il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

IL RAPPORTO SVIMEZ 2020 :LA PANDEMIA HA AGGREDITO LA FRAGILE ECONOMIA MERIDIONALE.

 

Dr. Pietro Cusati

La SVIMEZ, Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, è un ente senza fini di lucro, istituito il 2 dicembre del 1946. Obiettivo dell’Associazione è lo studio dell’economia del Mezzogiorno, per proporre a istituzioni centrali e locali concreti programmi di sviluppo delle Regioni meridionali, arrivando così a realizzare “l’unificazione anche economica dell’Italia”. Il leitmotiv dell’Associazione è “industrializzare” il Mezzogiorno, cioè promuovere lo sviluppo con l’applicazione delle logiche industriali a tutti i settori dell’economia, servizi e turismo compresi. Non è il libero mercato lasciato a se stesso in grado di risolvere la “questione meridionale”, ma lo Stato, che deve promuovere la crescita del Sud con un insieme coordinato di azioni pubbliche e di interventi “straordinari”. Numerosi i contributi tecnici e scientifici che l’Associazione ha fornito nel corso degli anni ad enti e istituzioni centrali e locali. Tra questi, si ricorda la pubblicazione, dal 1974, degli annuali “Rapporti SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno”. Fin dai primi anni di attività, la SVIMEZ ha dedicato grande cura e attenzione alla legislazione meridionalista, il cosiddetto “diritto per il Mezzogiorno”, con numerose analisi, volumi, commenti sugli interventi speciali e studi sulla produzione normativa regionale, nazionale e comunitaria. Il Rapporto sull’economia del Mezzogiorno è l’opera principale della SVIMEZ e viene pubblicata annualmente ,raccoglie i principali indicatori e gli andamenti dell’economia meridionale in numerosi settori chiave: industria, edilizia, terziario, credito, finanza pubblica, infrastrutture e trasporti, politiche del lavoro, di coesione, industriali, demografia, mercato del lavoro e popolazione. Il Rapporto 2020 della Svimez interpreta la questione del Sud di fronte alle conseguenze della pandemia nei termini di una grande questione nazionale. La ricostruzione post-Covid,  secondo il  centro studi Svimez , offre al Paese un’“occasione irripetibile”, per coniugare “crescita nazionale”, “equità sociale” e “coesione territoriale” e per gestire la transizione “orientando i processi economici verso una maggiore sostenibilità intergenerazionale, ambientale e sociale.”Per fare  questo  occorre però una “visione d’insieme”. E questa è la grande sfida che interpella a tutti i livelli la politica e che, intervenendo alla presentazione del Rapporto, il Presidente del Consiglio Conte ha mostrato di condividere, parlando a sua volta di “occasione imperdibile” e della necessità di una “piena coesione sociale e territoriale”.Il Covid ha colpito tutto il Paese, le sue conseguenze non sono state uguali per tutti perché diseguali erano le condizioni di partenza. “La prima ondata della pandemia  ha avuto per epicentro il Nord. La crisi economica si è però presto estesa al Mezzogiorno dove con più drammaticità si è tradotta in emergenza sociale incrociando un tessuto produttivo più debole, un mondo del lavoro più frammentato e una società più fragile”. La seconda ondata ha interessato direttamente e da subito  le regioni meridionali con tutta  l’emergenza sanitaria generata dalla pressione sulle strutture ospedaliere e, più in generale, su tutto il sistema di cura. Secondo le stime  Svimez   a fine anno 2020 il Pil del Mezzogiorno risulterà al di sotto del suo picco minimo del 2014 e inferiore di ben 15 punti percentuali rispetto al 2007 (a fronte di un -7 del Centro-Nord). A renderci “più fragili di fronte alla pandemia” è stato anche il divario sul piano dei servizi, “dovuto soprattutto a una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali”. La spesa pro-capite dei Comuni nei servizi socio-educativi per la prima infanzia (dati 2018) vede il Centro a quota 1468, il Nord-Est a 1255, il Nord-Ovest a 866, le Isole a 415 e il Sud a 277 euro per ogni bambino 0-2 anni. La percentuale di tempo pieno nella scuola primaria è pari a 46,1 nel Centro-Nord e a 16 nel Mezzogiorno. La chiusura delle scuole a causa della pandemia è stata un ulteriore fattore di moltiplicazione delle disuguaglianze. I ragazzi tra 6 e 17 anni che vivono in famiglie in cui non sono disponibili strumenti informatici sono il 34% nel Meridione contro il 19,8% nel Centro e il 17,6% nel Nord. Nel campo della sanità il divario nell’offerta di servizi è “figlio di un mix drammatico di inefficienze e distorsioni” e di “un progressivo ampliamento nelle dotazioni di personale e infrastrutture a sfavore delle Regioni meridionali”. La misura dello scarto nei Livelli essenziali di assistenza (i Lea), che dovrebbero essere garantiti su tutto il territorio nazionale, viene esemplificata nel Rapporto con il caso della copertura dei programmi di screening per alcune patologie oncologiche: nel 2017 la Regione in fondo alla classifica, la Calabria, aveva come punteggio 2, le Regioni di testa 15. Ed erano tutte al Nord. La pandemia nel Mezzogiorno  si è tradotta in emergenza sociale ed economica ,incrociando un tessuto produttivo più debole, un mondo del lavoro più frammentario e una società più fragile. All’emergenza economica e sociale  si è  sommata, nell’ultimo mese, l’emergenza sanitaria generata dalla pressione sulle strutture ospedaliere e  su tutto il sistema di cura. L’occupazione giovanile si è ridotta nei primi due trimestri del 2020 dell’8%, più del doppio del calo totale dell’occupazione. A livello territoriale l’impatto sui giovani è stato ancora più pesante nelle regioni meridionali, già caratterizzate da bassissimi livelli di partecipazione al mercato del lavoro: 12%. E questo per effetto di una doppia penalizzazione. Da un lato ha pesato il mancato rinnovo dei contratti nel periodo del lockdown, dall’altro si sono chiuse le porte per coloro che nel 2020 sarebbero dovuti entrare nel mercato del lavoro. I due strumenti Reddito di Cittadinanza e Reddito di Emergenza insieme, l’area dell’assistenza ha raggiunto in questi mesi di crisi una dimensione molto ampia: oltre 3 milioni di persone, di cui due terzi al Sud hanno percepito il RDC tra aprile 2019 e settembre 2020, cui si aggiungono altre 550 mila persone (350 mila al Sud e 200 mila al Centro-Nord) che hanno percepito il REM. Nel Mezzogiorno l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie è scesa dal 10,0 del 2018 all’8,6% mentre le persone che vivono in famiglie in povertà assoluta passano dall’11,4 al 10,1%. In valori assoluti si tratta di circa 116 mila nuclei familiari e 281 mila individui in meno. La parziale coincidenza tra beneficiari e nuclei in condizioni di povertà sembra trovare un’ulteriore conferma il fatto che nel Mezzogiorno i nuclei che ricevono il RdC/PdC sono ormai superiori a quelli in povertà assoluta (circa 800 mila contro 706 mila) mentre i nuclei in povertà assoluta si sono ridotti nel 2019 soltanto di 116mila unità. Scarso se non nullo risulta, in sintesi, l’impatto del Reddito di cittadinanza sul mercato del lavoro. Con l’entrata in vigore dell’RdC ci si aspettava un aumento del tasso di partecipazione e del tasso di disoccupazione mentre nei quattordici mesi è successo il contrario. Emergono i limiti di un’interpretazione concentrata solo sul sussidio economico in aree (le periferie urbane, le aree interne del Sud come del Nord) in cui le strutture pubbliche che offrono servizi al cittadino sono molto deboli. La tenuta sociale soprattutto nei grandi centri urbani è stata delegata allo straordinario lavoro fatto dalle organizzazioni del terzo settore e del volontariato che nella fase critica della pandemia hanno supplito i buchi di assistenza degli strumenti contro la povertà e la debolezza delle strutture pubbliche locali di contrasto all’emarginazione sociale. GLI AMPI DIVARI DI CITTADINANZA Diciamo la verità, ribadisce la SVIMEZ, la sanità meridionale era una “zona rossa” già prima dell’arrivo della pandemia, come dimostrano i punteggi LEA e la spesa sanitaria pro capite. Il divario nei servizi è dovuto soprattutto a una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di sicurezza, adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura.

 

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