il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

PER RICORDARE IL 27 GENNAIO: GIORNO DELLA MEMORIA

Istituto

Comprensivo CAMERA Sala Consilina (SA)

SALA CONSILINA – Tutti conosciamo, o dovremmo conoscere, la terribile storia di questo posto dove milioni di persone hanno perso la vita. La loro vita persa in un’anima in fiamme in un mondo svuotato di ogni sentimento dall’inesorabile oscenità di quel posto, in cui il tempo sarebbe scomparso insieme alle lacrime, cadute su un suolo arido, di milioni di persone. Auschwitz un posto perso nelle fiamme della vita. Siamo tutte persone con la mentalità che ci porta a credere di aver autocontrollo; ma quanto autocontrollo riusciremmo ad avere se fossimo chiusi in una gabbia soffocante riempita da una ILLUSA idea di libertà, così soffocante da riuscire a RASSEGNARCI di fronte a una sorte atroce ed inesorabile?

Il campo di concentramento di Auschwitz è stato un vasto complesso di campi di concentramento e di lavoro situato nelle vicinanze della cittadina polacca di Oświęcim (in tedesco chiamata Auschwitz). Oltre al campo originario, denominato Auschwitz I, durante il periodo dell’Olocausto, nacquero diversi altri campi del complesso, tra cui il famigerato campo di sterminio di Birkenau (Auschwitz II), situato a Birkenau, il campo di lavoro di Monowitz (Auschwitz III), situato a Monowitz, e altri 45 sotto-campi costruiti durante l’occupazione tedesca della Polonia in cui i deportati venivano utilizzati per lavorare nelle diverse industrie tedesche costruite nei dintorni. Il complesso dei campi di Auschwitz, il più grande mai realizzato dal nazismo, svolse un ruolo fondamentale nel progetto di “soluzione finale della questione ebraica” – eufemismo con il quale i nazisti indicarono lo sterminio degli Ebrei (nel campo, tuttavia, trovarono la morte anche molte altre categorie di internati) – divenendo rapidamente il più efficiente centro di sterminio della Germania nazista. Auschwitz, nell’immaginario collettivo, è diventato il simbolo universale del lager, nonché sinonimo di “fabbrica della morte”, realizzato nel cuore dell’Europa orientale del XX secolo. Nel 1947 il parlamento polacco deliberò la creazione di un memoriale-museo che comprese l’area di Auschwitz I e Auschwitz II. Nel 1979 il sito venne dichiarato patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. La denominazione iniziale Auschwitz Concentration Camp è stata modificata in Memorial and Museum Auschwitz Birkenau – German Nazi Concentration and Extermination Camp.

 

Un caso particolare realmente accaduta è quella di Nadjar che fu deportato ad Auschwitz nell’aprile del 1944. Due anni prima, i suoi genitori e la sorella minore, Nelli, furono tra i primi deportati e poi uccisi. Ad Auschwitz era diventato un membro del Sonderkommando, gruppi speciali di deportati il cui compito era di portare i nuovi arrivati ​​negli spogliatoi e farli spogliare.

Dai suoi scritti trapelano le terribili condizioni dei prigionieri:

 

“Dopo essersi spogliati venivano portati nella camera della morte, dove i tedeschi avevano messo delle tubature per fargli credere fosse un bagno. Le bombole del gas arrivavano sempre con una macchina della Croce Rossa tedesca e due uomini delle SS. Trascorsi sei o sette minuti nelle camere, iniziavano a morire. Mezz’ora dopo, iniziava il nostro lavoro: avremmo dovuto prendere i corpi di donne e bambini innocenti e portarli all’ascensore che portava nella stanza con i forni dove i loro corpi sarebbero bruciati senza combustibile, a causa del loro grasso”.

“Ciò che ho vissuto è impossibile da descrivere – ha poi aggiunto. Ho visto passare sotto i miei occhi circa 600.000 ebrei ungheresi, francesi e 80.000 polacchi di Litzmannstadt”.

Tormentato dai ricordi di ciò che ha visto e da ciò che era stato costretto a fare, l’uomo ha rivelato:

“Mi sono chiesto spesso come avrei potuto uccidere altri ebrei e ho spesso preso in considerazione la possibilità di mettere fine a tutto questo. Ogni volta che qualcuno veniva ucciso mi chiedevo “Dio esiste?”. Nonostante tutto questo, ho sempre creduto in lui. Continuo a credere che questa sia la volontà di Dio”.

Quando scrisse la lettera, Nadjari pensava non avrebbe vissuto a lungo perché i membri di Sonderkommando venivano uccisi e sostituiti da nuovi arrivati. Di fronte a morte quasi certa, nella sua lettera scrisse di essere triste “per non aver avuto la possibilità di vendicare la morte della mia famiglia”.

A differenza di quasi tutti gli altri membri di Sonderkommando , tuttavia, Nadjari è riuscito a fuggire dal campo di concentramento e a sopravvivere.

Due giorni prima che l’Armata Rossa liberasse Auschwitz fu deportato in un altro campo in Austria e qui liberato. Tornò nella sua città, Salonicco, ed emigrò negli Stati Uniti con sua moglie, dove lavorò come sarto a New York. Morì nel luglio del 1971, a 54 anni.

 

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