il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Il 2020 sarà un anno senza sagre e feste patronali? Il danno stimato ammonterebbe a oltre 906 milioni di Euro

 

Antonella Inglese

VALLO DI DIANO – Per il mondo della ristorazione sono da sempre una spina nel fianco, ma in generale sono

ben tollerate anche da chi per distribuire cibo e bevande è sottoposto a rispettare le leggi del fisco e a

garantire sicurezza alimentare, igiene e accessibilità per disabili. Stiamo parlando degli oltre 42mila eventi

enogastronomici che costellano l’intera penisola e che con una concentrazione prevalente nella stagione

estiva, hanno un innegabile impatto economico nei piccoli centri della Campania. Le sagre, soprattutto quelle

prive di requisiti di autenticità e del legame con il territorio, in un momento di forte crisi economica

conseguente all’emergenza coronavirus, pare saranno sacrificate in nome del rilancio della ristorazione che,

attualmente, secondo i dati FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) è il settore economico più colpito in

Italia, e la previsione dei danni per il 2020 ammonterebbe a 8 miliardi di euro.

Senza entrare nel merito di quanto spesso queste manifestazioni siano caratterizzate da un totale abusivismo

e puntino al profitto “esentasse” (quante versano imposte e contributi?) e non di certo alla valorizzazione di

cultura e tradizione popolare, il danno non riguarderà soltanto Pro Loco, associazioni e il mondo del terzo

settore, ma si rifletterà, inevitabilmente, anche su tutto il mondo dei fornitori di materie prime con un

conseguente calo del fatturato anche per le aziende, spesso piccole e a conduzione familiare, che producono

prodotti tipici di prima qualità: sono questi, infatti, a fare da perno a manifestazioni che esaltano l’arte

culinaria, unicità dei nostri luoghi, basti pensare al carciofo bianco, al caciocavallo, alla patata rossa, tanto

per citarne alcuni. Secondo le stime fatte da FIPE nel 2019 “ogni anno nel nostro Paese si svolgono oltre

42mila sagre, in media cinque per ogni comune, per un complesso di 306mila giornate di attività, con una

durata media di sette giorni ed un fatturato che arriva a 900 milioni di euro”.

A questi si sommano anche i 6 milioni di spesa pubblica per le feste patronali, un dato, questo, che risale al

2014 e riferito a circa mille feste religiose sul territorio nazionale (poche rispetto al numero reale) e che non

comprende i soldi di donazioni e sponsorizzazioni, ma solo quelli erogati dagli enti comunali e dalle Regioni,

perciò un dato poco attendibile ma che a rigore di logica ci consente di fare mente locale sull’impatto che la

soppressione di queste manifestazioni ha sulle associazioni ma soprattutto sulle piccole aziende. Luminarie,

fuochi d’artificio, bande musicali, venditori ambulanti, giostrai, ma anche operatori di palco, tecnici di luci e

suono, gruppi musicali e in generale l’intero settore dei concerti, persino gli oneri della SIAE, sono alcuni dei

settori che stanno subendo e subiranno un danno importante dalla soppressione delle feste popolari che nel

Vallo di Diano sono tante e che fanno girare l’economia.

Se in Puglia il governatore Michele Emiliano non si arrende all’idea di non fare sagre, concerti, feste e afferma

“troveremo la maniera per farli senza danno” (ci auguriamo che la troviate, davvero!), in Campania, Vincenzo

De Luca, per il momento non si pronuncia in merito alla questione (sarebbe prematuro in effetti…), ma stando

alle direttive del governo contenute nell’ultimo DPCM tutte le tipologie di evento, ma proprio tutte quelle

che vi vengono in mente, saranno sospese per l’intera durata della fase 2. Quindi, fino al prossimo luglio

2020?! Impossibile esserne certi.

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