il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

“IO TROTULA”: il mito della prima donna medico tra scienza e leggenda … adattato dall’Officina del Dramma Antico !!

 

La redazione

SALERNO – La redazione di questo giornale ha seguito con attenzione l’adattamento teatrale del romanzo “Io, Trotula” (di Dorotea Memoli Apicella) preparato e portato in scena dagli studenti del Liceo Classico F. De Sanctis di Salerno sotto la regia della prof. Anna Rotunno. Uno spettacolo che ha favorevolmente impressionato tantissimi spettatori e per questo meritevole di un intero paginone di questo giornale per ricomprendere in esso il commento del direttore Aldo Bianchini, della studentessa Sandra Greco e dell’avv. Tommaso Maria Ferri che con il suo post ha valorizzato, da esterno indipendente, il grande lavoro compiuto dai liceali di questa Città che avranno l’onere e il compito di scrivere la storia futura di questa comunità.

Aldo Bianchini

SALERNO – “Un mito o un dramma … tra scienza, storia e leggenda ?”. E’ questa la domanda che ci accompagna da un millennio e ci accompagnerà anche attraverso le future generazioni quando si cercherà di ricordare e descrivere l’intricata figura di Trotula de Ruggiero che dovrebbe essere stata la prima donna medico dell’era iniziata con il secondo millennio post Cristo e tuttora in corso.

Sarà stata, probabilmente; questa la domanda che ha accompagnato il lavoro difficile e minuzioso da ricomprendere nelle linee storico-leggendarie imposte dall’opera letteraria che è stata adattata nello spettacolo teatrale rappresentato la sera del 24 novembre 2018 nella sala San Tommaso del Duomo di Salerno.

Un lavoro difficile e minuzioso, dicevo, che la regista Anna Rotunno (docente di latino e greco) ha voluto tenacemente realizzare con i ragazzi, i suoi ragazzi (quelli dell’Officina del Dramma Antico composta dagli studenti del Liceo De Sanctis di Salerno), lanciati nelle interpretazioni di tutti quei personaggi che avrebbero contornato la vita e gli studi della giovane Trotula; personaggi avvolti, quasi tutti nel mistero e nella nebbia del tempo, con sullo sfondo il “dramma antico” e sempre attuale della differenza di genere tra uomo e donna.

Difatti:

  • può essere mai possibile che una grande delusione d’amore produca in una donna la spinta necessaria verso la ricerca e gli studi di ostetricia e ginecologia ?
  • può essere mai possibile che una donna profondamente delusa si lanci in un’avventura matrimoniale e familiare che non  sente sua ?
  • può essere mai possibile che una donna colta e preparata, comunque di scienza, possa accettare di condividere la sua vita con  un uomo molto più vecchio di lei pur di rimanere nei parametri della presunta corretta convivenza che il tempo imponeva ?
  • può essere mai possibile che proprio con il suo gesto (discutibile e poco sereno) possa aver dato quell’impulso di riscatto per se stessa e per tutte le altre donne ?
  • può essere mai possibile che abbia inteso estrinsecare la “sua rivolta” lanciandosi proprio negli studi medico-scientifici che fino a quel momento erano assolutamente preclusi alle donne ?

Tutte queste domande ed altre ancora avranno, probabilmente, accompagnato la mente e la penna della fertile Dorotea Memoli Apicella nel non lontano 2013, quando grazie alla Marlin di Cava de’ Tirreni diede alle stampe e pubblicò la sua opera letteraria “Io, Trotula”nell’ambito della collana “Il portico”. L’autrice miscelando, con garbo e stile, verità e finzione, indizi documentali e immaginazione, narra la vicenda di Trotula de Ruggiero, punta di diamante della Scuola medica salernitana (sec. XI). Arriva anche al punto di indicare l’incontro con Edoardo il Confessore, futuro re d’Inghilterra, come la chiave di volta non solo del racconto ma anche e soprattutto della vicenda storica (se mai esistita !!): un amore grande, folgorante, ma impossibile, che sferza e travolge il cuore dell’adolescente Trotula e s’imprime per sempre nella sua anima. In questo ella, da un lato, soggiace alle regole del tempo ed alla cosiddetta ragion di Stato e, dall’altro, si lancia nella ricerca scientifica forse per bloccare il suo istinto femminile e placare le sue ansie amorose ed anche per combattere il problema della differenza di genere dall’interno, entrando cioè in quel sistema (la ricerca medico-scientifica) assolutamente precluso al genere femminile

Con tutto questo ha dovuto, forzatamente, fare i conti la prof. Anna Rotunno che non a caso, mi sento di dire, ha posizionato la prima ufficiale del suo spettacolo nella serata che precede la “giornata mondiale contro la violenza sulle donne” proprio per far meglio capire che la violenza non è soltanto quella fisica ma anche, se non soprattutto, quella che in maniera subdola e surrettizia viene costantemente praticata, ancora oggi, per rimarcare la cosiddetta “differenza di genere”. Sembra un caso ma non lo è; anche la nota controversia sulla storicità del personaggio “Trotula” lancia chiari segnali di differenza; tanto è vero che della studiosa salernitana sappiamo poco o niente anche sulla sua reale data di nascita e di morte, cose che per altri grandi personaggi della storia e della preistoria conosciamo in ogni dettaglio e che per lei, forse perché donna di successo, vengono sempre di più lasciati proditoriamente coprire dalle nebbie del tempo e dalle manchevolezze della storia. Dunque l’abilità della regista Rotunno nell’adattare il racconto romanzato in una piece teatrale sta anche in questo: essere riuscita a lanciare e far passare precisi messaggi in materia di differenza di genere che è stata, è e resta una problematica molto drammatica.

La parola “dramma”, che non solo richiama la denominazione dello stesso gruppo teatrale,  ricorre spesso in questa vicenda, a cominciare dal libro della Memoli Apicella per finire alla rappresentazione teatrale della Rotunno passando per la storia, reale o leggendaria, della grande Trotula de Ruggiero che ha, comunque, dato tutta la sua vita per la ricerca aprendo delle strade che ancora oggi sono percorribili con grande fatica.

Ma è giusto lasciare ogni perfettibile pensiero personale per ritornare allo spettacolo teatrale del 24 novembre scorso che a ben ricordare ha avuto anche un prologo di prova venerdì 27 luglio nell’ambito della Rassegna “I dispari al Virtuoso“, nel Cortile dell’Istituto Virtuoso/Barra. L’altra sera nella sala San Tommaso del Duomo di Salerno, proprio in quei luoghi in cui la Trotula presumibilmente si muoveva per la famiglia e per la ricerca, il gruppo teatrale del De Sanctis ha razionalizzato le varie correnti di pensiero sul “caso Trotula” sublimando il tutto in un messaggio che sta, anch’esso, tra finzione scenica, storia e leggenda. In sintesi il lavoro di sceneggiatura e di regia della prof. Rotunno e la pedissequa e totale applicazione di detto lavoro da parte dei giovani studenti del miglior liceo classico di Salerno (e non solo !!) ha consacrato sia l’opera letteraria che lo stesso spettacolo come due momenti di cui tener conto nelle future ricerche che metteranno la figura della Trotula come obiettivo centrale delle stesse ricerche. Insomma, “Io, Trotula” in entrambe le versioni è un pezzo di storia che si innesta sulla storia vera o leggendaria di un personaggio come un interessante spaccato della Salerno che fu, nel suo momento di massimo splendore, attraverso la vita di una sua illustre cittadina.

Per chiudere: chi era Trotula de Ruggiero ? Nacque a Salerno, dalla nobile famiglia normanna De Ruggiero, famosa al suo tempo per aver donato a Roberto il Guiscardo parte dei propri averi per la costruzione del Duomo di Salerno. Grazie alle sue origini, Trotula ebbe l’opportunità di intraprendere studi superiori e di medicina. Visse e operò, presumibilmente, al tempo dell’ultimo principe longobardo di Salerno, di Gisulfo II, probabilmente prima dell’arrivo in città del medico Constantino l’Africano. Sposò il medico Giovanni Plateario, da cui ebbe due figli, Giovanni Plateario il Giovane e Matteo, che proseguirono l’attività dei genitori nel solco di quella quella corrente di pensiero immortalata come Magistri Platearii.

E’ doverosamente giusto anche ricordare gli interpreti dei personaggi adattati e portati sulla scena; interpreti che hanno saputo scatenare applausi a scena aperta da parte del numerosissimo pubblico presente – attento e partecipe, per la gioia intima ma non tanto segreta della loro prof  (Anna Rotunno, ndr !!) che ha seguito da dietro le quinte, come si conviene ad un regista, l’evolversi dello spettacolo e la perfetta recitazione dei suoi ragazzi:

  • Trotula Narrans: Antonella Caggiano
  • Trotula Maior: Raffaella Ferri
  • Trotula Minor, Sichelgaita fanciulla, Altruda: Wanda Amato
  • Egle, Sichelgaita adulta: Sara Riccio
  • Callipa: Lisa Greco
  • Madre Ermetruda: Sara Giordano
  • Edoardo il Confessore, Rodolfo Malacorona: Matteo Zecchini
  • Prologo: Massimo Galderisi
  • Giovanni Plateario: Ugo Greco
  • Barliario: Massimo Barbato
  • Abate Pietro, Alfano I: Bruno Biasini
  • Galfrido: Emanuele Migliaccio
  • Coro: gli allievi dell’Officina del Dramma Antico del Liceo De Sanctis di Salerno.

L’unica nota dolente, la ristrettezza della sala che ha impedito l’accesso a tutto il pubblico, tra i quali anche turisti occasionali, che volevano conoscere bene e meglio il mitico personaggio di Trotula de Ruggiero; questa sarà la spinta necessaria per arrivare a rappresentare (perché no !!) l’adattamento scenico di “Io, Trotula” addirittura nel massimo teatro cittadino intitolato a Giuseppe Verdi.

Lo spettacolo prodotto dal Liceo de Sanctis è un piccolo capolavoro storico-culturale che non può e non deve conoscere ostacoli nella concessione del Verdi; la sensibilità che contraddistingue l’Amministrazione Comunale in materia, l’oggettiva rappresentazione delle radici profonde della salernitanità che comunque Trotula rappresenta, faranno il resto; e soltanto così il viaggio intrapreso dagli allievi del liceo non si esaurirà in un paio di serate che, seppure interessanti e molto applaudite, rischiano di non lasciare alcuna traccia del loro passaggio.

Un’esperienza di semplice bellezza
di Sandra Greco (classe IV-B liceo de Sanctis)

SALERNO – Quando lunedì 9 ottobre io e almeno un’altra trentina di ragazzi ci siamo riuniti nell’auditorium della scuola per il primo incontro dell’Officina del Dramma Antico, smistati praticamente tra nuove reclute e veterani dell’anno scorso, eravamo in trepidante attesa. Soprattutto chi non aveva mai fatto parte del gruppo di teatro della scuola, e ancor più chi non si era mai approcciato al teatro in generale, era seduto sulla propria poltroncina rossa provando un misto di euforia e curiosità, davanti a quel palco sul quale, per il momento, riusciva solo immaginare una proiezione di se stesso che, in un futuro più o meno lontano, avrebbe forse elevato la propria voce in armonia con il resto del coro e si sarebbe mosso con sicurezza, parte di qualcosa di più grande. Guardavamo il palco vuoto, e, chi con nervosismo, chi con allegria, chi con serenità, chi con euforia, chi con timorosa curiosità, e soprattutto chi con tutte queste emozioni messe assieme, potevamo solo immaginare quello che avremmo fatto, quello che avremmo provato, come ci saremmo davvero sentiti; e penso che ognuno di noi fosse consapevole nel frattempo di  provare in fondo le stesse sensazioni degli altri.

E poi improvvisamente il titolo di uno spettacolo, Io, Trotula?, e una data, il 24 novembre, hanno spazzato via ogni attesa e distanza temporale, e in men che non si dica mi sono ritrovata sul palco a essere parte di quel coro che nella mia testa si sarebbe formato pian piano e in modo quasi mistico. “Mistico” perché di quel legame magico, niente di più e niente di meno, che si crea tra gli attori, tra i ragazzi che si impegnano in un progetto del genere, ne ero già consapevole anche io, come  i ragazzi che lo avevano sperimentato negli anni passati.

Durante quella prima lezione improvvisamente la mia prospettiva è cambiata: le calde poltrone rosse erano ora vuote e silenziose e io ero in piedi su quel palco che mi era sembrato stranamente lontano, circondata dal ciondolare sul pavimento freddo di ragazzi incerti sul da farsi.

Ma altrettanto improvvisamente, non appena abbiamo levato le nostre voci in coro per la prima volta, ho sentito quella magia che  solo il teatro può creare.  Nessuno di noi sapeva davvero con assoluta certezza cosa stava facendo, o se e come quel tempo brevissimo di un mese sarebbe stato sufficiente, o se sarebbe riuscito ad assumere l’atteggiamento e l’intonazione perfetta, ma ognuno di noi ci stava provando, e lo stavamo facendo insieme. La vis comica di qualcuno un po’ più navigato, poi, non faceva altro che ispirare quelli più timorosi, e tutti si mettevano alla prova con umiltà e disponibilità, e da lì in poi è stato un processo inarrestabile. I giorni della costruzione del nostro ruolo sono volati tra continue modifiche delle parole da dire e del modo in cui dirle, tra voci diverse che si mettevano a confronto per stabilire la più adatta, tra idee sui particolari più svariati suggerite di qua e di là, tra tentativi fiacchi e poi efficaci grida che tremavano sulle pareti. E ancora le prove infinite di tutti i passaggi che erano incerti e non riuscivano, scandite dai colpi del tamburo, dalla melodia intonata dal coro, dalle voci che intervenivano all’unisono in latino, dal conteggio dei tempi per l’inserimento di una coreografia.

E prima della rappresentazione vera e propria, quando finalmente quel 24 novembre è arrivato, e i minuti scorrevano veloci all’interno della sala San Tommaso del Duomo, io mi sentivo in un luogo in qualche modo atemporale e mistico. Nell’infinito viavai in cerca di vestiti, spille da balia, pezzi di stoffa da trasformare in coroncine, oggetti di scena mancanti, una voce che chiama da una parte, un parere da chiedere dall’altra, la sala ha smesso di essere illuminata dalla luce esterna senza che ce ne accorgessimo neanche, e ha iniziato a riempirsi a poco a poco di spettatori che  prendevano posto.

Tutto era così dinamico e inarrestabile, così vivo e frenetico, che quando poi finalmente ci siamo disposti in fila lungo la parete, in attesa di iniziare lo spettacolo, quella stessa attesa, per quanto fossimo ora fisicamente immobili, era colma di vivacità e fermento, e mi è bastato scambiarci un solo sguardo per rendermi conto di quanto tutto questo fosse vivo e semplicemente  bello.
Commento:

Fuori Fuoco

La bellezza la trovi nel talento dei giovani che illuminano la storia di una città che ha meraviglie sconosciute agli stessi residenti. Sala cattedra di San Tommaso, atrio del Duomo di Salerno, un Liceo, un fazzoletto di studenti in gamba, docenti perseveranti, e un pubblico competente e sorpreso. Uno spazio stretto ma caparbiamente trovato nella disponibilità di un parroco e nella lungimiranza di una Scuola antica di Medicina, e su tutte la freschezza di una donna leggendaria e visionaria Trotula. Il futuro è anche nella semplicità di questi ragazzi (coro, attori) alimentati nella fiducia, anche se solo per un attimo, dagli scroscianti applausi e lusinghieri apprezzamenti di fine spettacolo. Il tutto come spesso accade fuorifuoco, ma forse è meglio cosi. Tmf@ (avv. Tommaso Maria Ferri)

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.