il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

CILENTO: tra tradizione e rivoluzione … da Pisacane ai Borboni

Aldo Bianchini

 

TORRACA /SA) – La sera dell’ 11 agosto 2019, nell’incantevole scenario del Castello Baronale Palamolla, si è tenuto un importante incontro-dibattito dal titolo CILENTO TRA TRADIZIONE E RIVOLUZIONE.

L’iniziativa voluta dal sindaco Domenico Bianco ha visto contrapporsi due “schieramenti”: i pro Borboni e i “rivoluzionari”.

Per i Borboni hanno preso la parola appassionatamente il Giudice Eduardo Vitale Presidente della XII sezione civile del Tribunale di Napoli, l’avv. Ennio Apuzzo di Castellammare di Stabia, Silvestro Oliva di Lagonegro, il prof. Vincenzo Gulì di Napoli; per i rivoluzionari l’avv. Franco Maldonato e il prof. Vincenzo Abramo di Vibonati.

L’avv. Giovanni Falci si è dichiarato battitore libero perché convinto anti Pisacane ma anche anti Borboni.

Ha moderato l’incontro da par suo e non è stato facile per la verve che ha animato soprattutto i pro-borbonci, Antonella Grippo, giornalista e opinionista della Rai.

La discussione su Carlo Pisacane (rivoluzionario e patriota italiano – 1818/1857) e la sua missione ovvero sull’attività politico padronale della dinastia dei “Borbone”  (estintasi praticamente con l’unità d’Italia del 1861) appassiona da sempre la nostra società letteraria ed intellettuale; convegni, dibattiti, prese di posizione, scontri anche dai toni molto forti non si contano in giro per il Mezzogiorno d’Italia, abbondano soprattutto nel Cilento e zone limitrofe in cui sia Carlo Pisacane che Giuseppe Garibaldi passarono per dar vita alle loro imprese di patrioti o di semplici avventurieri.

La storia è ancora ben determinata e consolidata su come definire le due imprese, quella dei garibaldini e dei trecento, e le correnti di pensiero (come dicevo) sono almeno due che si contrappongono con una certa vivacità; alle stesse due cosiddette imprese andrebbero poi aggiunte tutte quelle posizioni e scelte politiche locali che già si contrapponevano radicalmente tra loro e tra paese e paese. Insomma una storia recente difficile da scrivere con estrema sicurezza.

La stessa cosa è accaduta domenica sera 11 agosto nel contesto del convegno “Cilento tra tradizione e rivoluzione” tenutosi a Torraca.

Il commento giornalistico, il mio commento, potrebbe chiudersi qui per lasciare ad ognuno tutta la libertà possibile nel ricostruire mentalmente quel periodo storico-politico-popolare al fine di formarsi una personale convinzione su quale linea di pensiero basare per il futuro i propri ragionamenti.

E’ importante, però, riportare qui di seguito due tra gli interventi che ritengo di maggiore importanza dell’intero convegno; alludo al pensiero dell’avv. Giovanni Falci (notissimo avvocato penalista del foro di Salerno) e dell’avv. Franco Maldonato (altrettanto noto penalista del foro di Lagonegro-Sala Consilina); due pensieri che soltanto all’apparenza sono diversi (il primo indipendente e il secondo pro-rivoluzionari) ma che nella sostanza possono facilmente essere integrati in quell’amore spassionato e convinto che i due nutrono nei confronti del Cilento e delle loro rispettive terre di nascita.

 

avv. Giovanni Falci

 

Avv. Giovanni Falci: Il titolo dell’incontro di oggi “CILENTO TRA RIVOLUZIONE E TRADIZIONE” mi pone in una situazione di disagio perché l’uno e l’altro termine rimandano alla “STORIA”, disciplina con la quale non ho molta dimistichezza. Allora cercherò di dare un mio contributo con dei semplici flash. Iniziamo dal CILENTO che personalmente amo perché lo colloco fuori dalla storia. Nelle città ci sono troppi rumori del passato. Un orecchio esercitato vi percepisce la vertigine dei secoli;  si sentono le rivoluzioni, la gloria; si ricordano i clamori e questo sicuramente non fa silenzio. Nelle città gli uomini sono accompagnati da secoli di storia e di bellezza, ma viene un momento in cui si ha la necessità di restare soli con se stesso: “a noi due!”. Per me questo avviene a Torraca e non vi nascondo che sarei stato felice se Pisacane fosse sbarcato ad Ascea così da non sentirsene contagiati. In realtà ho una mia personale IDEA DELLA STORIA che è legata alla persona dello storico il quale invece che “ MOSTRARE SEMPLICEMENTE COME LE COSE SONO ANDATE“, raccoglie i fatti accertati (nei documenti, nelle iscrizioni,…), e li presenta nel modo che preferisce. Allora la prima domanda non può che essere MA COS’È UN FATTO STORICO? Qual è il criterio per distinguere i fatti storici dagli altri fatti del passato? E’ lo storico a decidere quali fatti debbano essere presi in considerazione, in quale ordine ed in quale contesto;  PRATICAMENTE GIUDICA DEGNI DI MEMORIA QUELLI CHE CONFERMANO LA PARTICOLARE CONCEZIONE A CUI, PIÙ O MENO CONSAPEVOLMENTE, ADERISCE. A proposito di PISACANE E DELLA SUA MORTE, ci sono storici che riportano che forse fu ucciso da Sabino Laveglia, capo urbano della guardia cittadina di Sanza; secondo altre versioni dell’episodio Pisacane fu ucciso dai soldati borbonici; mentre secondo un altro diverso resoconto, Pisacane e Falcone, feriti gravemente e in procinto di essere uccisi, si suicidarono con le loro pistole. Vedete che allora ad ogni diversa ricostruzione si collega un diverso giudizio sulla persona. Questo avviene perché “LA STORIA È NECESSARIAMENTE SOGGETTIVA PERCHÉ L’UOMO OSSERVA SE STESSO”. Se così non fosse questa sera non saremmo qui con idee contrapposte. Se fosse, cioè, regolata da principi ermeneutici scientifici, non ci sarebbe spazio per ipotesi diametralmente opposte. Altro aspetto importante che mi sembra opportuno sottolineare per sgomberare il campo da facili polemiche o meglio ancora da querele, è che allo storico non è richiesto di esprimere GIUDIZI MORALI SULLA VITA PRIVATA di personaggi storici, vizi e virtù lo interessano solo nella misura in cui hanno influito sugli eventi. Quindi quando parlerò male di Pisacane, lo farò nell’ottica di Benedetto Croce: OGNI STORIA È CONTEMPORANEA PERCHÉ LA STORIA CONSISTE ESSENZIALMENTE NEL GUARDARE IL PASSATO CON GLI OCCHI DEL PRESENTE ED ALLA LUCE DEI PROBLEMI DEL PRESENTE E L’ATTIVITÀ ESSENZIALE DELLO STORICO NON È CATALOGARE I FATTI, BENSÌ DARNE UN GIUDIZIO. Con gli occhi di oggi incominciamo a dire che Pisacane, a prescindere dalla CONDANNA PER ADULTERIO che subì per la sua relazione con  Enrichetta De Lorenzo, ne ha fatte veramente di tutti i colori. Sia ben chiaro io mi guardo bene dal fare COINCIDERE IL VALORE DI UNA PERSONA CON LA SUA INCENSURATEZZA, è una operazione che non mi appartiene e sarebbe smentita nei fatti immediatamente. Gesù, condannato in Tribunale, sicuramente non può considerarsi persona priva di valore; e questo vale per lui e per Galilei, Dante Alighieri, Michelangelo Merisi e tanti altri ancora. Però Pisacane con gli occhi di oggi è sicuramente un CORRUTTORE (si è impadronito della nave Genova-Tunisi durante la notte, con la complicità dei due macchinisti britannici processati per questo fatto e per intervento del loro governo furono dichiarati non perseguibili per infermità mentale). E’ ancora un responsabile di EVASIONE (si è parlato di liberazione di prigionieri politici ma in realtà riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici, aggregandoli quasi tutti alla spedizione). Infine è sicuramente un capo e promotore di una BANDA ARMATA (venti tra i partecipanti alla spedizione redassero e sottoscrissero un documento che ben rifletteva l’ideologia politica di Pisacane fondata sulla “propaganda del fatto che altro non è che l’attuale reato previsto dall’art. 306 c.p.). C’è una ANALOGIA in questo con le BRIGATE ROSSE: in base ai racconti di alcuni dei principali militanti, la decisione di intraprendere la lotta armata sarebbe stata presa in un CONVEGNO TENUTO NELL’AGOSTO DEL 1970 IN LOCALITÀ PECORILE, comune di Vezzano sul Crostolo (RE) a cui partecipò un centinaio di delegati dell’estremismo di sinistra provenienti da Milano, Trento, Reggio Emilia e Roma . IN ENTRAMBI I CASI QUINDI UN ACCORDO RACCHIUSO IN UN DOCUMENTO. Altra analogia con le B.R. è nella tecnica adottata: LA PROPAGANDA DEL FATTO di PISACANE, LA PROPAGANDA ARMATA PER LE B.R. Pisacane fu il teorizzatore in Italia di quella che sarebbe poi diventata la “propaganda del fatto“, ovvero l’azione avanguardista che genera l’insurrezione, l’esempio che consente l’innesco per il propagarsi della necessaria rivoluzione sociale e da questo la necessità di impegnarsi fisicamente e attivamente nell’impresa rivoluzionaria. Le B.R. teorizzarono la «propaganda armata» con attentati dimostrativi all’interno delle fabbriche e sequestri di dirigenti industriali e magistrati, Anche secondo i fondatori e dirigenti, le Brigate Rosse dovevano «indicare il cammino per il raggiungimento del potere, l’instaurazione della dittatura del proletariato e la costruzione del comunismo anche in Italia». Tale obiettivo doveva realizzarsi attraverso azioni politico-militari e documenti di analisi politica detti «RISOLUZIONI STRATEGICHE», che indicavano gli obiettivi primari e la modalità per raggiungerli. Altra cosa che accomuna Pisacane alle B.R.:  sia PISACANE che le B.R. entrarono in crisi per l’irreversibile ISOLAMENTO ALL’INTERNO DELLA SOCIETÀ ITALIANA E DI QUELLA CONTADINA e venne progressivamente distrutta grazie alla crescente capacità di contrasto da parte delle forze dell’ordine, e anche grazie alla promulgazione di una legge dello Stato italiano che concedeva cospicui sconti di pena ai membri che avessero rivelato l’identità di altri terroristi.  In effetti ricordo ancor oggi che la nostra PROFESSORESSA DELLA SCUOLA MEDIA (una vecchia comunista ortodossa) presentandoci Pisacane, eroe del RISORGIMENTO, lo definì “il primo pensatore e uomo d’azione marxista nella storia d’Italia“.  Innanzitutto che la storia del Risorgimento italiano sia tutta da rifare, a cominciare dal NOME, CHE È INSOPPORTABILMENTE RETORICO E MISTIFICANTE, è cosa ben risaputa, almeno fra gli studiosi più seri e avvertiti e nell’ambito del pensiero progressista. Lo schema di un Risorgimento divaricato in due correnti o anime principali, monarchica -liberal-moderata l’una, repubblicana – democratica l’altra, è del tutto insufficiente. In secondo luogo, cara professoressa, gli anni sono passati e la storia me la sono andata a ristudiare per mio conto: e ho compreso che non dicevi la verità, non so se in buona o in cattiva fede. Pisacane non era un marxista per il semplice fatto che, per lui, il comunismo e il collettivismo non erano che un mezzo, certo il più importante, per giungere alla DISTRUZIONE DELLO STATO IN QUANTO TALE, E ALLA DISSOLUZIONE DI OGNI FORMA DI POTERE. Era dunque, a tutti gli effetti e prima di Bakunin un anarchico nel senso più letterale e specifico della parola. Invece i marxisti, se pure all’inizio parlavano anche loro dell’abolizione finale dello Stato (collocandola, però, in un futuro così vago, da sfumare nell’escatologia) erano – e sono – fermamente convinti che l’anarchia è una forma rudimentale, arretrata, sottosviluppata della lotta di classe - se pure non priva di implicazioni reazionarie o, quantomeno, conservatrici. E allora se “ la storia è un dialogo fra lo storico che vive nel presente ed i fatti che si sono svolti nel passato come si collocano ALL’INTERNO DELLA STORIA IL RIBELLE/ANTICONFORMISTA E IL GRAND’UOMO? L’individuo che si contrappone all’autorità esistente è un prodotto ed un riflesso della società non meno di colui che l’appoggia: RIBELLE E SOVRANO SONO IL PRODOTTO DELLE SPECIFICHE CONDIZIONI DEL LORO TEMPO E DEL LORO PAESE. Essi devono la loro importanza storica alla massa dei loro seguaci e sono importanti in quanto e solo perché fenomeni sociali. Pisacane non può, secondo me, considerarsi un grand’uomo perché non è stato un individuo d’eccezione che ha contribuito a plasmare le forze che lo avrebbero potuto portare alla grandezza  come Cromwell, Leninnon ha cavalcato verso la grandezza in groppa a forze già esistenti come Napoleone, Bismarck.

 

 

avv. Franco Maldonato

 

Avv. Franco Maldonato: Mi sono convinto che la grande Storia è passata da qui e che il Cilento ha svolto un ruolo fondamentale in quell’evento che porta il nome di Risorgimento europeo.

Il 12 gennaio – giorno del compleanno di Ferdinando – insorge Palermo e Ferdinando invia una flotta con 5000 uomini, cingendola d’assedio e facendola bombardare dal mare fino al 27.

Il 17 gennaio il Comitato napoletano designa Costabile Carducci come capo della insurrezione del Cilento, che l’indomani insorge. La sollevazione del Cilento semina nella Corte uno sconcerto ancora maggiore che gli avvenimenti di Palermo: DEL CARRETTO, Ministro di Polizia, che era stato l’autore della feroce repressione del 1828, si convince che non è più tempo di soluzione militare e propugna – assieme al confessore personale di Ferdinando, mons. Cocle – una soluzione politica, un vero e proprio colpo di stato e viene licenziato.

Il 29, dopo aver licenziato Del Carretto e Cocle, Ferdinando fa affiggere un manifesto con il quale annuncia la Costituzione e, con decreto del 1^ febbraio, concede la grazia a tutti i condannati politici dal 1930 in poi.

Solo l’8 febbraio Carlo Alberto concede lo Statuto; solo il 13 febbraio il Granduca di Toscana si uniforma.

Bisognerà attendere il 13 marzo perché Vienna insorga e scacci Metternich e il 22 marzo perché Milano insorga. E, infine, il 7 aprile perché gli studenti e gli operai parigini si ribellino a Luigi d’Orlèans.

Dunque Ferdinando – per ragioni ovviamente tutte interne e senza alcuna intenzione – fu la prima testa coronata d’Europa a concedere la Costituzione e a dare l’abbrivio al ’48 europeo.

E questo è un fatto che i nostri giovani devono conoscere e ricordare, perché attiene alla loro identità ed alla loro dignità civica.

Ma vi è un altro fatto che mi autorizza a dire che il Cilento ha di nuovo incrociato la grande Storia europea.

Dopo la sanguinosa giornata del 15 maggio ’48 – quando Ferdinando impedì il giuramento dei deputati liberamente eletti, schierando le truppe e lasciando sul terreno circa mille morti – il Re aveva scatenato una ferocissima repressione in ogni angolo del Regno, menando nelle putride galere napoletane il fior fiore dell’intellettualità napoletana. Ma soprattutto aveva coperto l’assassinio di Costabile Carducci, ad opera di un sacerdote di Sapri, che aveva sottratto al rigore della giustizia penale, accreditandolo presso la Corte partenopea dopo averlo munificato di un lauto vitalizio mensile.

Nel 1851, il Parlamento inglese calendarizza l’interrogazione parlamentare di un deputato di parte conservatrice, Lacy Evans, che chiedeva di conoscere quali iniziative il governo intendesse assumere sul contenuto delle lettere di un altro deputato conservatore, William Gladstone, che era stato a Napoli ed aveva assistito ai processi per i fatti del ’48. Ma soprattutto Evans chiedeva di sapere se fosse vero che il Re in persona aveva fatto arrestare i procuratori e i giudici che avevano avviato l’istruttoria sulle modalità dell’omicidio Carducci. Ferdinando, nel tentativo di impedire il dibattito parlamentare ovvero di incanalarlo lungo binari inoffensivi, assolda giornalisti inglesi mettendo in moto una vera e propria macchina del fango.

E’ uno scandalo internazionale e per il Regno delle Due Sicilie comincia un lento ma progressivo isolamento internazionale.

Nel ’56, dopo il Congresso di Parigi, Francia e Inghilterra chiedono a Ferdinando la concessione di un’ampia amnistia per i fatti del ’48 e riforme interne. Il Sovrano respinge l’intromissione straniera e Francia e Inghilterra minacciano un intervento armato, limitandosi poi ad interrompere le relazioni diplomatiche.

L’isolamento è ormai pressocchè totale e negli stessi ambienti legittimisti, anche dopo la spedizione di Sapri, si va facendo strada la convinzione che occorra sacrificare l’autonomia del Regno per evitare che il Regno soccomba sotto l’incalzare delle istanze repubblicane, in tal modo preparando il terreno che consentirà il successo dell’iniziativa di Garibaldi nonostante il ripristino della Costituzione da parte di Francesco 2°.

Nota finale: Come sempre accade nelle migliori famiglie, alla fine tutti i relatori si sono accomodati alla tavola del Cilento per degustare i prodotti gastronomici tipici locali; il tutto ben organizzato ed bagnato da alcune qualità dello splendido vino (bianco e rosso) delle “Cantine Rao” (del dott. Franco Rao di Caserta, medico dentista e viticultore), tra cui il famoso Pallagrello, bianco e rosso.

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