronto ad abbracciarlo il dolore. Quello vero. Accompagnato dal lamento della luna, udivo il suo stertore che sapeva di morte, il rantolo del suo ultimo respiro. Si eclissò. Mi avviavo verso i 53 anni.

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