il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

REFERENDUM: Le ragioni per dire No

 

 

Avv. Giuseppe Amorelli (scrittore)

 

Amorelli Giuseppe (avvocato e scrittore)

“La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal Governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti, verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà”. La nostra Costituzione è piena grandi conquiste di diritti e di libertà: “pari dignità sociale”; “rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”; “il lavoro”; “un’esistenza libera e dignitosa” e così via. Grandi valori che entrano nei cuori del Popolo sovrano e che dovrebbero essere garantiti proprio con la centralità del Parlamento.

Cosi Don Luigi Sturzo nel suo discorso al Senato della Repubblica del 27 giugno 1957 .

Il 20 e 21 settembre 2020 si voterà per il referendum confermativo sulla riduzione del numero dei parlamentari ovvero ridurre di un terzo i parlamentari di Camera e Senato—da 945 (630 alla Camera e 315 al Senato) a 600 (400 alla Camera e 200 al Senato).

L’intento della riforma è responsabilizzare la classe dirigente e ridurre i costi della politica. Al contempo, modificando alla base l’apparato del potere legislativo, potrebbe avere conseguenze nefaste nel lungo periodo, in termini di rappresentanza democratica e funzionamento del processo decisionale istituzionale.

La predeterminazione del numero dei parlamentari, come previsto attualmente dalla nostra Costituzione per ciascuna delle Camere, non è solo il frutto dei lavori dell’Assemblea costituente, bensì di un intenso e dinamico confronto politico intervenuto durante i primi decenni della Repubblica e approdato alla riforma costituzionale del 1963.

Il fondamento della democrazia parlamentare è senza alcuna ombra di dubbio la rappresentatività. Ed è questo che emerge quando si costruisce solo uno slogan elettorale – puniamo la casta – ignorando il rapporto degli elettori con gli eletti.

In Assemblea Costituente, nella quale non mancava la componente tecnica e la ferrea volontà delle componenti politiche, anche opposte, di avere una Costituzione di un Paese finalmente democratico, non a caso il tema discusso riguardo al numero dei parlamentari fu il rapporto eletti-elettori, arrivando al risultato di un membro per ottantamila abitanti. Allo stato abbiamo un parlamentare e mezzo per 100.000 abitanti. E siamo al 23° posto tra i 28 dell’Unione Europea, con la riduzione proposta saremmo ultimi. In definitiva, il Parlamento funziona meglio quando è garantita una equilibrata rappresentatività e una giusta governabilità.

ARTICOLO 56

«La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto, in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila.

Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età.»

ARTICOLO 57

«Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale.

A ciascuna Regione è attribuito un senatore per duecentomila abitanti o per frazione superiore a centomila.

Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sei. La Valle d’Aosta ha un solo senatore.»

I Padri Costituenti ritennero necessario un numero di deputati e senatori, direttamente proporzionale al numero di abitanti, che fosse in grado di garantire la rappresentanza in Parlamento di tutti gli interessi del Popolo italiano.

Nel 1948 avevamo circa 46 milioni di abitanti contro gli attuali 60 milioni.

Al contrario di quanto si possa pensare, quindi, oggi il numero di parlamentari andrebbe aumentato e non diminuito, se fosse ancora in vigore la Costituzione originale. Mentre la legge costituzionale 9 febbraio 1963, n. 2, ha sostituito la proporzione fra parlamentari eletti e popolazione con l’attuale numero fisso.

Dai verbali dell’Assemblea Costituente (18 settembre 1946, 7.gennaio 1947 e e 23 settembre 1947)si evincono subito le ragioni che portarono alla stesura dell’art. 56 e 57 della Costituzione, la scelta fu il risultato del confronto fra diverse posizioni.

Il Democratico Cristiano Giuseppe Fuschini , membro della Costituente, nella seduta del 18.09.1946 sostenne la necessità di impedire che la volontà popolare potesse essere alterata da un errato rapporto fra il numero dei membri delle due camere. Affermo’ testualmente:” Le popolazioni considerano sempre il Deputato che hanno eletto anche da un particolare punto di vista, per cui quel Deputato riceve di continuo dai suoi elettori sollecitazioni che non sempre sono per bassi servigi, come per lo più si dice, ma spesso sono dettate dalle improrogabili necessità di una data circoscrizione e costituiscono un comodo mezzo per intrecciare rapporti di maggior fiducia fra eletto ed elettori:”

Il Comunista LA ROCCA Vincenzo, sostenne che :”in regime democratico, non bisogna diminuire il numero di parlamentari , perché a tutti deve esser dato il modo di far sentire la loro voce. Infatti Restringendo il numero dei Deputati, si potrebbe far sorgere il sospetto di essere animati dal proposito di soffocare la volontà delle minoranze.

Il PRESIDENTE, il Comunista Umberto TERRACINI nel suo intervento tenne a precisare che:” la diminuzione del numero dei componenti (per) la prima Camera repubblicana sarebbe in Italia interpretata come un atteggiamento antidemocratico, visto che, in effetti, quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni. “Quindi, se nella Costituzione si stabilisse la elezione di un Deputato per ogni 150 mila abitanti, ogni cittadino considererebbe questo atto di chirurgia come una manifestazione di sfiducia nell’ordinamento parlamentare”.

“Quanto all’osservazione fatta dall’onorevole Nobile circa l’alto costo di un’assemblea parlamentare numerosa, rileva che, se una Nazione spende un miliardo in più per avere buone leggi, non si può dire che la spesa sia eccessiva, specie se le leggi saranno veramente buone ed anche se si consideri l’ammontare complessivo del bilancio in corso.”

l’On.le FUSCHINI nella seduta del 27 gennaio 1947 rilevava che:” che la diminuzione del numero dei membri della Camera dei Deputati si risolve, in ultima istanza, in una diminuzione della sua autorità.”

Cosi L’intervento di Palmiro TOGLIATTI:” Onorevoli colleghi, il nostro Gruppo parlamentare voterà per la cifra più bassa(80 mila abitanti). E questo per due motivi. In primo luogo perché una cifra troppo alta distacca troppo l’eletto dall’elettore; in secondo luogo perché l’eletto, distaccandosi dall’elettore, acquista la figura soltanto di rappresentante di un partito e non più di rappresentante di una massa vivente, che egli in qualche modo deve conoscere e con la quale deve avere rapporti personali e diretti.”

Pertanto le ragioni che giustificano il No al taglio dei parlamentari sono:

1) la riforma svilisce il ruolo del Parlamento e ne riduce la rappresentatività, presuppone che la rappresentanza nazionale possa essere assorbita nella rappresentanza di altri organi elettivi.

2) riduce in misura sproporzionata e irragionevole la rappresentanza di interi territori, aggraverebbe i problemi del bicameralismo perfetto e appare ispirata da una logica “punitiva” nei confronti dei parlamentari.

Qualora questa riforma dovesse essere approvata si diminuirà la rappresentanza della popolazione e dei territori in Parlamento. La rappresentanza deve essere necessariamente collegata alla cosiddetta autonomia differenziata: infatti, quando verrà approvata le regioni più ricche e più popolose avranno una maggiore autonomia finanziaria e saranno sovrarappresentate a discapito delle regioni più piccole, minando l’unità nazionale.

Con questa riforma il Parlamento conterà sempre di meno, sarà per l’appunto una maggioranza di parlamentari, fortemente vincolati da chi deciderà della loro successiva elezione, a causa anche della disarticolazione sociale dei partiti, della loro neutralizzazione come fonti di legittimazione titolari delle funzioni di indirizzo politico, di controllo e di responsabilizzazione.

“La materia costituzionale non può essere svilita fino a diventare argomento di mera propaganda elettorale” e “il taglio lineare prodotto dalla revisione incide sulla rappresentatività delle Camere e crea problemi al funzionamento dell’apparato statale

Condivido appieno Il documento, promosso da Alessandro Morelli, Fiammetta Salmoni, Michele Della Morte, Marina Calamo Specchia e Vincenzo Casamassima, con il quale si indicano le cinque principali ragioni per cui gli autorevoli firmatari voteranno no al referendum. Per prima cosa c’è la questione della rappresentanza: “La riforma svilisce, innanzitutto, il ruolo del Parlamento e ne riduce la rappresentatività, senza offrire vantaggi apprezzabili né sul piano dell’efficienza delle istituzioni democratiche né su quello del risparmio della spesa pubblica”, maggior argomento sostenuto dai fautori della riforma. Secondo i 183 costituzionalisti però, non solo il taglio alla spesa sarebbe irrisorio, ma “gli strumenti democratici basilari (come appunto l’istituzione parlamentare) non possono essere sacrificati o depotenziati in base a mere esigenze di risparmio”.

Il Parlamento è il cuore della democrazia rappresentativa e non si può rinunciare alla rappresentanza in nome di un risparmio, irrisorio, o di una semplificazione che comunque non ci sarebbe. In tal senso Giuseppe Tesauro, Presidente Emerito della Corte Costituzionale

Con l’attuale legge elettorale e con listini bloccati e candidati nominati, vincesse il SI i nuovi parlamentari sarebbero tutti indicati dalle segreterie di partito, sottraendo di fatto al Popolo sovrano totalmente il diritto di scegliersi i suoi rappresentanti.

Si dimezzerebbe, così, la rappresentanza popolare in Parlamento. Una limitazione inaccettabile della sovranità.

D’altra parte, l’Italia è già uno dei Paesi europei col più basso rapporto tra popolazione e parlamentari, 1.6 parlamentari per 100mila abitanti: in Finlandia e Svezia la proporzione si attesta a 3.7, in Irlanda a 5.5, in Grecia a 2.6, nel Regno Unito a 2.4, in Belgio a 2. Con il taglio dei parlamentari, i cittadini del Lazio passerebbero da 1 deputato ogni 95.000 abitanti a 1 ogni 153.000 e da 1 senatore ogni 197.000 a 1 ogni 306.000; gli abitanti della Campania passerebbero da 1 deputato ogni 96.000 abitanti a 1 ogni 152.000 e da 1 senatore ogni 199.000 a 1 ogni 320.000. Gli abitanti dell’Abruzzo passerebbero da 1 deputato ogni 93.000 abitanti a 1 ogni 145.000 e da 1 senatore ogni 187.000 a 1 ogni 327.000.

Conosciamo le storture che si sono annidate sostituzione delle preferenze con liste chiuse e bloccate; ora, si vorrebbe tagliare il numero dei parlamentari sulla base della propaganda sui costi della politica. Ebbene, se vincesse il SI si risparmierebbero 57 milioni di euro, lo 0,006% della spesa pubblica italiana, più o meno un caffé a testa l’anno.

Rappresentare non significa solo “esprimere un voto in Parlamento in modo proporzionale ai voti ricevuti dagli elettori” ma significa prima di tutto saper ascoltare gli elettori, per comprendere i loro bisogni e riportarli nelle discussioni e decisioni parlamentari

 

 

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