il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

LA SCUOLA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS? Servono competenza, lungimiranza, saggezza… (e coraggio)

 

 

Prof. Mario Salvatore Senatore

(Scrittore e poeta)

prof. Mario Salvatore Senatore

La scuola è una delle componenti più importanti della vita di un Paese, ma non è certamente quella che ne determina l’esistenza.

In questi tempi di subdola guerra universale con un nemico invisibile e spietato: il “Covid 19”, che aggredisce senza pietà tutti coloro (bambini, adolescenti, giovani, adulti, anziani, vecchi) che gli vengono a tiro al di là dei nostri desideri e miopi calcoli, il rinvio dell’apertura delle scuole ci appare (o ce la si vuole far sembrare) UNA TRAGEDIA D’IMMENSA PORTATA, mettendo a tacere buonsenso, lungimiranza, responsabilità.

Certamente la sospensione temporanea delle attività didattiche costituisce una perdita di istruzione, preparazione professionale, crescita globale, ma a fronte di tanto ci sarebbe la massima certezza di vita del popolo del mondo della scuola (bambini, ragazzi, personale docente, amministrativi, ausiliari, dirigenti, autisti, fornitori e prestatori d’opera, ecc.) perché non “costretti” a diventare – nella realtà - obiettivi esposti (senza protezioni reali – necessarie ed indispensabili – ) al virus e, nello stesso tempo, veicoli d’infezione reciproca.

Il mondo della Scuola è particolare!

Esso è come un mare in movimento… Si può fermarlo per nostro desiderio e convenienza (magari con belle parole illusorie?).

I ragazzi non sufficientemente preparati, vengono respinti e devono ripetere l’anno scolastico senza avanzamento di classe. La cosa non è piacevole ma la cosa non è una tragedia irreparabile: quei ragazzi restano vivi e non costituiranno fonte di rischi di morte propria o di altre persone con le quali vengono a contatto; essi non sono causa di grandi ansie, paure, disagi economici, problemi sociali. Alla stessa stregua – nella più pessimistica delle ipotesi – bisogna considerare anche un anno scolastico perduto per chiusura necessaria.

C’è un vecchio detto popolare (che racchiude in sé un’immensa saggezza) che recita: “…E’ meglio vi sia un asino vivo anziché un medico morto…”. Potrebbe non avere motivo di essere per sempre, tale massima, ma in questo tempo di pandemia ha una grande validità che richiede riflessione e coraggio (anche a costo di diventare impopolari o di “cedere” ad orientamenti contrari alle convenienze personali o politiche).

Anche una sola vittima di questo virus, dovuta alla ripresa di attività scolastica, non giustificherebbe assolutamente tale decisione e – secondo me – trascinerebbe con sé responsabilità morali e penali d’immensa portata.

La vita è unica e irripetibile e nessuno – per nessuna ragione al mondo – deve comprometterla o toglierla per insipienza od altro motivo apparentemente giustificato.

In pratica, nella scuola, – questa umanità in continuo movimento in spazi e in ambienti diversi -, crea e si espone a migliaia di occasioni di contrarre e/o trasmettere il contagio, ogni giorno… Ogni ora. Da quando i bambini escono da casa per salire sullo “scuolabus” o, comunque, a quando entrano nella struttura e si muovono per i corridoi e nelle classi, a quando hanno l’immancabile contatto ravvicinato coi compagni, col personale docente e non, a quando avvertono l’immancabile necessità di fare uso dei bagni (uso che bisognerebbe disciplinare in modo veramente valido e nel pieno rispetto della psicologia e dell’età del bambino o ragazzo, trattandosi di una necessità fisiologica improcrastinabile, probabile causa – se non soddisfatta – di frustrazione e turbe). In ogni caso  non si devono tollerare presenze di soggetti in attesa davanti ai detti servizi e, cosa imprescindibile, SENZA CHE QUESTI VENGANO SANIFICATI DOPO L’USO DA PARTE DI UN UTENTE E PRIMA DI CONSENTIRNE L’ACCESSO SUCCESSIVO. Viene da sé che in queste situazioni i bambini devono essere fermati nei corridoi (dove questi esistono) e vigilati perché mantengano il distanziamento, in attesa (se ci riescono) di evacuare quando viene consentito. E se uno dei tanti – più vivace o insofferente – si sfrena in una corsa liberatoria, chi deve intervenire per fermarlo e impedire fisicamente di avere prossimità o contatti vietati? E se un bambino (e non solo) avverte malessere, ci sono – IN TUTTE LE SCUOLE – locali dove isolarlo/i in attesa di prelievo responsabile? E chi (e come) deve assisterlo senza garantire almeno attrezzatura adeguata all’operatore scolastico com’è per il personale sanitario ospedaliero?)

Quelle riportate sono un piccolo numero di situazioni che sconsigliano fortemente la riapertura delle scuole fino alla scoperta di un vaccino che dia sicurezza e serenità a tutti gli attori che si muovono in quel mondo (peraltro, in tal modo, improduttivo e dannoso).

Perdere un mese o un anno di scuola è un grosso prezzo da pagare, ma certamente inferiore a tutte le spese da effettuare per la OBBLIGATORIA, VERA, DOVUTA GARANZIA del Governo e delle Autorità ad Esso facenti capo, di non mettere a rischio una sola vita e di ridare proficuità ad un doveroso impegno professionale. Un mese o un anno di scuola perduti significa far stare tutti (senza alcun privilegiato) sullo stesso piano, magari su un gradino inferiore, ma tutti – VIVI – in grado di competere alla stessa stregua.

D’altra parte non dobbiamo scoraggiarci per questo (o, forse, per alcuni versi, sì), visto che – quasi a controprova – oggi assistiamo alla presenza di tanti ignoranti (o limitati nelle conoscenze e competenze scaturenti da raffazzonati curricoli scolastici) nei punti più alti e pregni di responsabilità della vita del Paese. Infatti, oggi siedono in Parlamento e, peggio ancora, nel Governo, persone che non brillano per conoscenze scolastiche, culturali, erudizione, né per intuizioni, competenze ed esperienze politiche… Eppure sono chiamati (e si fanno chiamare) “Statisti”, eppure sono investiti di autorità che consente loro di prendere decisioni che, forse in buona fede, ritengono essere le migliori, ma che, nella realtà creano confusione e guasti spesso irreversibili (aumenti di contagi, morte, sprechi di risorse finanziarie e non solo).

Mai come in questo momento c’è stato bisogno di avere le idee chiare e di coraggio di prendere le decisioni più giuste ed opportune nelle mire degli interessi effettivi della Nazione (ogni riferimento alla massima carica politica della Regione Campania “è puramente casuale…”) e non già quelle orientate a convenienze politiche di parte, al soddisfacimento di posizioni personali dettate da princìpi, orgoglio, pochezza intellettuale. Ciò detto, ritengo che sia cosa buona far riaprire le scuole e far riprendere le attività didattiche ma solo a condizione di ASSOLUTA E TOTALE SICUREZZA IN TUTTE LE STRUTTURE DEL PAESE E NON GIA’ SOLO NELLE INTENZIONI E NELLA TEORIA. Io sono convinto che questa sicurezza non può essere conseguita nella vita pratica di ogni giorno e circostanza e per gli enormi investimenti che occorrerebbero, per cui “oggi” è d’uopo applicare il principio semplice e meno dannoso: “LE COSE CHE NON SI POSSONO FARE, NON SI FANNO!!!”

Dicevo di chiarezza e fiducia e credo che si debba dare priorità assoluta a queste condizioni – unici collanti indispensabili per non frantumare l’Italia. Chiarezza basata su grande onestà intellettuale e responsabilità comportamentale di chi deve prendere decisioni e fiducia nel trasmettere concretamente agli Italiani il messaggio di seguire indefettibilmente una scaletta di esigenze vitali, morali e – per ultimo – economiche, facendo precedere sempre e comunque la vita e la salute di tutti: bambini, insegnanti, ausiliari, dirigenti, autisti, genitori, addetti alle pulizie e mense, ecc. (solo per fare cenno al mondo della Scuola). E’ chiaro che il riferimento si estende a tutte le categorie di operatori che – quelle, sì – fanno un lavoro impagabile, necessario e non rinviabile.

La riapertura delle scuole può aspettare momenti migliori (visto anche il barlume di speranza che ci viene dalla Scienza, circa il progressivo affievolimento della carica letale del virus “Covid 19”). La sua chiusura non complica in maniera tragica la situazione ed anzi consente di contenere eventuali maggiori aggravi e fa in modo di dedicarsi con più incisività e risorse a settori che ne necessitano.

Io sarei del parere di decurtare – in una misura adeguata – lo stipendio dei lavoratori della Scuola e devolvere l’accantonamento a quelli di settori più esposti e debilitanti in questa “guerra” o, comunque, a compensazioni o interventi miranti al perseguimento comune – il più rapido possibile – della luce oltre il tunnel.

In conclusione io invito a riflettere bene sulla decisione di riaprire le scuole e non dare spazio a ragionamenti che, se pur validi su una molteplicità di fronti, vengono dopo la tutela di anche una sola vita e di altre considerazioni al momento più pratiche e necessarie.

Auspico che i Sindacati della Scuola (tutti e di ogni orientamento politico) colgano il momento complicato per ridare dignità al loro importantissimo ruolo, si stacchino da ogni ragionamento di parte e mirino al risultato finale cui devono essere sempre tesi e vigili: la tutela dei diritti dei lavoratori del Settore (in primis la serenità e la salute) strettamente legate alle ottimali condizioni per svolgere in sicurezza il delicato e importante lavoro (non vitale in questo momento).

Altrimenti sarebbe per tutti (politici, giornalisti, medici, magistrati, sindacati, ecc. ecc. ) il confezionare un immenso velo con cui coprire l’ipocrisia.

 

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