il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

FUSANDOLA: il carcerato del Crescent

 

 

Aldo Bianchini

 

Il rio Fusandola in una foto del dopo alluvione del 1954

SALERNO – Continuare a scrivere e parlare della pericolosità dei torrenti (le aste torrentizie !!) di Salerno si rischia di diventare noiosi, tanto è la caparbia ottusità di chi dovrebbe, invece, ascoltare e meditare sulle cose da fare e tanta è la distratta assenza dai problemi veri di chi dovrebbe indagare e migliorare, punendo, la situazione.

Quando, poi, si parla o si scrive del torrente Fusandola la cosa è ancora più evidente e nota a tutti; il Fusandola è l’unica asta torrentizia di Salerno la cui pericolosità, purtroppo, è stata manifestata sulla pelle di quelle centinaia di vittime dell’alluvione del 1954; tutte le altra hanno, nel tempo, prodotto danni anche importanti ma sost6anzialmente hanno sempre risparmiato l’uomo e pertanto quei momenti drammatici sono passati sotto traccia.

Ma è il rio Fusandola che oggi è ritornato prepotentemente al centro dell’attenzione generale (almeno quella degli addetti ai lavori !!) in quanto il prossimo 22 gennaio 2020 si aprirà l’udienza preliminare dinanzi al gup Giovanni Pacifico che dovrà decidere se rinviare a giudizio o meno quei poveri e forse incolpevoli di poveri cristi, dodici in tutto, che a vario titolo hanno se non voluto almeno avallato la deviazione del corso naturale del Fusandola per consentire la realizzazione del progetto del Crescent e della mega Piazza della Libertà; un sogno ancora da concretizzare nella dinamica del tempo, un sogno che è stato voluto solo e soltanto dall’uomo solo al comando: Vincenzo De Luca.

Ma chi sono quei poveri (poveri per le vicissitudini giudiziarie che hanno subito e subiranno, e non solo per il Fusandola) dodici cristi:

  • Paolo Baia (componente commissione e direttore lavori); Luca Caselli (resp. RUP per mil risanamento dell’area di Santa Teresa); Lorenzo Criscuolo (componente RUP e direttore settore opere pubbliche); Salvatore De Vita (amministratore ditta Tekton); Ciro Di Lascio; Antonio Ilario (leg.rappr. ditta Esa Costruzioni); Vania Marasco (direttore lavori); Massimo Natale; Luigi Pinto; Antonio Ragusa (dirigente comunale); Marta Santoro; Benedetto Troisi (componente commissione di aggiudica dei lavori).

 

La deviazione del rio Fusandola vista dall'alto

Perché li ho definiti poveri cristi ?, la risposta è semplice. Li ho definiti poveri cristi perché sembra che siano stati mandati al massacro giudiziario senza alcuna possibilità di correggere o commentare l’opera strategica da realizzare (deviazione del Fusandola) in quanto hanno dovuto supinamente ubbidire ad un’unica voce tecnica che governava a suo piacimento tutti i cantieri di lavoro per le opere pubbliche salernitane, e non solo per i lavori della deviazione del Fusandola. Questa persona c’è, è reale ed è in carne ed ossa, gli indagati la conoscono benissimo ma non parlano per due ordini di motivi: a) non possono aprire un contraddittorio con l’uomo solo al comando, b) hanno deciso di attendere in silenzio, tanto alla fine verranno assolti per l’ennesima volta. I magistrati, invece, hanno a più riprese mancato l’individuazione del soggetto (un tecnico) capace di dominare la scena in nome e per conto.

Chi esce sconfitta da questa storia è la magistratura salernitana che fin quando non si decide a raccogliere in un solo pacchetto investigativo tutte le vicende salernitane facenti capo al Comune, per affidare l’indagine ad un unico pool investigativo, non verrà a capo di niente.

Eppure i magistrati hanno a che fare, nella fattispecie del Crescent, con un carcerato che sta lì immobile e pronto a ribellarsi con la sua notissima forza bruta naturale.

Il 22 agosto 2016 il noto prof. Rino Mele così descrisse, in un suo intervento su Il Mattino la situazione:  “Il Fusandola ora non è più un torrente ma un carcerato messo alle fondamenta del Crescent, il nuovo teatro in cui aspettiamo di recitare una tragedia che insiste a farsi rappresentare. Quel torrente con la sua dimenticata foce rivendica uno spazio che non gli appartiene più”.

 

Per concludere, auguro davvero di cuore un buon anno 2020 ai dodici indagati del caso Fusandola per il coraggio che ancora dimostrano nella difesa ad oltranza di un sistema del quale, comunque, hanno fatto parte con i loro rispettivi bagagli di professionalità.

1 Commento

  1. …È sorprendente come sulla stampa cittadina, ogni volta che si parla del rio Fusandola, esso venga additato, se non l’unico, come il principale responsabile dell’immane tragedia, che nel 1954 colpì Salerno e i comuni limitrofi, delle numerose vittime che persero la vita in quella occasione e dei danni morali e materiali connessi.
    Io ricordo che nel tardo pomeriggio del giorno prima, a causa delle piogge torrenziali, piazza San Francesco e strade adiacenti fino allo stadio Vestuti erano sommerse dall’acqua che arrivava fino alle ginocchia. Poi nelle notte si scatenò il finimondo. Nei giorni successivi, a noi studenti che, con la tipica generosità e incoscienza dell’età, tentammo di portare qualche aiuto … artigianale (allora la protezione civile era ancora allo stato embrionale), apparve la scena desolante di una città con le strade sommerse da fango, detriti, rami e tronchi di alberi sradicati, macerie di ogni tipo. In particolare via Fusandola era irriconoscibile e perfino la chiesa dell’Annunziata risultava non risparmiata da quella informe massa di terriccio precipitato dalla sovrastante collina.
    Si era trattato di rovinose valanghe calate a valle portando distruzione e morte. Le tracce profonde di quelle cadute su Vietri e dintorni, fino a qualche anno fa, erano ancora visibili sul fianco della montagna che era stata interessata dall’evento.
    In quella devastante circostanza nessuno avrebbe potuto pretendere che il rio Fusandola, ancorché ripulito e reso sgombro da ostacoli da cima a fondo e con la originaria configurazione del suo letto naturale, avrebbe convogliato verso il mare, non dico i materiali solidi, ma neanche la massa d’acqua che si accumulava a monte.
    Si trattava di una massa informe di acqua mescolata a terriccio, detriti, materiali di varia natura, il cui smaltimento non poteva minimamente avvenire convogliandoli neanche in un alveo regolarmente sagomato è controllabile.
    Analogamente, nella malaugurata ipotesi di una reiterata calamità assimilabile a quella del 1954, non sarebbe sicuramente la modifica di recente eseguita deviando il tratto terminale del Fusandola quella a cui attribuire eventuali responsabilità per danni a persone e cose, in conseguenza di cadute di valanghe su case e strade cittadine.
    Se non erro, le recenti piogge di novembre, caratterizzate da una insolita eccezionalità, hanno dimostrato chiaramente che la suddetta deviazione non ha provocato un danno irreversibile e irreparabile. Si è notato infatti un aumento di lieve entità della portata di acqua, ma niente che potesse far presagire pericoli di esondazione o di saturazione della sezione di passaggio nel tratto tombato o peggio ancora di scoppio dello stesso.
    Voglio ritenere che queste e analoghe considerazioni siano state oggetto di opportune valutazioni da parte dei tecnici, così come non dovrebbero essere state trascurate analisi comparative, in sede teorica e pratica, sulla natura del deflusso delle acque nella configurazione prima e dopo l’intervento di modifica, estendendo la gamma delle verifiche sia ai flussi lineari che a quelli turbolenti.
    Ritengo inoltre che la massima attenzione debba essere dedicata – dai responsabili e dai difensori degli habitat – alla manutenzione di tutto il corso del rio, liberando periodicamente ostruzioni create da vegetazione e altro e intervenendo alla foce per asportare gli accumuli di sabbia.
    Si eviti infatti di riproporre la situazione verificatasi in occasione dell’alluvione di Sarno, dove l’incuria per la mancata corretta manutenzione di importanti opere di ingegneria idraulica realizzate ai tempi dei Borbone aveva determinato condizioni insostenibili per lo smaltimento della piena di acqua.

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