il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

IL “MIO” PROCESSO TORTORA (III PARTE)

Avv. Giovanni Falci

(Penalista – Cassazionista)

Il presidente del Collegio Giudicante dr. Luigi Sansone

La prima vera udienza di trattazione del processo si tenne il 14 febbraio 1985.

Giunsi per tempo nell’aula bunker, un po’ trafelato per essere passato prima a ritirare la toga nel negozio di corso Umberto.

Nell’aula, e anche prima, nella zona “stampa”, c’era un gran brusio anche perché si commentava la notizia della morte, avvenuta il giorno prima, della madre del Presidente del collegio, il dott. Luigi Sansone; si discuteva se fosse stato opportuno manifestare al Presidente l’eventualità di rinviare il processo per consentirgli di partecipare al funerale, dandogli la nostra più incondizionata disponibilità e vicinanza in quel particolare momento.

Una volta dentro vidi tra i tanti avvocati che non conoscevo, l’unico a me noto, l’avv. Rodolfo Viserta di Sarno. Di qualche anno più grande di me, era della mia stessa generazione professionale. Molto bravo, cortese, corretto, e soprattutto molto preparato, riconoscimento di tutta la classe forense di Nocera che lo ha eletto negli anni successivi, Presidente della Camera Penale di quel Foro, e non è cosa semplice in un piccolo foro di provincia.

Andai a sedermi vicino a lui, in seconda fila, e mi informò di quanto stava accadendo (Rodolfo è sempre stato informatissimo dei processi); di lì a poco fummo raggiunti da Alberto Simeone nel suo loden verde che venne a posare le “carte” a fianco a me e si diresse verso le “gabbie” dai suoi clienti beneventani.

Dopo aver scambiato qualche battuta con Rodolfo che mi anticipò, se si fosse tenuta l’udienza, la sua idea di sollevare la questione della incompetenza per territorio per i suoi assistiti tutti di Sarno, mi recai anche io vicino alle “gabbie” posizionate alle nostre spalle e difronte al Tribunale.

Era stata realizzata nell’aula, una cortina di gabbie leggermente a curva convessa verso l’aula, separate tra di loro da un muretto che creava perciò luoghi distinti per categorie di imputati.

L e "gabbie" piene di imputati

Mi ricordai di quelle gabbie così posizionate, tanti anni dopo, nel settembre 2017, quando passai 24 ore nel c.d. U.T.I.C. (unità di terapia intensiva coronarica) dell’Ospedale San Leonardo di Salerno a seguito di un intervento per l’applicazione di  1 stent in angioplastica che subii per un infarto del miocardio (malattia professionale dell’avvocato). Eravamo 8 persone a letto in quella enorme stanza e con una serie di tubicini e sonde attaccate a macchinari alle nostre spalle. Eravamo disposti come quegli imputati di Poggioreale, cioè a semicerchio; al centro della sala c’era una la postazione dei medici e infermieri che controllavano su uno schermo i dati del nostro monitoraggio e avevano la possibilità di poterci osservare visivamente e contemporaneamente, tutti insieme, senza doverci venire a vedere da vicino; erano posizionati nel centro di una ideale circonferenza lungo un arco della quale eravamo noi malati nei lettini. Mancavano solo le sbarre a chiuderci la postazione ai piedi del letto, ma lì dove eravamo noi 8 non potevamo scappare comunque.

Nell’aula, in ogni spazio vi erano delle sedute degradanti verso l’alto del tipo spalti degli stadi di calcio che consentiva ai molti detenuti di seguire e vedere da seduti il processo.

Pensai che noi avvocati in quel momento riproducevamo per quei detenuti in quella posizione da semi spalto “Colosseo”, i gladiatori che avrebbero dovuto dare lo spettacolo della lotta violenta per salvarsi la vita; solo che in questa occasione invece che la loro, quei gladiatori avrebbero dovuto salvare la vita dei loro clienti, degli spettatori.

Quella soluzione consentiva agli imputati di entrare in aula direttamente da un corridoio che collegava l’aula bunker al carcere; proprio per questa ragione la decisione di costruire quell’aula era ricaduta nel penitenziario di Poggioreale, anche per evitare pericolose e costose traduzioni dei detenuti che in genere determinano anche ritardi nella celebrazione dei processi.

C’era la “gabbia” dei terroristi, quella dei “politici”, quella dei pentiti, quella delle guardie carcerarie etc.; P.A,, il mio cliente, stava in quella più affollata, la definirei dei “generici”, in posizione centrale rispetto all’aula.

Ovviamente anche questa volta fu lui a vedermi e ad agitarsi sporgendo le braccia oltre le sbarre di ferro.

Mi sembrò di rivedere tra quelle braccia e quelle urla dei detenuti, una illustrazione della Divina Commedia di Dorè, un libro che avevamo a casa dei miei genitori e che mi aveva sempre molto attirato fin da bambino delle elementari. Neanche a farlo a posta, oggi, nel mentre sto scrivendo, quando sono andato a controllare quale scena mi era venuta in mente allora, ho scoperto che il mio ricordo era legato alla illustrazione del XIV girone dell’inferno, quel girone, cioè, dedicato ai violenti contro Dio tra cui i bestemmiatori; e, per quello che si sentiva gridare il girone era sicuramente in tema.

L’illustrazione raffigurava una folla di dannati che si contorcono sotto una pioggia di fuoco.

P.A. e i suoi compagni di cella si muovevano in quello stesso modo. Dei dannati rappresentati da Dorè, dannati anche loro per quel destino che vivevano.

Si contorcevano per cercare di guadagnare un posto giù, davanti alle sbarre da cui salutare un parente o un amico che era venuto ad assistere al processo e si trovava di fianco alle gabbie stesse. Cercavano, con il saluto e con lo sporgere di braccia fuori dalle sbarre, un po’ di libertà, una libertà parziale del corpo, delle sole braccia e mani che uscivano di galera.

Un poco come la “fame d’aria” di chi non riesce a respirare.

Se, poi, non guadagnavi quella posizione davanti a tutto non c’era possibilità di salutare il “familiare”.

Quella dei familiari è un’altra componente quasi necessaria dei processi di camorra. Quasi che senza “familiari” il processo è nullo!

Un poco come una volta, anche a quell’epoca, era “nullo” il matrimonio se nel menù del ricevimento fossero mancati i “medaglioni di vitello con piselli” seguito dal “trancio di cernia al forno con patate”.

Anche nella ”componente processuale” dei “familiari”, Napoli ha una marcia in più rispetto ad altre città anche della Campania stessa.

Il popolo dei “familiari” dei napoletani è autentico, appassionato, rassegnato ma in rivolta, è, in definitiva, nel suo disordine e folclore, educato: sa che dovrà “subire” la punizione, si dispera ma non oltraggia nessuno; sa svolgere la parte che la sorte gli assegnato nella vita: quella del “familiare del carcerato”.

Il “familiare” non ha risentimento verso nessuno, ha solo un moto di rivolta per volere affermare ciò che vuole.

Io ho sempre “subito” queste scene, e anche ora, dopo 41anni di frequentazione di processi, non ho fatto il callo a queste visioni, mi rattristano, forse, più che a loro stessi.

Più volte mi sono ritrovato a pensare come sarà la notte e il giorno successivo e poi la settimana e il mese e l’anno di quella donna che di sera lascia il tribunale dove il suo “uomo” è stato condannato a 5/6 anni di carcere.

Ho sempre pensato che è la condizione con la quale Camus descrive la disperazione nel romanzo “la peste”.

Scrive il grande Albert a proposito di chi si ricoverava ed entrava in ospedale perché colpito dalla peste che era come un detenuto che entra in carcere: nemico del suo passato, ansioso del presente, privo di futuro.

Così quelle donne che rientrano a casa dopo le condanne di quegli uomini che le salutano baciandole ammanettati tra gli agenti di scorta che li strattonano per vincere la loro misera resistenza e li portano nel cellulare per rientrare in carcere; quelle donne a volte bellissime e a volte mostruose, quasi sempre volgari, ma nel senso etimologico e non solo dispregiativo del termine (le donne dei quadri di Tafuri, per intenderci), me le immagino nemiche di quel passato in cui si sono innamorate e hanno scelto quel compagno di vita; ansiose del presente nel quale devono organizzarsi da sole e fare per tre ( per loro, per  il compagno e per i figli); prive di futuro perché ormai sanno che anche se scarcerato il loro compagno sicuramente o per lo meno con moltissime probabilità, ritornerà in carcere perché non sa e forse neanche vuole fare altro.

Secondo me i “familiari dei carcerati” scontano anche loro la pena, non sono reclusi, ma subiscono un castigo senza alcuna colpa, il che equivale a dire una disgrazia.

I detenuti e i loro familiari hanno entrambi la stessa vita solo che cambia il posto dell’aggettivo di queste vite.

I detenuti hanno “una povera vita”, i loro familiari “una vita povera”.

Con la prima espressione si intende una esistenza squallida, senza significati e valori; con la seconda uno stato forse di povertà materiale, ma di libertà interiore e serenità nel non avere danneggiato o offeso nessuno.

I “familiari” non fanno vittime se non quei figli messi al mondo che il più delle volte, ma meno male non sempre, avranno la stessa “povera vita” del padre oppure la “vita povera” della madre.

Il collegio giudicante al completo

Comunque, tornando dai miei pensieri in aula, dopo una decina di minuti nei quali non riuscii né a capire cosa mi dicesse né a parlare con P., allo squillo di una campanella come quella della scuola, da dietro il banco del Tribunale dove era già posizionato il cancelliere, dalla camera di consiglio, uscirono il Presidente Sansone con i giudici a latere, i dottori Orazio Dente Gattola e Gherardo Fiore, e il Pubblico Ministero il dott. Diego Marmo che andò a posizionarsi al suo banco alla destra del Tribunale a metà strada tra il collegio e i banchi di noi difensori.

Con queste 4 persone, pensai, avrei passato i miei prossimi 8 mesi di vita!

Il presidente era un uomo grosso, dal fisico possente, panciuto ma non grasso (tipico di un ex pallanuotista), con una faccia sorridente, sorniona, simpatica che ispirava simpatia e fiducia; una figura a metà strada tra buon padre di famiglia e un sano contadino cilentano, rassomigliante, ma molto vagamene a Mario Merola.

I due giudici a latere erano più minuti di aspetto.

Gherardo Fiore con quel nome di battesimo destinato a diventare famoso qualche anno dopo addosso ad un suo collega, era minuto, bassino e aveva degli occhiali da vista scuri che nascondevano gli occhi, lo specchio delle emozioni: era praticamente indecifrabile.

Di Orazio Dente Gattola ho saputo di recente, nel mentre mi accingevo a scrivere di lui, che era iscritto all’” Augustissima Arciconfraternita della S.S. Trinità dei Pellegrini e Convalescenti”, un sodalizio feudale in odore di religiosità con donne pie e caste d’altri tempi.

Questa scoperta mi ha aiutato nella descrizione di questo giudice a latere: sembrava un iscritto alla Augustissima Arciconfraternita della S.S. Trinità dei Pellegrini e Convalescenti, più pellegrino che convalescente.

Avrebbero detto i “familiari” presenti nel pubblicoin aula,: nu prevete spugliato.

Il pubblico ministero dr. Diego Marmo

Il P.M. Marmo aveva la barba nera ben sagomata, era alto, un po’ stempiato e dava l’idea di uno che si piaceva molto, un novello narciso con la toga e le bretelle; anche lui, come il Presidente, affabile con gli avvocati, o per lo meno, lo erano con me, chissà se solo perché ero giovanissimo e quindi ispiravo anche la “tenerezza” dei bambini.

Dopo la dichiarazione di condoglianze al Presidente, fatta a nome di tutti noi  dall’avv. Aldo Cafiero allora presidente della Camera Penale di Napoli, un fuoriclasse del Foro, e, dopo la dichiarata disponibilità a rinviare l’udienza per consentire la partecipazione al lutto del Presidente, questi prese la parola ci ringraziò ma decise che il processo avrebbe comunque avuto inizio.

Si fece l’appello, si costituì il collegio difensivo con ognuno di noi che si alzava per fare vedere la sua presenza in aula quando veniva chiamato il suo cliente, in rigoroso ordine alfabetico, e, finalmente, il Presidente diede la parola ai difensori che avessero voluto sollevare eccezioni preliminari, nell’ordine di prenotazione regolata dal pulsante.

A questo punto capii il funzionamento del microfono davanti a me che Rodolfo Viserta spiegò a me e ad Alberto Simeone, la famosa “funzione-prenotazione”.

Si iniziò allora con il primo avvocato, il più lesto a premere il pulsante che espose una questione preliminare “rigettata” seduta stante dal Tribunale dopo una rapidissima “camera di consiglio” senza “camera”, e cioè con il Presidente che si girava prima verso il giudice seduto a destra, poi verso quello seduto a sinistra con i quali confabulava, o faceva finta di farlo, con la mano davanti la bocca per non consentire di decifrare il labiale (ne più ne meno di quello che oggi fanno gli allenatori e i calciatori in campo durante le partite davanti le telecamere), e, a microfono dichiarava: “il tribunale rigetta”.

Così per il secondo, il terzo e, man mano, con tutti quelli che esponevano le loro tesi, su presunte nullità quando la lucina rossa lampeggiava al loro microfono.

Ognuno degli avvocati che esponeva la sua eccezione aveva diversi modi di porre le questioni: si andava da chi si accalorava e alzava la voce, a chi invece era più discorsivo, si passava dal tono cerimonioso a volte perfino languido, a quello asciutto e secco, molto tecnico.

Il tutto accompagnato anche da un gesticolare tipico di noi penalisti.

A proposito di questi toni e di gesti, un occhio attento può individuare la scuola di provenienza di ogni avvocato perché, volutamente o inconsciamente, ognuno di noi è portato ad emulare il proprio maestro.

prof. avv. Giuseppe Gianzi

Io ho perfino pensato a volte che mi sarebbe piaciuto addirittura parlare con la cadenza calabrese del prof. Giuseppe Gianzi di Roma socio del prof. Giuliano Vassalli che gli subentrò nella gestione dello studio di via della Conciliazione 44 che ho frequentato per diversi anni e che reputo il mio idolo del Foro.

Su questo aspetto c’è da dire che però, a volte, come nel mio caso con Gianzi, si fa pratica presso un avvocato che non ha caratteristiche comportamentali consone alle tue e, quindi diventa più difficile l’emulazione.

Io, per esempio sono tumultuoso ed esplosivo, il prof. Gianzi è la calma e il dominio dei nervi in persona, non l’ho mai visto agitarsi neanche in situazioni in cui io, e non solo io, avrei rivoltato in aria il banco della difesa.

A un certo punto, per Rodolfo ci fu un brutto colpo: un avvocato di Santa Maria Capua Vetere, chiese che il Tribunale di Napoli si dichiarasse incompetente per territorio nei confronti del suo cliente che era accusato di far parte, insieme ad altri sodali, della NCO in agro di Caserta.

Praticamente la stessa questione di Rodolfo.

Il Presidente Sansone, con lo stesso rito descritto prima, aggiustò il microfono e disse, lapidario: “il tribunale rigetta”.

Ricordo che Rodolfo si incazzò e mi disse che ora non sapeva più cosa dire essendo scontato che il ragionamento del Tribunale, di cui non avevamo la benché minima traccia di argomentazione, sicuramente sarebbe stato lo stesso per la c.d. cellula della NCO dell’agro nocerino sarnese di cui si ipotizzava facessero parte sia il mio P.A., che l’assistito di Rodolfo.

Io cercai di consolarlo e gli dissi che gli era andata bene, si era risparmiato un “rigetto in faccia”. Rodolfo, invece, mi fece notare che non era così, comunque era opportuno che facessimo un intervento perché altrimenti i nostri clienti, alle nostre spalle, nelle “gabbie”, avrebbero potuto pensare che non eravamo preparati. Sventolò lo spettro della competizione!

In effetti aveva ragione: tutti gli avvocati combattevano e noi no, non sarebbe stata una cosa conveniente e sicuramente avrebbe prestato il fianco a critiche feroci, i nostri clienti al rientro in cella si sarebbero potuti sentir dire: “ ma chi hai messo uno che non dice niente?”.

Questo del volersi mettere in mostra da parte dell’avvocato è un argomento un poco spinoso, specie oggi con il rito che prevede che la prova si forma in aula durante il dibattimento.

Se si volesse seguire lo “spettro della competizione” allora ci si dovrebbe impegnare in un iper-presenzialismo e protagonismo in aula che, però, potrebbe risultare negativo per l’esito della causa.

Quante volte ho assistito a veri e propri show di avvocati che, pur di dimostrare il loro intervento, hanno fatto dei clamorosi autogol; quante volte quella domanda non andava fatta e nel momento in cui, per smanie di protagonismo la si è fatta, si è ottenuta la risposta che ha inchiodato il proprio cliente.

Il bello è che non sempre il cliente lo capisce. Quei tipi di avvocati riescono a convincere il proprio assistito che è andata male “nonostante” gli sforzi della difesa sottacendo che se si fosse “riposata” e non sforzata la difesa, si sarebbe vinta la causa.

Confidai, comunque a Rodolfo che io non mi ero preparato nessun tipo di intervento e, quindi non sapevo come fare, ma, ciò nonostante, premetti il pulsante della prenotazione e mi misi a riflettere su cosa avrei potuto sottoporre all’esame del collegio.

Ho passato la mia adolescenza e anche molto dopo su tavoli di poker e nei casinò: lo confesso mi piace giocare! Ero, perciò, abituato al rischio e al bluff e così fu: giocai la mano, schiacciai il pulsante e “non passai”, mi misi ad attendere che mi venissero date la carte.

Iniziai, però, a riflettere su quale questione e con quali argomenti avrei dovuto ricevere il mio personale “rigetto”.

Passarono più di due ore con una raffica impressionante di “rigetti”; addirittura in certi casi alcuni avvocati, quando era giunto il loro turno, neanche formulavano per esteso la questione, ma si limitavano a “riportarsi” alla questione esposta da un collega che aveva la stessa tematica sottostante e si sedevano appena in tempo per sentire: “il tribunale rigetta”.

Avevo finalmente trovato una questione, anche nuova rispetto a quelle che sentivo, ed ero, perciò, passato dall’ansia di vedere accendere la lucetta rossa del microfono senza sapere cosa dire, all’ansia di non vederla accesa per dire subito quello a cui avevo pensato.

Una specie di lotta con il tempo, prima in negativo e poi in positivo.

Nella prima fase il tempo sembrava volare, nella seconda sembrava scorrere lento. Questa è la prova e la dimostrazione della esattezza della teoria della relatività del tempo di Albert Einstein; verifica che potrete notare allo stadio negli ultimi 5 minuti di una partita di calcio.

Se la tua squadra sta perdendo 1 a 0 il tempo vola, se sta vincendo 1 a 0 il tempo si rallenta anche se le lancette dell’orologio, che non sa il risultato che ti interessa, oggettivamente scorrono alla stessa maniera con lo stesso ritmo.

Il tempo perciò è relativo, è relativo al tuo stato d’animo.

Alle 13,30 in punto, si accese la lucina che per me, per quello che poi è successo, fu la luce intensa di un riflettore, la luce della ribalta come il titolo del film scritto, diretto e interpretato da Charlie Chaplin, ma non nella trama.

Quella luce infatti mi illuminò facendomi diventare per 7 giorni il più nominato, e in un certo senso, più famoso avvocato d’Italia sulla stampa.

Sig. Presidente, sono l’avvocato Falci (scandito lentamente per non storpiare il cognome) del Foro di Salerno, difensore di P.A.. Prendo la parola per chiedere al Tribunale di volere acquisire agli atti di questo processo, i verbali degli interrogatori del pentito Pasquale D’Amico, resi davanti l’Autorità Giudiziaria di Salerno in una indagine sfociata nel rinvio a giudizio di oltre 100 presunti appartenenti alla NCO nell’area della provincia di Salerno, e, anche se non riguarda la posizione del mio assistito, chiedo che vengano acquisite le dichiarazioni che questo pentito ha reso davanti ad altri P.M. e G.I. al fine di poter valutare la coerenza, la spontaneità e il disinteresse del pentito e trarne le dovute conseguenze in tema di attendibilità”.

Era fatta! Ero entrato nel processo!

In effetti, era successo, e me ne ero ricordato, che in quel processo di Salerno a cui avevo fatto riferimento (Abbruzzese + 100), nel quale difendevo un imputato di Pagani, avevo letto il verbale delle chiamate in correità di D’Amico Pasquale che non aveva menzionato P.A..

La cosa singolare era che ai giudici di Napoli, Pasquale D’amico, ad una domanda generica del tipo: “ci indichi i camorristi della NCO che lei conosce”, aveva risposto con una serie di nomi tra cui P.A. definito “affiliato di Nocera”.

Poi però, dopo, in una data successiva di qualche mese, al Giudice Istruttore del Tribunale di Salerno, Domenico Santacroce (don Mimì per noi salernitani), ad una domanda più specifica del tipo: “ci indichi i camorristi della NCO dell’agro nocerino sarnese che lei conosce”, non aveva menzionato P.A..

L’altra singolarità era che a Salerno non era possibile che D’Amico si fosse dimenticato di P.A. perché il Giudice gli aveva sottoposto in visione un fascicolo fotografico, il c.d. “organigramma della NCO” predisposto dalla polizia, il cui P.A. era effigiato a pag. 21.

Il pentito da pagina 19 del fascicolo in cui aveva riconosciuto la persona nella foto, era passato a pag. 23 del fascicolo in cui aveva riconosciuto quello effigiato in quell’altra foto e poi aveva proseguito saltando qualcuno e indicando altri.

D’Amico, cioè, aveva visto la foto di P.A. che qualche mese prima, a Napoli, senza “aiuti alla memoria”, in una situazione generica e allargata, aveva detto di conoscerlo come camorrista di Nocera, e poi, a Salerno, dopo aver visto la foto di faccia e di profilo di P.A., non lo indica tra coloro che accusava e che avrebbe fatto arrestare da quel giudice, perché camorristi di Nocera.

C’era qualcosa di strano sicuramente!

A questo punto il Presidente fece la stessa liturgia ormai nota (giro a destra, a sinistra, mano sulla bocca) e a microfono dichiarò: “il Tribunale si riserva di decidere sull’istanza dell’avv. Falci e rinvia il processo al …..”.

Apoteosi, mi sentii un grande!

Avevo messo in difficoltà il Tribunale o, più semplicemente era giunta l’ora in cui rinviare per consentire al Presidente Sansone di partecipare al funerale della madre? Poco importava in quel momento, lo avremmo saputo alla successiva udienza.

Iniziarono i complimenti dei colleghi alcuni dei quali neanche avevano sentito cosa avessi detto e mi chiedevano di ripeterglielo. Dalle “gabbie” si sollevò un brusio misto di soddisfazione e incredulità: chi cazzo era quel ragazzino con i capelli lunghi che aveva messo il Tribunale in condizione di non ”rigettare”.

Quasi quasi mi sentii un metoclopramide o un domperidone le molecole dei farmaci contro nausea e vomito; avevo arrestato il “rigetto”.

Incrociai, prima di uscire, lo sguardo di P.A. che dalla “gabbia”, con gli occhi, mi comunicò tutta la sua soddisfazione e ammirazione per quello che avevo fatto e mi fece capire che la sua fiducia in me era aumentata.

Mi disse, qualche giorno dopo, che in un certo senso, quel successo era stato tributato anche a lui a Poggioreale. Tutti i coimputati volevano saper chi fosse quell’avvocato giovane che lo difendeva e che aveva messo in scacco il Tribunale di Napoli. Domanda a cui rispondeva che era “quello che aveva fatto assolvere P.B. detto u’ F. dal triplice tentato omicidio di Nocera”, fatto, quello, conosciuto anche a Napoli non fosse altro perché le vittime erano napoletani e, mi sembra, uno di essi anche imputato in quel troncone.

Quel giorno, sul campo, mi guadagnai la nomina di un imputato presente nella “gabbia” di P.A., P.A. anche lui, di Salerno, coinvolto per una sua presunta affiliazione quando era detenuto ad Ascoli Piceno nello stesso Carcere dove Cutolo aveva “soggiornato” per un anno circa.

Oggi che mi accorgo che le iniziali di questi due clienti sono le stesse, potrei dire che in quel processo ho difeso (P.A.) al quadrato.

All’udienza successiva, infatti mi alzai per due volte a dire: “presente”.

Il meglio, però doveva ancora avvenire e si sarebbe concretizzato di lì a qualche minuto, davanti la porta dell’aula Ticino.

Tutti, dico tutti, i giornalisti presenti quel giorno mi aspettavano e mi accerchiarono per avere i dettagli della questione.

Mi concessi alla stampa molto volentieri!

Il giorno dopo tutta, dico tutta, la stampa nazionale, dal Corriere della Sera al Mattino, dalla Stampa a Repubblica, dal Messaggero al Resto del Carlino, al Secolo XIX, riportavano la notizia che “il processo Tortora a Napoli, iniziato in mattinata,  si è trascinato con una serie di eccezioni della difesa, tutte rigettate, tranne quella dell’avv. Falci che …..”.

Ero diventato famoso per una serie di coincidenze spazio temporali: ero nell’aula bunker di Poggioreale (spazio) e la lucetta rossa si era accesa alle 13,30 (tempo).

Anche questo fa parte del gioco della vita.

Della partita che si gioca, con rischi che si devono prendere e i ragionamenti che si devono fare.

Questa fu, inoltre, l’occasione in cui parlai per la prima volta con Enzo Tortora.

L'avv. Raffaele Della Valle alle spalle di Enzo Tortora

Prima di andare via nell’area che diventerà quella di nostra competenza, quella riservata alle più svariate riflessioni extraprocessuali, conobbi Enzo Tortora perché uno dei suoi difensori presenti quel giorno in aula l’avv. Raffaele Della Valle di Monza con il quale poi legammo come con tanti altri, mi chiese maggiori dettagli sulla questione che avevo sollevato.

Sia lui che Tortora commentarono con favore quello che avevo scoperto.

Era un tassello importante per portare avanti il tema principale se non unico del processo che ci accomunava tutti: l’attendibilità dei pentiti.

Enzo Tortora era vicino al suo avvocato ascoltò in silenzio, come dicevo ieri, in maniera educata, e alla fine ci salutammo stringendoci la mano che io gli porsi scambiandoci un reciproco sorriso.

Ora ci “conoscevamo” o, per meglio dire, ora io, ancora non trentenne, avvocato di provincia, lo avevo conosciuto fisicamente, di persona.

A dopo per le prossime udienze e per le sentenze, praticamente, in gergo, “rinvio alla prossima puntata”.

Giovanni Falci

 

 

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