il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

L’AVV. FALCI E ARPAIA, DI PADRE IN FIGLIO

riflessione di Giovanni Falci

(avvocato penalista)

 

SALERNO – L’epilogo del processo (assoluzione) di Vladimiro Arpaia il 18 ottobre in Corte di Appello di Salerno, offre più di una riflessione da parte dell’avv. Giovanni Falci che lo ha difeso (in appello insieme al collega Silverio Sica), così come aveva difeso il padre di Vladimiro, Antonio 36 anni fa.

Questo giovane imputato all’epoca dei fatti (2002), era accusato di una estorsione in danno di due commercialisti di Salerno, uno dei quali suo personale amico.

Il padre anch’egli giovane, all’epoca dei fatti che lo hanno riguardato (1983), era accusato di partecipazione ad una associazione per delinquere capeggiata da un suo amico.

Vladimiro è stato latitante 13 anni e cioè dal lontano 6 marzo 2006 giorno in cui furono emesse ordinanze cautelari a carico di decine di persone mentre lui era all’estero.

Il padre è rimasto detenuto, prima in carcere e dopo agli arresti domiciliari, per circa 4 anni dal giorno in cui (febbraio 1983) furono emesse ordinanze cautelari a carico di decine di persone.

Ora non saprei dire a chi è andata meglio, sicuramente tuti e due hanno sofferto da innocenti.

Per entrambi è stata adottata una misura di prevenzione che ad Antonio fu poi revocata con restituzione dei beni confiscati in via definitiva. Fu quella una decisione della Cassazione che fece storia all’epoca al punto che dopo quella pronuncia la legge sulle misura di prevenzione patrimoniale venne modificata per non consentire la restituzione dei beni confiscati.

Vladimiro è stato vittima di una indagine “esagerata” che possiamo definire frequente in quegli anni specie da parte di alcuni magistrati in forza alla Procura della Repubblica di Salerno in quel periodo.

Erano gli anni per intenderci del processo al Rettore Racinaro sbattuto in carcere da innocente insieme ad altri imputati colpevoli; erano gli anni del processo al Cavaliere Giuseppe Amato messo per 20 giorni agli arresti domiciliari da innocente; erano gli anni del processo dell’incendio del treno dei tifosi della salernitana con le quattro giovani vittime che si concluse con tre condanne e oltre 10 imputati innocenti processati; erano gli anni del processo ai Maiolica mandati sul lastrico da innocenti; erano gli anni del processo al rettore di Napoli 2 ovviamente innocente che però ha subito un sequestro di immobili per oltre un anno.

Perciò l’ho definito il periodo dei processi “esagerati”.

Non bastava il colpevole, bisognava “allargare” e soprattutto “colpire” il nome importante, la cd cassa di risonanza mediatica.

Vladimiro ha subito proprio questa sorte.

Egli era “diverso” dalle decine di altri imputati, egli apparteneva ad una famiglia famosa di noti commercianti, aveva una fiorente attività commerciale, era ricco, brillante frequentatore di casinò in tutto il mondo, era “mediatico”.

Così come il padre; all’indomani degli arresti, benché il reato che gli contestavano era il più lieve di tutti, una contravvenzione (organizzatore di scommesse su pronostici sulle partite di calcio), l’articolo sulla stampa a tutta pagina fu “Arpaia, mobili e camorra”.

Proprio così Antonio Arpaia fu arrestato perché faceva quello che oggi si fa addirittura con il telefono: le cd “bollette”, le scommesse sulle quali lo Stato intende sanare i bilanci per le spese che sostiene per la corruzione imperante nel settore pubblico.

Antonio Arpaia è stato in carcere per un fatto che anche all’epoca, sebbene in modo embrionale, stava venendo fuori come lecito. C’era una trasmissione condotta da Gerry Scotti in cui si scommetteva sui risultati delle partite.

Entrambi, padre e figlio, condannati in primo grado, entrambi, padre e figlio assolti in Appello e aggiungo, entrambi padre e figlio difesi da Giovanni Falci, il padre insieme al prof. Giuseppe Gianzi di Roma e il figlio insieme agli avvocati Michele Alfano in primo grado e Silverio Sica in Appello.

Vladimiro è stato coinvolto in un processo in cui la sua posizione era assistita da una prova confusionaria e “mirata”. Nello stesso processo chi accusava, coinvolto o meno, non veniva imputato, chi invece non accusava veniva licenziato senza verbalizzare le sue dichiarazioni.

Chi si è intestato fittiziamente un immobile non è stato imputato perché ha fornito “notizie utili” all’accusa, chi invece si è intestato un altro immobile è stato imputato perché non ha fornito “aiuti”.

Cioè a parità di condotte c’è stato chi ne ha dovuto rispondere penalmente e chi invece è stato sentito come semplice testimone.

Una delle due “vittime” non è stato mai rintracciato dalla DIA (Direzione Investigativa Antimafia), per intenderci quella che ha trovato Totò Riina, però è stato sentito in una indagine difensiva, dall’avv. Falci che lo ha “trovato”.

Insomma per padre e figlio si è trattato di un brutto inciampo in processi che li hanno visti protagonisti da innocenti.

E allora vorrei concludere con un pensiero di Mario Pagano un giurista illuminista che ha pagato con la vita la sua coerenza e la libertà delle sue idee.

Egli scriveva nelle “considerazioni sul processo criminale” nel 1787 “se ti sospinga mai la fortuna sui lidi d’un popolo ignoto e se brami tu sapere se il brillante giorno della coltura ivi dispanda la sua benigna luce, o pur se le tenebre dell’ignoranza e delle barbarie l’ingombrino d’orrore (…) apri il suo codice penale: e se ritrovi la sua libertà civile garentita dalle leggi, la sicurezza e la tranquillità del cittadino al coverto della prepotenza e dell’insulto, francamente conchiudi ch’egli sia già colto e polito”.

Vladimiro Arpaia si è trovato in un posto, Salerno del 2006, in cui la tranquillità del cittadino non era coperto della prepotenza e dell’insulto.

 

 

 

 

 

 

 

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