il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

DIEGO CACCIATORE: chi è stato costui … un avvocato che amava dire “Guai a te se hai paura a fare questo mestiere”. Ne parla con un racconto l’avvocato Franco Maldonato del saprese.

 

Aldo Bianchini

avv. Diego Cacciatore tratta da una vignetta

SALERNO – Cosa dire dopo venti anni trascorsi senza la presenza fisica imponente del mitico avvocato penalista Diego Cacciatore, rampollo prediletto di una famiglia che ha caratterizzato profondamente la vita sociale, culturale e professionale della città di Salerno e non solo; difficile rispondere, tutto quello che si fa è sempre poco per ricordare un personaggio di altissimo spessore morale e professionale che per lunghi decenni è stato sicuramente tra i pochissimi “principi del foro” salernitano.

Il 10 luglio del 2018 il Comune di Salerno gli ha dedicato una strada “Via Diego Cacciatore  nella zona tra Via Unità d’Italia e Torrione; poco, molto poco per il rappresentante di una società che non esiste più e nel contesto della quale Diego Cacciatore ha rappresentato un riferimento irrinunciabile, anche per tante giovani generazioni di avvocati che hanno salutato in Lui un sicuro maestro, soprattutto nel difficilissimo mestiere di penalista; giovani generazioni che hanno appreso molto dalla sua innata “arte oratoria” che poneva sempre a sigillo del vero processo che dovrebbe sempre svolgersi in una pubblica aula.

Proprio l’anno scorso, in occasione dell’intitolazione della strada, ho avuto modo di scrivere un commento che, oggi, mi piace riproporre integralmente:

  • Personalmente ho conosciuto poco l’avvocato Diego Cacciatore, l’ho seguito di più e meglio attraverso il suo impegno politico e professionale in cui non ha risparmiato energie ed in cui non si è risparmiato anche dopo le prime avvisaglie di una tempesta che stava arrivando in maniera inesorabile. Pochi, quindi, gli elementi di giudizio ma sufficienti a delineare il quadro di uomo vero, prima ancora che professionista e politico, capace di dire pane al pane e vino al vino e senza fare sconti a nessuno, neppure ai tantissimi magistrati con i quali nel corso della sua attività si è confrontato e spesso scontrato nelle aule del palazzo di giustizia dove, ancora oggi, risuonano il suo tono di voce e la passione forense che spendeva anche nei processi meno importanti.” Poche volte ho dialogato con lui ed ho sempre avuto la sensazione che avesse una innata disponibilità al dialogo, una sensibilità fuori del comune ed un altissimo senso del rispetto del ruolo degli altri, a cominciare da noi giornalisti. Fu capace nel corso della sua vita forense di difendere l’ex magistrato d’assalto Alfonso Lamberti (caduto in grave disgrazia anche tra i colleghi dopo l’attentato e l’uccisione della figlia Simonetta) ma anche la primula rossa della camorra Pasquale Loreto che spesso ho definito “l’uomo dagli occhi di ghiaccio” (catturato a Pagani per colpa della sua dolce Melania). Nel primo caso Diego Cacciatore colse, a mio avviso, tra le righe di un’inchiesta troppo forte le motivazioni di grande dolore umano che stavano travolgendo l’uomo Lamberti prima che il magistrato; nel secondo esercitò fino in fondo e senza paura alcuna il ruolo di difensore che la toga gli imponeva. Non c’è stato mai nulla di stridente nella vita e nella professione di Diego Cacciatore perché è stato capace di vivere le due cose con grande convinzione della bontà delle sue scelte. Ma non ha risparmiato neppure le toghe dei colleghi quando andavano redarguite a dovere e prima di ogni altro personaggio salernitano capì fin dall’inizio che la tangentopoli nostrana era una grande bufala nata, probabilmente, dalle amicizie salernitane dell’allora pm di mani pulite Antonio Di Pietro ed arrivò a definire un suo collega come “Calimero, pulcino tutto nero” in un memorabile fondo sulla prima pagina di Cronache del Mezzogiorno. Insomma Diego Cacciatore è stato un maestro dell’avvocatura salernitana, e non solo; la sua passione per la toga lo portò, inevitabilmente, ad essere amato e odiato al tempo stesso; mi piace ricordarlo con una frase scritta dall’avvocato Gian Ettore Gassani all’indomani della sua improvvisa morte per colpa di un ferale infarto: “Il rapporto che mi legava con questo avvocato è stato davvero speciale. Ricordo che una volta fui gravemente minacciato all’Aula Bunker da un presunto esponente di un clan con il quale avevo avuto una discussione e Cacciatore fu il primo a venire da me per darmi il senso della sua solidarietà, invitandomi a bere un caffè con lui. Voleva  assolutamente capire cosa fosse successo. In quella occasione, questo immenso penalista mi disse: “Guai a te se hai paura a fare questo lavoro…”. Ecco, Diego Cacciatore non aveva paura di niente e di nessuno e credeva ciecamente nella magia della toga intesa come servizio e mai come strumento di potere personale. Spiccata anche la sua propensione umana e professionale vero un territorio come il Vallo di Diano dove il padre aveva scavato profonde radici con la sua ultima esperienza di amministratore locale con la carica di sindaco di Montesano sulla Marcellana”.

L'avv. Cecchino Cacciatore accanto al governatore della Campania Vincenzo De Luca all'intitolazione della strada in memoria di Diego Cacciatore

Sulla figura di Diego Cacciatore ha scritto un profilo anche l’avv. Franco Maldonato (del foro di Lagonegro) che ha conosciuto da vicino il grande e compianto penalista salernitano:

Diego Cacciatore non è stato solo un avvocato, uno dei migliori fra i penalisti del suo tempo.

Diego è stato anche un uomo politico. Ed è in questa veste che io l’ho conosciuto.

E’ il 28 luglio 1979, il primo sabato dell’esito estivo e almeno 1500 persone  – secondo i numeri forniti dai Carabinieri – hanno occupato i binari della Stazione Ferroviaria di Sapri. Quando a mezzogiorno scatta l’invasione, molti convogli hanno già superato le stazioni e vengono perciò fermati lungo la linea. Portano in gran parte emigranti che ritornano in Calabria ed in Sicilia per le vacanze. Molti hanno già trascorso la notte in treno, i bambini hanno fame ma soprattutto sete, e le scorte d’acqua sono finite. Ma a non diversa sorte vanno incontro i viaggiatori dei treni che riescono ad arrivare in una stazione: si tratta di scali lontani dai centri abitati, sprovvisti di punti di ristoro, e non c’è acqua, neanche a pagarla a peso d’oro!

A Celle di Bulgheria i passeggeri del treno 577 prendono di forza il capo-stazione, riparato prudentemente nel suo ufficio, e gli ingiungono di ordinare la partenza. Il treno riparte ma è costretto a fermarsi a Torre Orsaia perché il dirigente della tratta, frattanto avvisato, ha fatto togliere la tensione elettrica. La risposta non si fa attendere e anche la stazione d’arresto viene completamente devastata. A Policastro Bussentino, l’antica Pixunte della Magna Grecia, solo il provvido intervento del sindaco, che fa distribuire acqua e panini, riesce ad evitare il peggio.

Frattanto, a Sapri, la situazione sembra essere sfuggita di mano agli stessi promotori della protesta. Il Sindaco, sollecitato ad intervenire da Carabinieri e Polizia, che cercano di secondare una soluzione bonaria, è costretto ad abbandonare il campo, scortato da un manipolo di militari. A capo della protesta c’è un prete, don Giovanni Iantorno, parroco della comunità e leader del Comitato di Lotta, che a un certo punto cerca di convincere gli occupanti a rimuovere il blocco, assicurando che il popolo può ritenersi pago del risultato raggiunto; ma viene apostrofato duramente: «Se sei venuto per convincerci a lasciare i binari, te ne puoi anche andare».

Il fallimento del tentativo del sacerdote non consente altri indugi: i celerini, arrivati in forze da Napoli e da Salerno, si preparano alla carica.

Mi precipito allora a telefonare ad Antonio Spinosa, prestigioso direttore del «Roma», che mi ingiunge di non allontanarmi neanche per un attimo dalla stazione e di raccontare, minuto per minuto, tutti gli svolgimenti successivi. Nel mentre i celerini si preparano, riesco a ‘placcare’ don Giovanni per sapere se frattanto avesse maturato una qualche iniziativa per scongiurare il peggio. In quel mentre, vedo farsi avanti un signore in pantaloni lunghi (erano tutti in bermuda), che, senza preamboli suggerisce al parroco di chiedere l’intervento del Prefetto, subordinando all’incontro con il massimo rappresentante dello Stato la rimozione del blocco. Era Diego, sopraggiunto in compagnia di Paolo Nicchia, all’epoca segretario provinciale del partito comunista, per portare la solidarietà del loro partito ai dimostranti di Sapri.

avv. Franco Maldonato, del foro di Lagonegro

Aldo De Vito, il capitano che comanda la locale Compagnia dei Carabinieri, raccoglie subito la proposta e telefona in Prefettura per ottenere la disponibilità del Prefetto ad incontrare i manifestanti. Il Capo di Gabinetto assicura che il Prefetto riceverà il Comitato di Lotta per lunedì trenta, a Salerno, ma l’annuncio viene accolto con uno sberleffo generale. Ed analoga sorte riscuote anche la disponibilità ad anticipare l’incontro nella serata, sempre a Salerno. La gente percepisce – non impropriamente – che il massimo rappresentante dello Stato in provincia non vuole incontrare la gente sul luogo del suo dolore, ma solo negli ambulacri di un potere dove le angosce dei bisognosi e dei sofferenti vengono assorbite dai velluti e dai tappeti di stanze indifferenti.

Il Capitano e il Parroco ripiegano allora su un negoziato più a portata di mano e chiedono in prefettura di far venire a Sapri il commissario dell’ospedale. Ed è così che da Salerno muove una macchina diretta ad Eboli per prelevare il Commissario dell’Ente Ospedaliero e portarlo a Sapri a trattare con i manifestanti. Ma il Commissario ha paura di andare in stazione e per istrada telefona ai Carabinieri per dire che è disposto a ricevere una delegazione del Comitato di Lotta a Policastro, dieci chilometri prima di Sapri. I dimostranti rifiutano ed il Prefetto ordina ad un colonnello dei Carabinieri, Comandante del Gruppo di Salerno, di scortare il Commissario fin sui binari. Finalmente, davanti alla folla assiepata sulla strada ferrata, megafono alla mano, il Commissario assume l’impegno di aprire il Pronto Soccorso per il primo settembre e, di mese in mese, gli altri reparti, consegnando a garanzia nelle mani di don Giovanni una lettera di dimissioni in bianco.

Ed è così che, alle ventuno, i binari vengono sgomberati e dopo dieci minuti il primo treno può ripartire.

La proposta di Diego aveva avuto il merito di sbloccare l’empasse.

Così mi è piaciuto ricordarlo nel ventesimo anniversario della sua scomparsa, essendo certo che sarebbe piaciuto anche a lui sostituire l’agiografia con la rievocazione di un gesto all’interno di un moto collettivo. Che era la sua cifra, personale e politica.

f.to: Franco Maldonato

2 Commenti

  1. L’Avv. Diego Cacciatore non è stato solo un bravissimo avvocato, uno dei migliori fra i penalisti del suo tempo che veniva all’ex Tribunale di Sala Consilina (SA) ma anche un uomo politico legato al Vallo di Diano , (veniva con la FIAT 500 di colore grigio topo), suo Padre Francesco Cacciatore detto Cecchino fu Sindaco di Montesano sulla Marcellana.

  2. grazie, e non solo a Sapri, ma anche il blocco delle tabacchine di Eboli, e l’abbandono della difesa quando il Presidente Rotunno ci impediva di porre domande ai testi e fummo denunciati alla Procura di Potenza, e le continue battaglie in aula per imporre il rispetto degli avvocati penalisti, e anche le riunioni a casa nostra della Camera Penale o per le elezioni del Consiglio Dell’Ordine. Oggi siamo diventati invisibili, anche perché non ci sono più avvocati come Diego, e anche come Guerritore, Pastore, Tedesco, Incutti. Era un grande proceduralista, mi diceva due espressioni che ancora oggi sono attuali : LE CAUSE SI VINCONO IN PROCEDURA – LE RIFORME DELLA GIUSTIZIA DEVONO FARLE GLI AVVOCATI D’UDIENZA, I GIUDICI D’UDIENZA, I CANCELLIERI D’UDIENZA.
    un abbraccio. LICIA

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