il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Elezioni Europee: L’alba dell’imprevedibile

Felice Bianchini junior

(corrispondente e notista politico)

 

ROMA – Il giorno tanto atteso è arrivato e se n’è andato via in un lampo, lasciando dietro di sé – almeno qui nella capitale – un cielo grigio e le strade bagnate. Vola via e diventa già ricordo, per colpa del ritmo forsennato che ognuno dei protagonisti della politica odierna è costretto a rispettare, ma soprattutto a scandire, momento dopo momento, tra microfoni, telecamere e impressioni: si potrebbe quasi dire che siamo di fronte a una politica “impressionista”.

Tuttavia, al di là delle impressioni, quel che è richiesto sono i fatti, e noi di fatti abbiamo voglia di parlare, pena l’adesione all’opinionismo salottiero imperante. Parlare di fatti, però, non necessariamente vuol dire parlare di numeri: quelli già penseranno a propinarli i nostri “schermi” nelle prossime ore e giorni. Compito di un’informazione originale è un’analisi politica di presente e passato, e una altrettanto politica previsione del futuro – compito, questo, che si addice a chi è più temerario -, tenendo più che altro in considerazione il significato e gli effetti che i numeri comportano, per non scadere in un mero elenco chiacchierato dei risultati numerici – o dei sondaggi, a seconda del momento in cui ci si esprime.

 

Il passato

 

La campagna elettorale ha segnato i nostri giorni a partire da Marzo 2018, non ci ha mai realmente abbandonato. Il più impegnato – e i risultati gli danno ragione – è stato Salvini, che ha passato un anno a girare per l’Italia e a rastrellare consenso, sempre con un occhio al 26 Maggio. Di Maio e compagni all’inseguimento, per ridurre una distanza divenuta via via sempre più siderale. PD che ha cominciato in ritardo, poiché impegnato con le sue elezioni interne del cambiamento. FdI che ha sempre più fermamente tenuto il punto, con in testa un’idea ben precisa: l’emancipazione da FI, sempre più in ombra.

C’è chi dice che l’elezione sia il risultato di un referendum su Salvini, come da lui richiesto; chi invece crede sia stato un giudizio sull’operato del governo; chi invece sia stato un voto sull’Europa. La verità spesso si presenta come “grigio”, piuttosto che come “bianco” o “nero”.

Durante quest’anno di “cambiamento” i riflettori sono stati puntati perlopiù sulla maggioranza, anche dalle stesse opposizioni. Il rapporto tra i due contraenti di governo è stato vittima di sentenze contrastanti: per il centro-destra, il MoVimento stava dominando la vita interna del governo, facendo valere la sua maggioranza parlamentare, Di Maio si era accaparrato i ministeri più delicati, estraniando la Lega dall’economia, e il rapporto in sé era ritenuto impossibile, vista la distanza di vedute tra le parti; sul fronte del centro-sinistra, invece, si è sentito prevalentemente dire che Salvini stava sottomettendo a sé il governo – a tratti il paese intero -, complice un appiattimento dei pentastellati sulle posizioni leghiste, che “votare Di Maio vuol dire votare Salvini”, e così via.

 

Anche un occhio non particolarmente attento noterà la contraddizione di queste considerazioni, noterà il bianco e il nero. La verità è che ogni forza politica ha predicato, come da prassi, ciò che il suo elettorato voleva sentirsi dire.

 

Ciò da cui doveva smarcarsi Di Maio era la narrazione PD, di appiattimento e di sovrapposizione (o “sottoposizione” se si preferisce…) nei confronti dell’alleato. La consapevolezza di tutto ciò si evince dal disperato tentativo degli ultimi due mesi di polarizzare l’elettorato, contrapponendosi fortemente a Salvini e alla Lega, e cercando di mettere in luce le differenze. Credo sia sbagliato dire che Di Maio abbia fatto un errore, per quanto questa scelta all’atto pratico sia stata controproducente, visto che era l’unica possibilità dei 5stelle per potersi svincolare; come non credo sia stato un errore questo governo, ma semplicemente una strada segnata dai numeri e dalle chiusure delle altre forze politiche. Parla la storia.

 

A livello di Europa si sono affermate due posizioni: federalista (fazione dei fautori dei famosi Stati Uniti d’Europa ndr) e sovranista. I federalisti, capitanati da Bonino e coccolati da un Zingaretti in cerca del maggior numero di alleati possibili per la sua lista unitaria. I sovranisti, rappresentati da Meloni, che ha rispolverato il modello confederale di De Gaulle, e Salvini, il quale non si è esposto sul modello di Europa come la sua alleata, ma si è limitato a mettere al centro i vincoli di finanza pubblica di Maastricht (con la volontà di abbassare le tasse al 15%) e l’assenza europea in tema immigrazione. Assenti ingiustificati Forza Italia e 5stelle: i primi, inconsistenti nel loro partito europeo (PPE ndr), hanno cercato fortuna nella riproposizione di Berlusconi, teorico dell’alleanza Popolari-Sovranisti, forse l’unico vero e proprio tema europeo di cavaliere e compagni; i secondi, che hanno cercato ambiziosamente (forse troppo) di costruire un gruppo autonomamente, visto che attualmente sono in un gruppo classificato come estrema destra e si sono ritrovati impossibilitati a dialogare, per via della loro deteriorata reputazione di “alleati di Salvini”, con i Verdi, con i quali (se ne parla poco) condividono, o almeno dovrebbero condividere, la vena ecologista e l’avversione all’Europa di Maastricht e dei vincoli.

 

La conoscenza di tutte queste premesse permette di non stupirsi di fronte ai risultati.

 

 

Il presente

 

Tempo fa dissi che il primo obiettivo doveva essere l’aumento dell’affluenza, stagnante ormai dalla prima elezione, quella del ’79. Il risultato fa ridere: nel resto d’Europa l’affluenza aumenta, mentre in Italia diminuisce (per i numeri rimandiamo sempre agli “schermi”). Sorprendente? Non proprio. Togliendo chi non è potuto andare per motivi personali, il risultato negativo dell’affluenza è da imputare principalmente ai 5stelle, rei di aver deluso un importante pezzo del proprio elettorato, in parte “migrato”, in parte rimasto a casa; non solo, hanno anche pagato la strategia “anti-Salvini” che sembrava stesse dando frutti: vero, ma solo se visto dalla prospettiva dell’insultato. Forse, fosse stata una bella giornata di sole, avrebbe votato qualcuno in più…

 

Tempo fa dissi anche che i forzisti avrebbero fatto bene a tenere d’occhio Meloni, molto più affine di loro con Salvini. In termini di voti assoluti, gli unici ad aumentare seriamente sono FdI e Lega. La vecchia fiamma tricolore brucia Forza Italia, ormai un partito arrugginito. Salvo sorprese, rinnovamenti improvvisi, o cadute inattese, il nuovo blocco “sovranista” dovrebbe consolidarsi sempre di più. E ciò non perché “ci sono gli hacker russi che spacciano fake news nel nostro paese e nel continente europeo, traviando l’opinione pubblica”. No. Questo perché l’alternativa reale non esiste, e chi si propone come alternativa è adesso sotto scacco: o darà delle risposte serie, o sparirà.

 

In casa nostra, il PD esulta e in fin dei conti se lo merita: un po’ di autostima a chi dovrebbe essere l’opposizione del nostro paese fa bene. Ma la verità è che ha poco da esultare, per quanto ci sia chi sbandiera che “gli italiani hanno detto che siamo l’alternativa alla destra”. Da grandi protettori e cultori dei numeri quali dicono di essere, dovrebbero sapere che in termini assoluti non hanno migliorato granché la loro posizione: vincono perché gli altri sbagliano, per abbandono.

 

All’interno del parlamento vi è ora una sorta di stallo che, a seconda di come si ricomporranno i gruppi, sarà superato o meno. La decisione da prendere è su chi – e su che basi – dovrà rappresentare la maggioranza del parlamento europeo. La vittoria schiacciante dei sovranisti non c’è stata: i gruppi di Salvini e di Meloni non sono abbastanza consistenti per dettare legge. E, in caso di “tradimento” del PPE, si potrebbe tranquillamente verificare un rinnovo dell’asse PPE-PSE-ALDE (con qualche aiuto esterno), che vedrebbe vanificarsi le speranze di cambiamento radicale di una parte dell’elettorato.

Ma la totale inerzia del sistema Europa sarebbe insostenibile: tutti, almeno in parte, hanno votato per cambiare qualcosa, per smuovere le acque: taluni, in particolare nel Nord-Europa, per avere risposte sui problemi ecologici (da qui l’ascesa verde, che in Germania da uno schiaffo alla social-democrazia tradizionale), altri, in particolare nel Sud, per cambiare le regole di finanza pubblica, altri ancora poiché restii all’immigrazione. Anche chi non ha votato “sovranista”, in buona parte, ammette, come le rispettive forze politiche di riferimento, che effettivamente “non è che vada poi tutto per il meglio” e che “qualcosa andrebbe cambiato”. Basti pensare che lo stesso presidente della commissione europea Juncker, qualche mese fa, si è reso protagonista di uno dei più importanti “mea culpa” degli ultimi 20 anni, ammettendo che in Grecia furono commessi degli errori con l’austerity.

 

La realtà ci spinge a credere che, al di là di chi poi effettivamente finirà per “governare” questa nuova Europa, ci sia ad attendere i neoeletti la responsabilità di cambiare qualcosa e di lanciare messaggi positivi, o alla prossima tornata elettorale si verificherà una vera e propria rivoluzione democratica – che può in ogni caso essere preceduta da scombussolamenti per le strade del continente, come successo già in Francia.

 

 

Il futuro

 

Quando si parla di futuro, si può approcciare il discorso in due modi: o si parla del risultato sperato, di ciò che vorremmo accadesse, o si parla di ciò che è probabile che avvenga, al di là delle nostre aspettative. Credo sia giusto dare spazio ad entrambe le possibili visioni alternative del futuro – e dico alternative poiché nel mio caso “ciò che è probabile che avvenga”, o semplicemente probabile, non combacia con “ciò che vorrei che avvenisse”, o desiderabile.

Probabile

In Italia già vengono stesi i tappeti rossi per Salvini, elevato a grande statista e animale politico. Tutto quel che ha fatto non è stato privo di merito, ma va detto che è stato aiutato non poco dai suoi avversari. Sta di fatto che il “capitano” da oggi sembra essere il nuovo premier. Quantomeno, verrebbe da dire che l’agenda di governo sarà lui a dettarla. Di Maio e i suoi hanno tanto da ragionare: abbassano la testa e non stanno ad ascoltare, almeno per ora, chi dice loro di mollare tutto e andarsene. Porre rimedio a questa situazione non è semplice. Salvini dice “si va avanti, i 5stelle potranno recuperare”, archiviando le domande sulla possibile caduta del governo. Ha il coraggio e la forza Di Maio di continuare a governare con così tanti seggi in parlamento e così poco potere politico residuo? Salvini comanderebbe con solo il 17% dei seggi: una prospettiva a tratti umiliante.

 

Nel parlamento europeo partiranno le trattative, che si prospettano abbastanza infuocate, soprattutto se i sovranisti decideranno di fare la voce grossa. Tuttavia, anche se ECR e ENL si unissero – e posto che Farage con i suoi 29 seggi voglia partecipare -, pressando sul PPE (con all’interno Orban) potrebbero riuscire a mettere insieme un numero importante, ma non ancora in grado di imporsi come maggioranza, neanche se dovessero unirsi i 5stelle, in una riproposizione a livello continentale dell’alleanza gialloverde. Va detto poi che all’interno del PPE, oltre ad Orban, ci sono sia forze come FI, favorevoli ad un accordo con Salvini e i suoi, sia forze come la CDU della Merkel, che ha già storto il naso sulla presenza del premier ungherese e che non sembra favorevole ad accordi con i sovranisti. Si prospetta una trattativa complicata.

Dall’altro lato dell’emiciclo, i numeri non sorridono di certo a socialisti, liberali e verdi, che insieme, con o senza GUE (il gruppo a sinistra del PSE, che in Italia è rappresentato da Fratoianni e La Sinistra, rimasti a casa), non riuscirebbero a dar vita ad una maggioranza. L’unica combinazione possibile è una “conventio ad escludendum” PPE-PSE-ALDE-Verdi che vada a lasciare in disparte i sovranisti, ma che potrebbe avere delle ripercussioni politiche e sociali non indifferenti, se ad esempio qualcuno, da solo o aizzato dal proprio leader di riferimento, non dovesse prendere positivamente questa scelta, che – è inutile dirlo – non passerebbe di certo inosservata. In caso di frattura, non è escluso che ritorni in auge l’Italexit.

 

La decisione politicamente più plausibile sarebbe raggiungere un accordo bipartisan su i punti più caldi, di cui si parlava prima: finanza pubblica, ambiente, migranti e aggiungerei fisco. Un accordo che potrebbe configurarsi come un contratto di programma. Tuttavia, come ho già avuto modo di argomentare, e come si evince, senza bisogno di essere espliciti, dal quadro descritto, anche se qualcuno dovesse provare a mantenere tutto invariato, dovrebbe fare i conti con tensioni politiche inevitabili. A prescindere dal desiderabile, siamo ottimisti.

Desiderabile

Senza nulla togliere al sogno degli Stati Uniti d’Europa, credo che l’autonomia in tema di gestione dell’economia a livello nazionale sia molto importante, soprattutto per un paese come il nostro, con un peculiare tessuto di PMI che copre la maggior parte dell’economia e che ha bisogno di tutela. Di quest’ultima hanno bisogno non solo le imprese, ma anche i cittadini: salario minimo, per evitare il dumping; federazione fiscale, per tassare i big del mercato il giusto e ridurre la pressione fiscale su chi ha di meno; riforma dell’istruzione (o del “percorso di formazione”) per collegare meglio scuola, università e mercato del lavoro; reddito di base universale, per favorire associazionismo, piccola impresa e abolire definitivamente la povertà. Aggiornare il ruolo della BCE a prestatore di ultima istanza e investire sull’idea dell’eurobond potrebbe essere utile, se non necessario, per realizzare un percorso simile.

Sarebbe ora di ridare un assetto un po’ più keynesiano al sistema economico europeo, strozzato tra i vincoli del Fiscal Compact e gli arbitrari parametri di Maastricht. A tal proposito, il fatto che molti economisti post-keynesiani siano senza casa politica e che alcuni di essi si trovino ad oggi tra le file dei sovranisti e della destra dovrebbe far riflettere i politici che si definiscono “di sinistra” sulle idee economiche che hanno maturato nell’ultimo ventennio.

 

Sono poi convinto sia importante una coesione a livello di politica estera, risolvendo eventuali divergenze di interessi internamente. Il caso Libia, ad esempio, è innanzitutto un fallimento europeo. Se questo voglia dire anche “esercito europeo” lascio agli altri dirlo, visto che la mia Europa dovrebbe rifarsi all’art.11 della Costituzione italiana, che è stato anche troppo liberamente interpretato nel corso degli ultimi trent’anni circa. A tal proposito, visto che non sono candidato e posso permettermelo, darei anche un’occhiata all’attuale struttura e finanziamento della NATO e prenderei in considerazione l’idea di rivedere qualcosa. Chi si definisce patriota europeo e poi rimane muto su questi temi è già traditore prima ancora di aver “liberato la patria”.

In generale, credo che non si debba a tutti i costi cercare di fare di questo continente la caricatura degli Stati Uniti d’America, ma piuttosto riuscire a fare dell’Europa un nuovo polo in grado di proporre – e non imporre – un modello alternativo di sviluppo (o di globalizzazione, se preferite): questa è per me la sfida.

 

 

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