il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

VALLO DI DIANO: LA SUDDIVISIONE DEI TERRENI NEL TEMPO. DALLA RIFORMA AGRARIA DI GRACCO AD OGGI. LA GROMA, STRUMENTO ROMANO DI MISURAZIONE.

Dr. Michele D’Alessio

(Agronomo – Giornalista)

I Gracchi "Tiberio e Gaio" - i gioielli di Cornelia

SALERNO – Tutti sanno che il Vallo di Diano era attraversato dalla nota strada romana  Capua – Rhegium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia, è stata un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno la magistratura romana decretò infatti la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. In quel periodo ci fu anche la riforma agraria dei fratelli Gracco (133 a.C.) che porto all’assegnazione dei terreni non solo ai  Optimates e dei grandi proprietari terrieri, ma anche alla plebe. Naturalmente anche nel Vallo di Diano, essendoci delle colonie Romane, le terre coltivabili in collina e pedemontane furono assegnati ai coloni locali. Ma come avveniva l’attribuzione dei terreni? Ce lo dice il nostro amico storiografo pollese il dottor Vitantonio Capozzi.  “…Nel diritto romano la funzione di misurare la terra tracciando le linee per la costruzione delle città era originariamente funzione sacrale esercitata dagli Auguri. La leggenda ricorda come l’uccisione di Remo da parte di Romolo sia avvenuta per la violazione della traccia dei confini della futura città di Roma. Questo aspetto sommato alla presenza di un dio custode dei confini e delle porte che i romani chiamavano Giano, indica quale spessore sacrale i romani attribuivano ai propri confini. Quando, con la laicizzazione del diritto si perse ogni implicazione religiosa, il compito passò a tecnici laici che sono menzionati a volte metatores, a volte finitores, altre volte mensores e infine gromatici, dal nome dello strumento usato per tracciare le linee rette, chiamato appunto groma. E’ uno strumento di rilevazione per la misurazione della terra usato nell’antica Roma sia per la definizione dei confini, che per le comuni misurazioni agresti o per l’assegnazione delle terre che venivano assegnate ai soldati al congedo del loro servizio quale premio per il loro contributo militare.

GROMA - Lo strumento che raccordava il ferramentum con la groma era il rostro che misurava esattamente un piede ("pes" cm 29.64) che costituiva l'unità base di lunghezza romana il cui campione veniva custodito nel tempio di Giunone Moneta in Campidoglio.

È composta da un bastone di sostegno chiamato “ferramentum” che veniva piantato al suolo e da quattro punte (cornicula) disposte a perfetto angolo retto e che formano la croce terminale (groma) da cui pendevano i quattro fili (nerviae) tesi da altrettanti contrappesi (pondera). Lo strumento che raccordava il ferramentum con la groma era il rostro che misurava esattamente un piede (“pes” cm 29.64) che costituiva l’unità base di lunghezza romana il cui campione veniva custodito nel tempio di Giunone Moneta in Campidoglio. Il rostro, chiamato dai romani “umbelicus soli”, si articolava girando completamente al comando dell’operatore e dall’altro inserendosi nella ghiera centrale della groma permetteva i traguardi delle coppie di fili a piombo. Mediante un quinto filo a piombo posizionato all’estremità superiore del rostro si otteneva che il centro della groma fosse corrispondente al punto di stazione.  La punta poteva essere conficcata nel terreno oppure ad lapidem, in un cippo lapideo che l’agrimensore portava con sé. La procedura consisteva nel congiungere gli estremi del territorio da nord a sud e da est a ovest, tracciando le linee delle due strade principali chiamate rispettivamente “cardo maximus” e “decumanus maximus”. Queste costituivano i principali assi della centuriazione romana i cui estremi avrebbero coinciso con le quattro porte della città. All’incrocio del cardine e del decumano si trovava, quasi sempre, il foro ossia la piazza principale della città. L’agrimensore si posizionava al centro presunto della città con lo sguardo rivolto verso ovest e definiva il territorio col nome di “ultra” ciò che stava davanti e “citra” quello che stava alle spalle.  Successivamente venivano tracciati da una parte all’altra degli assi iniziali i cardini e i decumani massimi secondari chiamati “limites quintarii”. Questi venivano posti alla distanza di 100 actus (3.5 km) e il territorio risultava così diviso in superfici quadrate chiamate “saltus”.

Un'altra immagine del Groma

La rete stradale veniva ulteriormente infittita con altre strade parallele ai cardini già tracciati ad una distanza tra loro di 20 actus (710.4 mt) Le superici quadrate risultanti da questa ulteriore divisione erano le “centurie”. Di seguito le larghezze delle strade in piedi romani “pes”

Decumano massimo: 40 piedi (11.84 mt)

Cardine massimo: 20 piedi (5.92 mt)

Limites quintarii: 12 piedi (3.55 mt)

Altre strade: 8 piedi (2.37 mt)

La sistemazione dei terreni era successiva al completamento stradale. Ogni centuria era suddivisa in 10 strisce alla distanza tra loro di 2 “actus” (71.04 mt). L’incontro ad angolo retto tra i piani visivi verticali ottenuti traguardando le coppie opposte di fili, determinavano gli allineamenti divisori (rigores) sul suolo da dividere e confinare…e al tempo stesso i punti di incrocio da munire di cippi terminali (termini). L’operazione più esclusiva di questo strumento era quella di determinare la distanza di un punto inaccessibile sul terreno da punto di stazione. Si posizionava dapprima la groma nel punto di stazione A e si mirava il punto inaccessibile B con la prima coppia di traguardi. Poi si stabiliva un allineamento ortogonale alla linea AB, mediante l’altra coppia di traguardi, determinando il punto C ad una data distanza da A. Con groma in C si stabiliva un allineamento CD perpendicolare ad AC. Si divideva la lunghezza AC in due parti uguali e si fissava la groma nel punto di mezzo E. Prolungando l’allineamento BE fino all’incontro con CD, si otteneva il punto F. La distanza CF è uguale alla distanza cercata. Questa procedura si applicava per calcolare la larghezza dei fiumi, l’estensione degli acquitrini e delle paludi, la distanza delle navi in avvicinamento ai porti. Inoltre con la groma si rilevavano i dati per disegnare la forma del terreno, cioè uno schizzo topografico, orientato con l’aiuto dello gnomone portatile (riduzione dei grandi orologi solari). Essere agrimensore era senz’altro più prestigioso dell’essere semplici “calculatores” Per conseguire il titolo di gromatici ufficiali, soprattutto nell’esercito, dove venivano assunti con il grado di ufficiali, bisognava sostenere un’abilitazione ed iscriversi alla corporazione.

Il classico plastico della centuriazione

Gli agrimensori privati, invece, in genere liberti erano liberi di aderire o meno all’albo professionale ed erano considerati alla stregua di tecnici non “laureati”. Questo straordinario e duttile strumento, capace di vaste applicazioni, non era ancora conosciuto nella sua forma fino agli inizi del secolo scorso. Ci si basava soltanto sulla figura di un’incisione della stele funeraria di Lucio Ebuzio Fausto, certamente agrimensore, che riportava la figura di una groma a ricordo della sua attività di cui se ne suppone il vanto. Fu solo grazie al ritrovamento avvenuto nel 1912 durante gli scavi di Pompei diretti dall’archeologo Matteo della Corte che si poté ritrovare una autentica groma in buono stato di conservazione. Il reperto ricostruito permise non solo la comprensione dell’uso, ma anche il significato delle parole “ferramentum ad lapidem figere” è ferramentum ad signum ponere” le quali compendiano tutta l’ars mensorium. Senza la vista di una vera groma dal braccio sporgente e girevole, specialmente la prima di quelle operazioni (ferramentum ad lapidem figere) restava un enigma. Concludo riportando la tabella delle unità di misura romane ricordando che il passus corrispondeva a due passi di un uomo medio, mentre l’actus indicava convenzionalmente la lunghezza del solco che una coppia di buoi poteva compiere in un unico strappo. L’unità di misura delle aree era l’actus quadratus che secondo quanto dice Varrone nel De re rustica, ha una lunghezza di 120 piedi e una larghezza ugualee rappresentavano l’estensione di terreno che una coppia di buoi era in grado di arare in mezza giornata. I multipli erano lo iugerum (2 actus mq.2523.34)  l’heredium (2 iugeri cioè mq5046.68) e la centuria (100 heredia ovvero mq.504668 circa).

 

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