il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

AMBROSOLI: i tanti misteri ancora irrisolti …il processo “Niki Niki”

Aldo Bianchini

 

SALERNO – Qualche giorno fa ho scritto sulla figura dell’avvocato milanese Giorgio Ambrosoli, barbaramente ucciso la sera dell’ 11 luglio 1979 mentre faceva ritorno nella sua abitazione (dopo una cena con amici) a colpi di rivoltella da un sicario del finanziare Michele Sindona, il padre-padrone della Banca Privata Finanziaria Italiana (BPFI), della Franklin National Bank (USA) e consulente di tantissime altre società finanziarie private disseminate per tutto il mondo. La colpa di Ambrosoli fu quella di aver svolto il difficile compito di “commissario liquidatore” della Banca Privata Finanziaria Italiana che aveva evidenziato un buco economico di oltre 500miliardi delle vecchie lire, pari ad un terzo del pil nazionale. Dopo quarant’anni dalla sua uccisione la storia ci ha rimandato la figura di un uomo incorruttibile anche se più o meno apertamente soggetto a velati e numerosi tentativi di corruzione materiale e morale. Ma la storia ci rimanda anche un’immagine complessa, ed a tratti contraddittoria, dell’avvocato milanese che molto verosimilmente si trovò a dover dipanare un groviglio di interessi senza precedenti; interessi che chiamavano in campo più o meno direttamente: Giulio Andreotti (onnipresente in tutti i grandi scandali e misteri del Paese), Licio Gelli (capo della loggia massonica segreta P/2 ), Roberto Calvi (presidente del Banco Ambrosiano), Paul Marcinkus (responsabile dello IOR, la banca vaticana), del cardinale Agostino Casaroli, dei parlamentari Gaetano Stammati e Franco Evangelisti (uomini di Andreotti), di Enrico Cuccia (presidente di Mediobanca), di Mario Sarcinelli (vice direttore generale della Banca d’Italia che fu arrestato forse per depistare l’attenzione pubblica dal “caso Calvi”), di alcuni magistrati ma anche (è solo un’ipotesi azzardata nel film “I banchieri di Dio” di Giuseppe Ferrara uscito nel 2002 e ripreso da Andrea Purgatori nella trasmissione televisiva “Atlantide”) di Papa Giovanni Paolo II per via dei numerosi contributi economici che la Banca Privata Finanziaria e il Banco Ambrosiano elargirono in favore di “Solidarnosc” (il movimento insurrezionale capeggiato in Polonia da Lech Wałęsa) e tanti altri nomi nazionali e mondiali. Non solo, Ambrosoli si trovò immischiato nei segreti esplosivi delle polveriere finanziarie che accoglievano gli ingenti patrimoni economici del mafioso americano John Gambino; e attraverso Sindona e Gambino, con i boss Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Rosario Spatola che investivano il loro denaro sporco in società finanziarie e immobiliari estere.

            La sera di mercoledì 27 marzo 2019 il giornalista di La/7 ha portato sul piccolo schermo la vicenda umana e professionale di Giorgio Ambrosoli nel contesto degli speciali televisivi per la trasmissione “Atlantide” che ha riscosso notevole successo di ascolti.

            Ebbene lo speciale televisivo non ha fatto altro che confermare, a mio modo di vedere, tutto ciò che ho scritto nell’articolo del 27 marzo 2019 e pubblicato su questo giornale, anche i dubbi circa la insussistenza di una sola verità; è vero che il giornalista Purgatori ha fatto passare in video quelle che sono le sue certezze ma anche queste ultime devono sempre essere valutate alla luce di una “verità assoluta” che non può mai essere raggiunta e conclamata.

            Anche le registrazioni telefoniche riprodotte nella trasmissione, se da un lato hanno fatto accapponare la pelle per la durezza dei tentativi di corruzione prima e di minacce poi, hanno comunque evidenziato una certa incertezza nella risposta dell’avvocato milanese che, comunque, pur non respingendo con forza vibrante i tentativi ha rimandato, con la voce forse flebile perché intimorita, nette sensazioni di assoluta incorruttibilità da vero uomo servitore dello Stato; perché è bene ricordare che Giorgio Ambrosoli si trovava seduto su quella scomoda e bollente poltrona per servire e salvare lo Stato con l’appoggio parziale della sola Banca d’Italia.

            Una Banca d’Italia che venne usata, stritolata, buttata a mare e poi risollevata con la finalità non tanto occulta di distrarre l’attenzione pubblica dai motivi reali che avevano prodotto l’uccisione di Ambrosoli, l’impiccagione di Roberto Calvi e l’avvelenamento di Michele Sindona.

            Anzi a ben rivedere il film di Giuseppe Ferrara (I banchieri di Dio) ritorna alla mente ed a galla anche la faccenda mai chiarita non solo del famoso elenco nominativo della P/2 ma anche quella più oscura del “conto cifrato segreto” che avrebbe utilizzato il Partito Socialista, già dominato da Bettino Craxi e da Claudio Martelli, con i finanziamenti occulti provenienti anch’essi dalle stesse fonti che avevano invaso la Banca Vaticana, il Banco Ambrosiano e la Banca Privata Finanziaria ed anche di alcune banche americane

            Ebbene in questo inestricabile ginepraio aveva accettato di inserirsi il bravo avvocato-commercialista milanese Giorgio Ambrosoli che forse, per dirla tutta, non aveva perfetta conoscenza dei mille pericoli del mondo in cui si era infilato e, soprattutto, non aveva i necessari anticorpi per fronteggiare un equilibrio malavitoso mondiale ai vertici del quale c’era probabilmente una “tavola rotonda newyorchese” con a capo il famoso e famigerato Niki Niki e intorno alla quale si sedevano a turno i più grandi finanzieri mondiali e le grandi famiglie mafiose e quelle dell’economia planetaria ed anche le famiglie reali. In una notissima inchiesta giudiziaria condotta alcuni anni fa dall’allora pm Alfredo Greco, inchiesta sfociata in regolare processo pubblico nel Tribunale di Salerno, si parlava addirittura della presenza intorno a quella tavola rotonda di esponenti delle famiglie Grimaldi di Montecarlo e degli Agnelli di Torino; fece scalpore la convocazione in udienza di Edoardo Agnelli (figlio dell’avvocato) e del dr. Maurizio Graziani (medico delle famiglie Grimaldi e Agnelli). Graziani fu arrestato e trascinato in schiavettoni a Salerno, Edoardo Agnelli non fece in tempo ad essere ascoltato perché nelle more dell’attesa si era suicidato lanciandosi da un cavalcavia autostradale.

            Ed alla fine, come sempre accade, “il sistema” si allertò e difese se stesso travolgendo tutto e tutti, sia moralmente che fisicamente, anche il probabile unico servitore vero dello Stato che rispondeva al nome di Giorgio Ambrosoli.

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