il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Muro Lucano: quella nevicata del ‘56

Aldo Bianchini

MURO LUCANO (PZ) – Correva l’anno 1956, avevo poco più di dieci anni e vivevo con i miei genitori e i miei due fratelli nel mio paese natale, Muro Lucano, in provincia di Potenza. Via San Leone era la strada centrale del paese, nel senso che lo attraversava tagliandolo quasi in due da nord a sud. Era lì che passavo le giornate con i miei amici, con Franco Pepe a fare un po’ da chioccia e con altri due ragazzi che da allora non ho mai più visto: Achille e Patroclo, figli di un funzionario dell’ambasciata italiana in Somalia e nati entrambi ad Adis Abeba, funzionario decisamente amante della mitologia greca fino al punto di aver dato ai suoi due figli i nomi degli eroi dell’Iliade di Omero. Con loro c’erano anche Berardino, Cosimo, Pietro, Cecilia, Enzo (mio fratello), Michele, Antonio, Maria, Rosaria, ecc. La strada in cui abitavo, proprio in quel tratto era come una specie di rettifilo che ci consentiva la pratica dei giochi dell’epoca, dal nascondino all’acchiapparella, dalla “mosca cieca” a “la lonna”, dallo “scardacopp’l” allo “r’stampeggh”,  dal “mazza e pieuz” al “la settimana”,  fino ad una variante del “baseball” americano appositamente studiata e modificata dai due fratelli da nome mitologico. Non ho mai saputo perché quei due fratelli, apparentemente perfetti e conoscitori di cose a noi umili ragazzi di paese assolutamente sconosciute, passarono più di un anno di tempo a Muro Lucano. Probabilmente erano stati depositati presso alcuni lontani parenti dai genitori molto impegnati all’estero. Tutta l’estate del 1955 passò brillantemente tra giochi e salutari passeggiate all’aperto sia verso la zona del lago artificiale che nei campi a sud di Muro verso la località Cupa dove i miei genitori possedevano dei terreni. Qualche volta con mio fratello più grande, Felice, insieme ai miei amici andavo anche nel rio Torrione per fare il bagno nell’acqua corrente del torrente. Rarissimamente ci portavamo fino al lago artificiale per il bagno, la  sua insidiosa pericolosità ci metteva tutti in allarme e, forzatamente, lo schivavamo per scelta meditata. Insomma quelli erano davvero tempi felici ed irrimediabilmente andati nell’oblio dei ricordi. In autunno, parlo del ’55, ripresi la frequenza scolastica per il quinto anno delle elementari e da gennaio ’56 per la preparazione all’esame di ammissione alla scuola media che si sosteneva pochi giorni dopo quello della quinta. Fino alla sera del 1° febbraio 1956 tutto filò liscio nella mia vita di ragazzino nel contesto di una famiglia sana, piuttosto benestante e sostanzialmente felice. Mio padre Giuseppe lavorava nelle FF.SS. e mia madre Maria era casalinga; entrambi erano nati e cresciuti in sane famiglie contadine. La sera del 6 febbraio andai a letto, dormivo in una camera con gli altri due miei fratelli Felice (studente al secondo ginnasio) e Enzo (scolaro in seconda elementare), un po’ agitato perché da più giorni sentivo parlare della neve e del suo imminente arrivo in quanto le condizioni climatiche di quei giorni erano tali da far prevedere una buona nevicata. Vivevo in un paese di montagna, nel pieno degli Appennini meridionali a cavallo dell’Appia Antica, ed ogni anno ovviamente nevicava; ma fino a quel ’56 le nevicate erano state tutte di breve durata e di poca intensità, quindi avevo una conoscenza molto parziale dello straordinario fenomeno. Come tanti ragazzini aspettavo anch’io che nevicasse alla grande, come qualcuno andava dicendo. Non c’era la televisione e i “giornali radio” dell’epoca davano poche notizie; qualcosa, però, l’avevo letta su “Paese Sera” un quotidiano cui mio zio Antonio era abbonato. Quella sera, dicevo, mi addormentati un po’ agitato; aspettavo la neve più di ogni altro, certamente più dei miei fratelli. All’improvviso una voce forte e chiara, quella di mia madre, mi svegliò: “Aldo, corri c’è la neve”. Di scatto uscii da sotto le coperte in pigiama, così come mi trovavo, e scalzo corsi verso il portone d’ingresso che dava direttamente sulla strada. Mentre correvo mi accorsi che mia madre, ferma sulla porta della cucina, cercava di dirmi qualcosa o di fermarmi. Ma io filavo dritto come un razzo, aprii il portone e “puff” andai a sbattere contro una muraglia bianca che superva il metro d’altezza: era la neve. Era caduta silenziosa per tutta la notte in maniera copiosa, in alcuni punti del paese aveva superato anche i tre metri di altezza. Tutto era silenzio intorno, non si sentiva il benché minimo rumore. Mi sentii subito afferrare da mia madre che cercò di ripulirmi per non farmi infreddolire più del dovuto. Notai che mio padre stava risalendo, attraverso una scala interna, dal sottostante garage munito di pala e piccone per incominciare a scavare un passaggio verso l’esterno; poi incominciarono le prime voci, i primi rumori, ci volle qualche ora per vedere le prime persone. La prima giornata passò così, i bambini in casa, gli uomini al lavoro e le donne a sostenerli moralmente e astronomicamente. Quella notte era cominciata la nevicata più grande del ventesimo secolo, ma nessuno in quel momento se ne rendeva veramente conto. Ricominciò a nevicare nella notte tra il 2 e il 3 febbraio e la cosa incominciò a diventare drammatica. Me ne accorgevo dall’atteggiamento dei miei genitori visibilmente preoccupati perché in paese già scarseggiavano i viveri anche se ogni famiglia aveva scorte alimentari sufficienti per diversi giorni. Ovviamente le scuole furono tutte chiuse “a tempo indeterminato”. Nevicò anche nei giorni 8, 10, 11, 17 e 18 febbraio 1956. Alla fine tornò la quiete. Piano piano furono scavate vere e proprie trincee che percorrevano tutte le strade e raggiungevano anche le località di campagna più sperdute e più lontane.  Qualche giorno dopo, il 18 febbraio, iniziò la nostra gioia, tutti noi ragazzi eravamo senza scuola e potevamo finalmente giocare con la neve e nella neve. E ci divertimmo davvero tantissimo. Ricordo con precisione che le trincee scavate avevano lasciato sul manto stradale uno spessore abbastanza grosso di ghiaccio che noi ragazzi provvedemmo, con picconi e pale, a tagliare in tantissimi “quadroni di ghiaccio” come delle mattonelle (cm. 30 x 30 x 5) che utilizzammo per costruire tante piccole fortezze (rudimentali igloo) sulla base delle indicazioni rilevate dalle enciclopedie di mio zio Antonio.

Organizzai subito delle squadre, come vere e proprie tribù con capi e soldati semplici, che gareggiavano tra loro per la conquista di viveri e bevande (che ognuno prelevava nelle proprie case) ed anche degli igloo avversari. Ero un ottimo organizzatore e un po’ tutti pendevano dalle mie labbra, tranne ovviamente mio fratello Enzo che non prendeva mai parte alle fasi lavorative e preparatorie, tranne a presentarsi all’ultimo momento per godere dei frutti del lavoro degli altri e  pretendere le parti migliori in qualsiasi gioco in quanto, per esiguità di partecipanti, la sua presenza diveniva assolutamente importante ai fini della realizzazione del gioco stesso. Andò avanti così fino alla metà inoltrata del mese di marzo del ’56, poi il ritorno a scuola e l’inesorabile scioglimento del ghiaccio ci riportò tutti alla vita normale di tutti i giorni. In quel periodo ogni mattina ci davamo appuntamento davanti casa mia, poi iniziavamo i giochi all’aperto fino all’ora di pranzo con  neve e ghiaccio, poi ci rivedevamo nel pomeriggio e ci riunivamo nel garage di casa (vivevo in una casa abbastanza confortevole rispetto alle altre!!) che avevamo rassettato. Ci sedevamo tutti intorno al camino che mia madre veniva ogni tanto ad alimentare e fu in quei giorni che iniziammo anche l’esperienza (molto bella!!) di un laboratorio teatrale, ovviamente rudimentale. Avevamo costruito in garage anche un piccolo palco con tanto di tendaggi che si aprivano a ventaglio. Avevo ideato un sistema di piccole carrucole che consentivano il tiraggio dei fili da una parte e dall’altra del sipario. Insomma avevo fatto le cose in regola. Demmo anche una nostra “prima” con una mini-commedia (che avevo scopiazzato da un almanacco di mio zio Antonio) incentrata su una battaglia dell’antica Roma. Alla prima vennero ad assistere anche i genitori di tutti noi ragazzi. Passò brevemente anche mio zio, sempre molto restio verso queste cose, che il giorno dopo mi fece addirittura i complimenti, con mia grande soddisfazione. Molte di quelle sere gli adulti provvedevano ad accendere grossi falò in strada, c’era bisogno di stare insieme e di comunicare, poi le donne cuocevano sempre qualche piatto sulla brace e, ricordo dei ricordi, le patate sotto la cenere che avevano un sapore stupendo, mai più provato in tutta la mia vita.   Poi, come dicevo, tutto finì, la neve andò via e costrinse tutti a ritornare alla realtà quotidiana che avevamo dimenticata, quasi come se fosse rimasta sospesa per un paio di mesi. Questo in sintesi il ricordo bellissimo che ho della più grande nevicata del ventesimo secolo, e non è poco.

 

Ma perché tutta quella neve? E in quale Paese vivevano in quel lontano 1956? Le risposte le ho trovate, soltanto oggi, in alcuni report giornalistici dell’epoca.

 

Nevicata del 1956

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La nevicata del 1956 e la relativa ondata di freddo rappresentano un evento meteorologico di particolare rilevanza ed eccezionalità storica per dimensioni del fenomeno che colpì il continente europeo e l’Italia nell’inverno di quell’anno.

Nel mese di febbraio di quell’anno un’ondata eccezionale di freddo investì buona parte dell’Europa e dell’Italia, coprendola di neve e gelo con un’intensità tale da essere definita la “nevicata del secolo”: costituì infatti l’evento nevoso più marcato e pesante dai tempi dell’inverno 1929 per tutta la penisola, ed i successivi fenomeni dell’inverno 1985, non meno rilevanti, non ne eguagliarono comunque l’estensione temporale e geografica.

 

Le cause e la durata del fenomeno [modifica]

 

Le principali variabili climatiche responsabili dell’evento consistettero nella discesa di un forte impulso gelido dalle alte latitudini (che determinò il raffreddamento iniziale in Europa settentrionale), nella formazione di un’intensa alta pressione termico siberiana sull’Europa centro orientale, in continue e decise espansioni dell’alta pressione delle Azzorre sul Circolo polare artico (che determinò continui afflussi freddi, i quali alimentarono il nocciolo freddo in Europa) e nella formazione di una depressione mediterranea chiusa, continuamente alimentata da aria artica proveniente dal nocciolo freddo europeo.

Questo insieme di fenomeni creò una situazione difficilmente ripetibile, in quanto è molto rara la coincidenza di tutte le variabili. Interessante anche notare come tutto avvenne senza episodi di riscaldamento stratosferico (stratwarming), di solito principali responsabili di repentini quanto intensi raffreddamenti dell’Europa centrale (1985, 1963).

Tale fenomeno ebbe anche una durata molto significativa, avendo inizio il 27 gennaio 1956 (quando un potente ammasso di aria fredda in quota e al suolo si staccò dalle alte latitudini per scendere verso la Scandinavia) raggiungendo in capo a due giorni la Svezia, la Finlandia, e poi vaste zone d’Europa, compresa l’Italia, che non uscì dalla morsa del gelo fino al 20 febbraio.

In Italia [modifica]

La fase critica in Italia inizia il 1º febbraio 1956 ed il 2 febbraio la Pianura padana è sotto l’isoterma -15° C a 850 hPa, mentre la -20° C abbraccia interamente le Alpi e bufere di neve interessano tutto il nord con particolare violenza in Toscana ed in Emilia-Romagna. Il freddo fu intenso non solo al suolo ma anche in quota, con l’isoterma di -35° C a 500 hPa che raggiunse Roma, responsabile di una nevicata divenuta storica.

Già il 4 febbraio tutte le precipitazioni, in atto su buona parte dell’Italia, erano oramai nevose, e nuovi impulsi gelidi sulle regioni adriatiche (-40° C a 500 hPa) raggiunsero il loro massimo il 7 febbraio, quando un potente nucleo gelido in quota colpì le regioni meridionali.

Bufere e temperature gelide, gelo e neve flagellarono queste regioni anche il giorno successivo, quando un nuovo minimo depressionario fra la Corsica e la Toscana provocò ancora intense nevicate a Roma e su tutto il centrosud. In quei giorni diverse nevicate con accumuli si spingono fin sulle coste siciliane. A Palermo le temperature minime scesero fino a 0 °C e la città venne imbiancata diverse volte da alcuni cm di neve. Nevicate interessarono anche le coste meridionali della Sicilia e la stessa isola di Lampedusa. [1] [2]

Il 13 febbraio giunsero nuove correnti gelide dalla valle del Rodano determinando temperature rigidissime in quota che avvolsero tutto il nord e determinarono intense nevicate che colpirono particolarmente le Marche, l’Umbria e la Toscana, spostandosi il giorno successivo verso il sud, mentre il gelo dominava sulle regioni centro settentrionali.

 

Neve, inefficienza e corruzione: è il 1956 o è oggi?

Giambattista Scirè

Anche quell’anno era febbraio e fu, per il nostro Paese, la più grande nevicata del secolo. I giornali scrivevano: «Treni bloccati, traffico impazzito, scuole chiuse». Ma il 1956 è stato anche l’anno dell’invasione sovietica dell’Ungheria e la spaccatura nel Pci, della fondazione del Partito radicale, degli agricoltori che manifestavano, della posa della prima pietra dell’Autostrada del Sole e delle grandi inchieste de L’Espresso sulla corruzione e l’edilizia. Da allora cosa è cambiato?

Non c’è troppo da meravigliarsi del malcostume e inefficienza che monopolizzano in questi giorni le cronache italiane. Quando si sente ripetere il solito luogo comune, quella specie di chiacchiera da bar, per cui l’Italia «è sempre stata così», e per cui noi siamo sempre stati «un paese allo sbando», forse chi lo dice non ha poi tutti i torti. Ripensando alla neve di questi giorni, basta andare indietro nel tempo. E così si arriva alla famosa nevicata del ’56. Quella ricordata in una canzone scritta da Califano e cantata al festival di Sanremo da Mia Martini.

Un po’ per curiosità, un po’ per malizia siamo andati avanti a sfogliare i giornali dell’epoca. Era il febbraio del ’56. Fu, per il nostro paese, la più grande nevicata del secolo. Un’ondata di freddo siberiano portò gelo e neve ovunque. Le temperature delle nostre città, dal nord al sud (addirittura fino a Lampedusa e Pantelleria), raggiunsero dai -20 gradi di Bergamo al -1 di Palermo. Piazza San Pietro si trasformò in una pista da sci. Il freddo glaciale durò più di 20 giorni. Per dare meglio l’idea di cosa accadde, basta riportare qualche passo tratto direttamente da un quotidiano:

Masse d’aria glaciale hanno portato la neve nella penisola. Il primato del freddo in Val Venosta con meno 28. Treni bloccati, gravi ritardi e disagi per i passeggeri. Tutti i corsi d’ acqua che scendono dalle vallate sono gelati. A rendere maggiormente fredda la temperatura contribuisce il vento che da oltre 36 ore soffia foltissimo. Lo strato di ghiaccio formatosi sulle strade ha causato incidenti a raffica. A Livorno il freddo intenso ha presso che interrotto l’attività nel porto. Il Vesuvio sino a quota 350 è ammantato di neve. Sono interrotte le comunicazioni stradali sulla Sila. Numerosi canali di bonifica sono gelati. In alcune zone della città si raggiungono i 12 cm di accumulo. Il traffico impazzisce e alla fine della giornata sono tantissimi gli incidenti causati dalla neve. Chiuse le scuole. Si lamentano sei morti per assideramento.

Sulla neve, il paragone oggi è presto fatto, sul resto, invece, che viene il bello. Altro che foto di Vasto, con Di Pietro e Vendola che tirano per la giacca Bersani. Altro che scandalo Lusi che fa tremare l’ex Rutelli e tutto il Pd. Nel ‘56 la sinistra viveva una delle più grandi spaccature della sua storia, a seguito delle denunce di Chruščёv contro lo stalinismo al XX congresso del Partito comunista sovietico e, soprattutto, dopo l’insurrezione degli ungheresi di Nagy contro i sovietici. Mentre i socialisti di Nenni approvavano un documento che definiva l’intervento dell’Urss in Ungheria un atto incompatibile col diritto dei popoli all’indipendenza e 101 intellettuali comunisti firmavano un manifesto che condannava l’intervento e lasciavano il Pci, Togliatti su Nuovi Argomenti rinnovava la fiducia al modello del Pcus, mentre l’Unità e la direzione comunista definivano gli insorti ungheresi come dei controrivoluzionari traditori. Insomma, cambiano i fatti, cambiano i nomi, ma nella sinistra, lo scontro tra riformisti e radicali è sempre stato di moda, ed ha sempre suscitato profonde emozioni nella base del suo elettorato.

Anche la Cina, così come accade oggi sulle questioni economico-finanziarie del mondo globale, pure allora era al centro dei riflettori del mondo: Mao Tse-Tung, proprio in un solenne discorso del 2 maggio del ’56, si lanciava, con la cosiddetta liberalizzazione culturale dei “cento fiori”, alla conquista, si fa per dire, dell’Occidente. Israele, che di recente ha minacciato di voler attaccare l’Iran con le sue testate nucleari, il 29 ottobre del ’56, inviava le sue truppe ad occupare il monte Sinai in Egitto. Ma non a parole, le inviava sul serio, provocando l’intervento dell’Onu (che anche allora, peraltro, servì a poco).

Intanto, sempre nel gelido febbraio del ’56, con l’intento di una campagna moralizzatrice e a difesa della laicità e dei diritti civili di tutti i cittadini italiani, da una costola del partito liberale, nasceva, nel corso di un improvvisato convegno romano, il partito radicale di Ernesto Rossi, Leo Valiani, Leopoldo Piccardi, Eugenio Scalfari e altri. Da allora seguirono grandi battaglie e ideali. Pinzillacchere, direbbe Totò, a confronto di quelle dei radicali di oggi, che vanno dietro niente meno che al “fumus persecutionis” della magistratura contro il parlamentare del Pdl Alfonso Papa.

Non c’erano i forconi nel lontano ’56, ma la crisi dell’agricoltura si faceva sentire pesantemente anche allora (il miracolo economico non aveva ancora dato i suoi frutti). Infatti, durante una serie di manifestazioni di braccianti agricoli e disoccupati, a Potenza, Comiso, Foggia, Barletta e a Partinico, a cui partecipò anche lo scrittore Danilo Dolci, arrestato durante gli scontri, la polizia sparava sulla folla, facendo centinaia di feriti e addirittura 3 morti. Anche allora, come è accaduto per tassisti, autotrasportatori e agricoltori, tutto finiva “con tanto rumore per nulla”, al massimo con una interrogazione parlamentare, poi riposta nei cassetto di qualche gruppo parlamentare che la esibiva come patentino al momento di chiedere il voto.

La grande industria di stato, però, se la passava decisamente meglio. E non parliamo solamente della Fiat, costretta oggi ad andare a cercare altrove nuovi mercati, con conseguenze preoccupanti per i suoi dipendenti. L’Eni non lamentava alla stampa, nelle parole del suo presidente, possibili interruzioni di forniture del gas da riscaldamento. Nel ‘56 l’Eni accresceva addirittura la sua quota di mercato internazionale e acquistava il 20% di azioni di una compagnia petrolifera egiziana. Quanto all’Iri, lo stesso anno in cui veniva istituito il Ministero delle Partecipazioni sta tali, otteneva dal governo la concessione per la costruzione dell’Autostrada del Sole Milano-Napoli.

Prima gli autotrasportatori, per andare da Napoli a Milano, impiegavano due giorni di viaggio. La prima pietra della tratta Milano-Parma fu posta il 19 maggio del ‘56. Non che oggi un automobilista se la passi poi tanto meglio: qualcuno dirà che è colpa dei cantieri, qualcun altro della mafia, qualcun altro ancora della neve, ma, alla fine dei conti, dopo circa 56 anni, quell’autostrada, caso unico al mondo, in molti punti sembra una strada sterrata e in tanti altri deve ancora essere perfino ultimata. E sempre nel ‘56, l’Iri incorporava anche la compagna aerea Alitalia: a quei tempi si trattava di una delle compagnia più all’avanguardia nel panorama europeo, oggi è messa seriamente in crisi dalle compagnie aree dei voli low cost ed è finita tra le ultime posizioni nella classifica internazionale per impatto ambientale.

Se prendiamo in rassegna il mondo del lavoro, nel ’56 proseguiva la morsa delle organizzazioni industriali che tenevano i sindacati fuori dalle fabbriche, ricorrendo alla polizia privata, e che si organizzavano, attraverso i servizi segreti deviati, con le prime schedature politiche dei lavoratori (come risulta dall’inchiesta parlamentare del 1955 intitolata “Condizioni di lavoro nelle fabbriche”). La corruzione e gli scandali nel mondo dell’edilizia non mancano i parallelismi: il ’56 non ha nulla da invidiare alla recente affittopoli, alla P3 o P4, e agli intrecci tra politica, economia nelle inchiesta sulla protezione civile, se è vero che il settimanale “L’Espresso” denunciò con più di un articolo dal titolo Capitale corrotta = Nazione infetta (e chiaramente anche allora senza successo), l’Immobiliare Roma accusata di speculazione edilizia e violazione delle norme urbanistiche comunali.

Chiudiamo, giusto per non farci mancare nulla su questo paradossale ma, purtroppo, illuminante confronto tra l’Italia di oggi e quella del ’56, con l’immancabile razzismo. Più di cinquant’anni fa, come ricordano i nostri nonni, a Torino, in alcune fabbriche, gli operai meridionali, siciliani, calabresi, pugliesi e campani, venivano soprannominati “Napoli” dai settentrionali. A quei tempi, nel capoluogo piemontese si si diffondevano vergognosi cartelli con la scritta “affittasi, esclusi meridionali”. Torino era la destinazione ideale dei tanti immigrati del profondo Sud che riempivano i cosiddetti “treni del sole”, quelli notturni, quelli stessi convogli che proprio oggi sono stati dismessi (causando il licenziamento di centinaia di addetti). Oggi, come risulta da una freschissima cronaca, in Veneto (per l’esattezza a Mirano in provincia di Venezia) un meridionale forse potrà affittare (rigorosamente “a nero”) una casa, ma non può assicurare la sua automobile. «Per colpa di disposizioni dell’assicurazione», ha gentilmente fatto presente la titolare dell’agenzia dicendo che non poteva mandare avanti la pratica ad un giovane di 26 anni di origini meridionali, ma residente nel veneziano ormai da tempo. Questo succede nell’Italia di oggi.

 

 

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