il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

VALLO DI DIANO E TANAGRO: TENTATIVI DI BONIFICA DAL MEDIOEVO AL 1700, CON DOCUMENTI INEDITI, AD OPERA DI VITANTONIO CAPOZZI

Dr. Michele D’Alessio (giornalista-agronomo)

prof. Vitantonio Capozzi

Dai tanti commenti fatti sui social, molti di critica e senza alcun senso, (detti tanto per parlare) sulle ultime inondazioni del Tanagro, ci sono stati, anche alcuni commenti sensati e intelligenti, dove si diceva, che il vero ostacolo del fiume Calore-Tanagro sono le gole in Località Maltempo, dopo il comune di Polla, per un ristringimento del letto del fiume Tanagro. In merito agli ultimi avvenimenti avversi del fiume, per sintesi e un po’perché racchiude tutti i pensieri dei Valdianesi, riportiamo una testimonianza di un altro eccellente storico, scrittore non che giornalista di Polla il dottor Giuseppe Geppino D’Amico, che in un servizio televisivo di Italia2tv (emittente televisiva privata dal 1977), di qualche giorno fa,  afferma che“…Pur non avendo conoscenze di ingegneria idraulica riteniamo che il problema del Tanagro si risolve allargando quella specie di imbuto in località Maltempo, a Polla, dove le acque arrivano velocemente non scorrono come dovrebbero. Ogni volta che il Tanagro rompe gli argini al suo capezzale accorrono in tanti ma quando le acque rientrano … tutto scorre (panta rei, dicevano i Greci). Eppure è un problema che il Vallo si trascina da secoli ma non sappiamo quando questo avverrà. Intanto, non ci resta che affidarci a Poseidone, re del mare ma anche dio dei fiumi, delle tempeste e delle inondazioni. Ricordando il vecchio Omero, potremo sempre dire: Cantaci, o diva, del Tanagro fiume // l’ira funesta  // che, da anni, tanti danni produce nel Vallo di Diano…”.

Le favorevoli e lusinghiere parole del dottor Geppino D’Amico, non fanno altro che confermare quello che, ci ha riferito il nostro, ormai noto, ricercatore e depositario di storia Romana il Dottor Vitantonio Capozzi, e che oggi, ci racconterà i tanti tentativi di bonifica dal Medioevo al 1700, ad opera della potente famiglia dei Sanseverino fino al Regno dei Borboni.

“…Le manifestazioni più evidenti della crisi erano rappresentate dalle erosioni e quindi dal trasporto del materiale in sospensione che inevitabilmente ingrossava le portate, provocando, conseguenzialmente, gli straripamenti nei terreni rivieraschi.

È noto come in un sistema idrogeologico ordinato sia fondamentale la pendenza dei terreni per le acque che, canalizzate, confluiscono verso i collettori.

Di contro, laddove sono evidenti le depressioni o quando i terreni sono in contropendenza o mancano i collettori, le acque si fermano fino a quando i terreni non riescono ad assorbirle. Ad un minore potere assorbente del terreno corrisponde un maggiore tempo di ristagno. Ed è la palude o la formazione di bacini lacustri che la fanno da padrona, con le drammatiche conseguenze che essa stessa comporta. Ciò è accaduto nel Vallo di Diano, con l’aggravante dell’anomala situazione alla stretta di Polla, che ostruiva il deflusso ordinario delle acque del Tanàgro.

Correva l’anno 1270. Un primo intervento nella zona Fossato-Maltempo lo si rileva da una ordinanza di Carlo d’Angiò, resasi necessaria per la costruzione di un ponte di Apolla nel luogo della Tallata (oggi Intagliata), crollato a causa di una piena del fiume (I registri della cancelleria angioina ricostruiti da F. Filangieri, vol III, Napoli, 1951, pag. 108, n.88). Invero, fu questo solo un modesto interessamento governativo, perché il Re, evidentemente distratto dalle faccende di stato e dal consolidamento del suo potere, non maturò l’idea di intervenire sul Fossato, con opere importanti, che avrebbero consentito l’ordinario defluire delle acque che sovente s’impaludavano. E la palude la faceva da padrona con tutti i mali che essa comportava, con l’aggravante della situazione anomala alla stretta del Fossato di Polla. A proposito del toponimo Intagliata, si ricorda che la contrada Maltempo era conosciuta non solo nel 700’, ma anche nel XV secolo. In una carta del 1467 si legge: “Lo passaio lo quale si extende per fi alla grocta (sic!) da la taglata in lo terreno de Venneri”, ovvero “Il passaggio che si estende sino all’ingresso della grotta dell’Intagliata nel terreno di proprietà di Venneri” (C. Vultaggio, La Viabilità, in “Storia del Vallo di Diano”. II, pag. 79).

Sempre a proposito dei tentativi di bonifica effettuati nella vallata, e con riferimento al periodo che precede il basso medioevo dobbiamo riscontrare una carenza documentale, mentre una tenue e parziale azione di pulizia dell’alveo fluviale la rinveniamo nei primi anni del 1300. La testimonianza dell’evento è raccolta in un registro del 1306 del Re Carlo II, nel quale veniva annotata un’attività manutentiva dell’alveo fluviale consistente nella mera rimozione del materiale alluvionale, che si era accumulato nella stretta di Maltempo, in tale quantità da provocare un allagamento su gran parte del territorio vallivo. L’intervento, eseguito su interessamento del conte Tommaso Sanseverino e delle Università della valle, è stato interpretato da alcuni commentatori storici come indizio di un diffuso disordine idraulico. Noi invece lo interpretiamo come una prova della particolare attenzione che gli Angioini rivolsero al fiume Tanàgro. Nella stessa epoca quel principio di politica economica ed agraria, secoli addietro proclamato nell’età dei fratelli Gracco, secondo il quale il terreno in pianura doveva essere sottoposto a coltura e liberato dalla sterile pastorizia, divenne un ricordo di tempi lontani: lo dimostra un vincolo, con il quale nel 1335 il Conte di Marsico, Francesco Sanseverino, impose al fine di reintegrare l’Università di Diano di una parte del territorio della piana. Tale vincolo, riconfermato da Ladislao nel 1404, da Giovanna II^ nel 1430, da Ferrante nel 1461 e nel 1491 ed, infine, da Carlo V nel 1557, ordinava che “Nullus da coetero ausus sit in eisdem bonis laborari, aedificare, aut aliter quomodolibet bonificare”, imponendo quindi l’obbligo per chiunque di effettuare opere manutentive, edilizie e di bonifica nel territorio del Vallo di Diano. È da ritenere verosimile la circostanza che il provvedimento amministrativo non fosse stato emanato dal Sanseverino allo scopo di vietare, sic et simpliciter, qualsiasi attività di edilizia privata e di qualsiasi intervento manutentivo e/o di sistemazione dell’alveo fluviale, quanto piuttosto, dalla necessità di prevenire i dissesti ambientali nella valle, ed anche dal proposito di impedire lavori concepiti senza ragione o realizzati male (cfr. Macchiaroli S., Diano e l’omonima sua valle, Napoli 1868, p. 15). Per le popolazioni, già sensibilmente provate da angherie d’ogni genere, il danno che ne derivò fu immane. Furono minati alla base lo sviluppo e l’evoluzione della struttura economica e sociale della regione, nulla innovando sul problema del impaludamento dell’area pianeggiante.

Fu proprio durante il dominio spagnolo che il problema agrario del Mezzogiorno fu reso ancor più intricato e difficile sia dal fiscalismo del nuovo governo che dai bisogni dei feudatari. Questi, per alimentare l’esausto bilancio e la vita fastosa di corte per mezzo dei redditi della coltura silvana, contribuirono in misura assai rilevante al disboscamento che determinò un peggioramento del disordine idraulico. E furono molti gli economisti, che, mettendo inconsapevolmente le loro penne al servizio della classe dominante, sfruttatrice ed oziosa, incoraggiarono l’opera nefasta, sostenendo che i boschi fossero un residuo di barbarie che si doveva eliminare (Ciasca R., Storia delle bonifiche nel Regno di Napoli, Bari, Laterza, 1928, p. 42 seg.). Se della bonifica del Vallo di Diano si fa solo qualche rapido cenno, i lavori di espurgo invece, proprio perché considerati l’unico rimedio possibile a tanto dissesto idrogeologico, furono eseguiti a spese del Conte di Marsico e delle Università interessate, le quali continuarono a farsene carico anche nei secoli successivi, esaurendo così le modeste risorse economiche (Genovese F., La malaria, 1924, p. 24).

Del resto lo storico L. Cassese nei suoi Scritti di storia meridionale (opera già cit.) metteva in evidenza come il disordine idraulico fosse particolarmente grave nel Vallo di Diano, dove le periodiche inondazioni crebbero a dismisura e violente, inghiottendo oppure corrodendo profondamente larghe estensioni di fertile terreno.

Col disordine delle acque e il loro continuo impaludamento aumentava, intanto, paurosamente la malaria; e la popolazione, fiaccata dal terribile malanno, mal nutrita, già diminuiva sensibilmente, quando nel 1656 sopraggiunse una fiera pestilenza che, per lunghi mesi, falciò a centinaia le vite umane, cui seguirono “vesenterie e febri malegne” (cfr. Giliberti L., Il Comune di S. Arsenio. Contributo alla storia municipale dell’Italia meridionale, Napoli 1928, p. 106.). A causa della insensibilità dei regnanti, le tredici Università del Vallo, ormai allo stremo delle forze, non avendo più energia per lottare da sole contro le avversità della natura, implorarono un adeguato intervento governativo. Qualcosa si mosse. Difatti, con ordine reale del 1663, confermato nel 1676 e nel 1696, si stabilì la creazione di opportuni lagni, già ideati nel secolo XVI per incanalare le acque sorgive e stagnanti o di scolo di quella parte della nostra Campania Felice. (Giustiniani, Dizionario Geografico, p. II, t. 2, pp. 77-79,). Purtroppo l’ordine reale, a cui aderirono solo alcune Università, rimase infruttuoso, vuoi perché la costruzione dei lagni gravava troppo sui loro bilanci, e vuoi anche perché quelle opere non erano ritenute utili e necessarie al raggiungimento di uno scopo concreto. A tali deficienze decisionali si aggiungevano i dissapori e le continue lotte che nella valle infuriavano. Testimonianze conflittuali tra le comunità del Vallo di Diano invero affiorarono già nei primi decenni del 1500, allorquando il precario equilibrio idrico fece sì che si scatenassero aspri conflitti sociali, specie tra le popolazioni di Sala e Diano, le quali si contendevano fazzoletti di terra da coltivare che si affacciavano sui lati opposti del fiume Tanàgro. Solo l’intervento della Regia Corte di Salerno pose fine al contenzioso, con la stipula di apposito capitolato che regolamentava i rapporti tra le parti.

Ciononostante, lo straripamento del fiume era continuo e la formazione di vaste aree lacustri erano sempre più frequenti, con grave danno alle popolazioni.

Nel 1600 l’assetto idrogeologico nel Vallo di Diano non mutava presentandosi alquanto disordinato e anomalo. La testimonianza ci giunge dal canonico Paolo Eterni (cognome che sembra l’equivalente del volgare Tierno), arciprete di San Rufo, il quale scrisse un manoscritto, nel quale è contenuta la prima completa descrizione della Valle e dei suoi centri abitati. E lo fa con occhio di umanista e con intenti essenzialmente corografici, come del resto dà a intendere lo stesso titolo del suo manoscritto: “Descrizione della Valle di Diana, e castelle ivi poste, e loro signori”. Nel saggio il prelato, al suo ingresso nella vallata, nota il dispiegarsi del lago che si era formato intorno a Polla, rinvigorito, specie nel periodo invernale, dal continuo e copioso defluire delle acque del fiume Tanàgro. Ed è l’Eterni stesso a confermarci come il lago, da lui definito anche fosso, venisse alimentato dall’enorme quantità delle acque del fiume, che, anziché defluire, si stagnavano tanto da formare un lago intorno al paese, per una lunghezza di circa due miglia di circonferenza. Detto fosso che si presentava ampio e largo era ricco di pesci, tanto che la gente del posto si serviva di piccole imbarcazioni non solo per attraversarlo agevolmente, ma anche per pescare l’abbondante pesce che ivi si trovava, per trarne cibo sufficiente all’abbisogna. Lasciamo all’Eterni la descrizione del pianoro del Vallo di Diano: “La Valle di Diana è figurata simile ad una Barchetta che nel principio è stretta e nel mezzo larga….omissis….nell’entrare della Valle a man destra dentro la Vigna di Pantoliani si vedono le muraglie di quadrate pietre di marmo, capitelli, basamenti, ed avelli (si tratta del Mausoleo fatto erigere dalla sacerdotessa Insteia Polla per onorare l’alto Magistrato T. Caio Utiano Rufo, suo consorte)…omissis…..Più avante vedesi la Polla detta dai Greci Apollo loro oracolo…omissis…e quell’antico e forte ponte edificato da Romani con il fosso dove entra la maggior parte del Fiume negro che trascorre per mezzo della valle, passandosi per la barcha, abondantissimo di pesce, principiato nell’appendino di Lago negro (che nasce nei pressi di Lagonegro) accresciuto da molti sorgivi di acqua che scendono da que’ colli…omissis…e d’altri che l’inverno per tanta abbondanza, il detto fosso non lo può sorbire, e allaga il piano della valle danneggiando i seminati e possessioni, al fine va a scaricarsi sopra l’Auletta per uno stretto sotterraneo canaletto dentro una spelonca alta palmi trenta e larga cinquanta, dove sta un’Altare di San Michele…omissis…”.

Una dettagliata e vivace testimonianza la ricaviamo dall’opuscolo “La Lucania sconosciuta”, scritto, tra il 1650 e il 1672, da Luca Mandelli, un frate agostiniano del 600’, originario di Teggiano. Questi, informandoci della presenza di un sito lacustre intorno a Polla, così descrive il suo hinterland: “Vedesi nell’ingresso (della Valle) edificato un superbo ponte sopra del Tanagro in quella estremità ove si profonda, con fabrica così ben fondata in luogo paludoso che per tanti secoli non ha dato segno di rovinosa antichità. Arricchito da altri rivi molto s’ingrossa; scorre tuttavia con piacevole corso per lo spatio di venti miglia fecondando il paese, sinche pervenuto all’apposita parte tra l’Occaso, et Settentrione sotto l’Apolla (Polla), quivi ritrovato il terreno alto ritorna indietro quando è gonfio d’acque, e farebbe di tutta quella piana un lago; se non che l’eterno fattore, il quale dispose che sì bel territorio restasse esposto alla coltura, e non ricoverto dall’acque provvide al fiume d’alcune sotterranee caverne (dette Crive o Clive), nelle quali si sprofonda, e scorrendo per lo spatio di tre miglia sotto di un altissimo Monte (Contrada Cappuccini di Polla), sbocca poi di nuovo con empito da una grotta vicino la piccola Terra chiamata Pertosa con maraviglia e diletto de’ riguardanti”.

Oltre la testimonianza dei due canonici, esclusivamente descrittiva del territorio, in letteratura viene documentato un altro tentativo teso a risanare il Vallo di Diano, come quello fatto nel 1676 dal viceré Marchese di Los Vèlez Fernando Fajardo, attraverso un’ordinanza con la quale obbligava gli abitanti del posto di provvedere al riparo “de los danos que continuamente padecian las Universida des confinantes al Valle di Diano y otras de la Provincia de Prencipato por las abenidas de Aguas”, per significare che gli abitanti interessati avevano l’obbligo di provvedere ai danni alluvionali che soffrivano le Università i cui confini ricadevano nel Vallo di Diano, dove scorreva il Tanàgro, oltre quelli che ricadevano nella Provincia del Principato per gli allagamenti causati dai fiumi in piena. Ma si trattò semplicemente di un raccapricciante modo di scaricare le proprie responsabilità e competenze sulle popolazioni della vallata, le cui municipalità nulla o poco potevano fare, attesa l’esiguità dei fondi economici di cui disponevano. Tra il 1698 e il 1703 furono eseguiti lavori di espurgo del fiume Tanàgro e fu anche deciso dal Governo l’ampliamento del Fossato Maltempo. Non deve stupire che, purtroppo, anche questo tentativo fu vanificato, non trovando consenso tra le popolazioni, che ne osteggiarono l’attuazione. Se per i secoli Cinquecento e Seicento mancano fonti storiche che attestino iniziative interventistiche sul bacino fluviale, di contro, nel Settecento e ottocento si registra l’esatto contrario. I due secoli, infatti, sono stati una vera fucina di sistemazioni idrauliche e di tentativi di bonifiche affrontati e, in piccola parte, realizzati con la sola forza motrice umana o animale o, verso la fine del 700’, con l’aiuto di motori a vapore. Quindi nel complesso ambedue i secoli sono da ritenersi, a buon titolo, innovativi ed anche punto di partenza per un avvio, costante e poderoso, dell’ordine idraulico. Analizziamone i momenti salienti. Da un documento del 1703 (V. Atti del partito fatto de’ R. Lagni nel Vallo di Diano) del credenziere dei Regi Lagni si rileva che per i lavori fatti nel quinquennio dal 1698 al 1703, nel solo Fossato presso Polla, furono spesi 16.000 ducati, dei quali 4.000 andarono a carico delle Università. Quest’ultime, divise in ragione dei fuochi, nel 1703 non riuscirono ancora ad estinguere il debito, che ammontava ad una somma complessiva di 2.982 ducati. All’inizio del sec. XVIII le condizioni del Vallo restavano quasi le stesse. Anche se bisogna pur riconoscere che fu proprio durante il periodo spagnolo che lo stato cominciò, se pur lentamente, a prendere alcune provvidenze per le zone abbandonate su tutto il territorio e a fare i primi tentativi di bonifica, iniziando dalle immediate vicinanze della capitale per poi intervenire su altre località del regno: tentativi questi che avranno una forte accelerazione sia durante il regno di Carlo di Borbone che nel primo periodo di governo del suo successore, per influsso delle nuove idee economiche proclamate con appassionato fervore dallo scrittore, filosofo economista e sacerdote Antonio Genovesi (1712 – 1769) e dai suoi discepoli. Ed è proprio il Cassese (op. cit.) a confermarci che le opere di bonifica dei primi ingegneri dei Reali Lagni non furono gradite dalle popolazioni del Vallo di Diano, non solo perché si rifiutavano di fare ulteriori sacrifici finanziari a favore della classe padronale, quanto anche perché non avevano accolto con favore le soluzioni prospettate dai tecnici. Rileva il Cassese che le comunità si lamentavano perché le acque, che precipitavano dai ripidi pendii nell’ampia vallata, non defluivano adeguatamente, determinando il fenomeno dell’allagamento dei terreni. Il vero problema restava pur sempre l’allargamento del Fossato Maltempo, dove si riteneva necessario e urgente intervenire per aprire alle acque un varco di sfogo sufficiente. Gli Ingegneri, di contro, volevano proporre opere, che, a loro modo di pensare, avrebbero disciplinato le acque, separandole in canali, che successivamente venivano riallacciate, mediante la dispendiosa costruzione di lagni e controlagni. Malinconicamente il Cassese conclude la sua analisi rilevando come “in breve tempo le acque, straripando, distruggevano oppure ostruivano; indi, esorbitando, li abbandonavano per seguire altro corso”. Purtroppo così andavano le cose: un pò per l’imperizia degli ingegneri, un pò per la svogliatezza delle Autorità, nulla si concretizzava. Nel 1709 le Università, convocate in Padula per verificare i lavori compiuti ma anche per procedere alla ripartizione delle spese, nonché di decidere sul programma degli ulteriori lavori da farsi, elevarono all’unisono un coro di vibrate proteste. Particolarmente forte e vibrante fu la protesta dell’Università di Polla, la quale, rifiutò di aderire all’ordine, inviando, per tutta risposta, un suo rappresentante nella persona del Notaio Carlo Curcio, perché protestasse presso il Presidente Grasso, delegato della Reale Giunta dei Lagni. Nel verbale di protesta (Atti del partito cit., e. 138) si legge: “…in virtù delle continue istanze e repliche che da tempo in tempo ha formato l’Università sudetta, come dall’atti, dalla medesima sempre s’è dimandato, e con vivissima chiarezza di giustizia, il doversi vacare prima de tutto al cavamento del Fossato, e, quello determinato, sussequitarsi poi la costruttura dei Lagni e controlagni nel Vallo, acciò, apertasi la bocca e datosi il suo giusto cavamento a proportione con altro, era di bisogno havesse possuto inghiottire con la criva l’acque che fanno l’ inondatione in esso Vallo, del che il termine e suo fine è il territorio di detta Terra della Polla, quale patisce per tal’ inondatione li maggiori danni et interessi”. Polla quindi era il paese che più di ogni altro del Vallo di Diano subiva ingenti danni a causa delle frequenti inondazioni. La soluzione al problema imponeva agli addetti ai lavori di valutare la necessità di intervenire urgentemente con opportuni e adeguati interventi sia sulle Crive che sul Fossato.

Dobbiamo attendere il 1754 per avere una lettura diversa ed organica sui rimedi adeguati e necessari per tentare di risolvere il disordine idrogeologico che il Vallo di Diano, nei secoli, aveva registrato. Il problema fu affrontato da un gruppo di ingegneri con studi approfonditi. All’uopo furono incaricati dal re Ferdinando II di Borbone tre ingegneri della Giunta dei Regi Lagni, Scoppa, Vetromile e Pollio, i quali furono appositamente inviati sui luoghi, col compito di dare una risposta adeguata al problema. Gli Ingegneri (A.S.S., vol. intitolato Atti de ricognizioni fatte dalla R. Giunta de’ Lagni nel Fossato della Terra di Polla, 1754 c. 415 e seg.) ebbero modo di rilevare che: “…laddove prima del 1743 le acque che venivano dalle Panelle e dalle montagne adiacenti del Vallo formavano un volume così smisurato, che sopravanzava sotto la Polla non solamente il ponte, che vi è alto dal piano del fiume non men che palmi 28, dopo aver allagate tutte le sue campagne, ma arrivava sino a bagnare le case più basse della Polla; dal 1743 in poi tale spaventevole inondamento non è mai più avvenuto, e ciò perché ordinossi allora che si ricavasse e profondasse non quanto si conobbe necessario, ma quanto si potè, adattandosi al denajo che poteva somministrare la Giunta dall’avanzo delle spese, che seco trae il mantenimento dei Lagni di Terra di Lavoro a tenore della grazia nel secolo passato accordata, del pari che sarà necessario di fare da ogg’innanzi, sempre e quando la Giunta non possa somministrare tutto quel denajo che porta seco l ’esecuzione dell’opere che si hanno a fare…E questa è la somma del sentimento che ci diamo l’onore di umiliare a V. S. ed agli altri Signori Ministri della Giunta”. Pertanto ritenevano assolutamente prioritario un provvedimento governativo ad hoc che vietasse il disboscamento delle coste delle montagne adiacenti, e che i proprietari terrieri, come anche le Università per i loro terreni demaniali laterali al Fossato, non dovessero coltivare per la distanza di palmi 12 ai lati di esso. Oltre quarant’anni durarono i lavori, che, a lungo andare, si dimostrarono inutili e inefficaci, perché condotti in modo inadeguato e con scarsa disponibilità di mezzi adeguati, contrariamente a quanto suggerivano gli stessi ingegneri relatori. Pur tuttavia, quei lavori, pur frammentari e disorganici, continuarono a dissestare le finanze delle Università del Vallo, ma comunque apportarono alla popolazione una certa temporanea tranquillità. Dobbiamo attendere il 1796, anno in cui finalmente si iniziò a mettere mano organicamente alla sistemazione dell’alveo con l’eliminazione di un’ansa sulla destra del fiume e l’apertura di un alveo rettilineo tra il ponte Pollio e l’imbocco del Fossato. Si provvide anche all’abbassamento del fossato, per la misura di otto palmi, per consentire un deflusso maggiore delle acque ed, infine, fu deciso di aprire un canale di collegamento tra le Crive ed il Fossato. Ma della sistemazione del sistema idrogeologico del fiume Tanàgro avremo modo di parlare in maniera dettagliata più avanti. Però, non dopo aver descritto le ulteriori fonti storiche che hanno citato il bacino lacustre del Tanàgro e del lago che si era formato ai piedi di Polla. Le acque dell’antico Tanàgro, che oggi scorrono a cielo aperto, una volta scomparivano, “con meraviglioso artifizio della natura”, nelle Crive. Tale è la suggestiva descrizione che lo storico Costantino Gatta (1673 – 1741) ha deliziosamente trascritto nelle sue Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, alludendo al fenomeno dell’immersione del fiume negli smaltitoi naturali che formava uno straordinario spettacolo offerta dalla natura.

E lo stesso Gatta ripropone lo stesso fenomeno nel libro La Lucania Illustrata, edito a Napoli nel 1723, così descrivendolo: “…Quivi vicino (Polla) la provvida Natura, con meravigliosa industria, per dare l’uscita all’acqua di detto fiume ha formato una profondissima Buca (Crive) ove le acque s’ingojano, che scorrendo per il spazio di ben miglia due per sotterranei acquedotti formati dalla natura nelle viscere de i monti, indi con grandissimo strepito sboccano per una spelonca, nella profondità della Valle, ove dicesi l’Osteria della Pertosa, e scorrendo tali acque per la concavità de’ monti, e profondissime Valli, rendono poscia copioso tributo al fiume Silaro…omissis…..”. Lo scrittore poi non potendo fare a meno di citare due fatti storici rilevanti, l’uno inerente al poderoso tentativo di bonifica intrapreso dai romani e l’altro sul tentativo perpetrato, sullo scorcio del 700’, dal Signore di Polla, Capecelatro, così li ricorda: “perché tal’ora la Buca suddetta in tempi di copiose piogge, non è capace ad ingojarsi l’abbondevole copia dell’acque, & essendo la Valle suddetta bassa e piana, e conseguentemente soggetta all’inondazione, pensarono gl’antichi Romani, per non far soggiacere ad un tanto pregiudizio la vaga e fruttifera campagna, di fare un taglio nel monte, che in tal luogo chiude detta Valle; Opera benché difficile fu con Romana fortezza intrapresa, ma non terminata come del loro lavorio ben se ne veggono le vestigie…omissis…fù gli anni addietro tentata dalla generosità di D. Ettorre Capecelatro, Duca di Siano e Sig. Della Polla, che poi in altre cure occupato, e da immatura morte distolto non puotè esseguirla;”. Pertanto anche questo tentativo, nonostante le buone intenzioni, non ebbe successo, per la morte prematura del Duca.

Altra fonte preziosa e degna di attenzione ci giunge da Stefano Macchiaroli, canonico e teologo della Cattedrale della Diocesi di Teggiano. Da attento analista, qual è, del sistema ambientale, socio-economico e territoriale del Vallo di Diano, pubblica nel 1868 un opuscolo di storia intitolato “Diano e l’omonima sua valle” (Ed. G. Rondinella, Napoli). In esso osserva come “Questa Valle nei tempi precedenti alle bonificazioni, ed incalanamento delle acque, era pressocché tutta inondata, perlocché si rimpiangeva l’insalubrità dell’aria, e le lunghe estensioni di terra sottratta all’agronomia. Ma a parte il foxatum costruitovi dai romani nell’intento di incuneare le dette acque delle Crive, o Clive della montagna di Polla, altre opere furono in prosieguo eseguite dalle passate Deputazioni Provinciali, le quali risultate sproporzionate alle ingenti somme all’oggetto versate, e non essendo riuscite a togliere quelle influenze malaugurate, meritarono l’universale disapprovazione. E però…innumerevoli opere vennero eseguite, vuoi d’allargamento, di profondamenti, e rettificazioni dei precedenti canali, vuoi dei nuovi alvei soccorsali operativi, con delle banchine laterali, e vuoi della custodia di essa ai guardalagni affidata….”.
Apriamo qui un approfondimento culturale sui guardalagni, ricordando che questi facevano parte del Corpo di Vigilanza Idraulica e che furono istituiti dal Re delle due Sicilie Ferdinando I nel 1829. Ma già nell’antichità e fin dalla civiltà etrusca esistevano gli “Aquiles”. Costoro avevano il compito di provvedere al controllo e alla gestione dei fiumi, torrenti e canali. Tale denominazione fu conservata anche durante il periodo Romano come testimoniato da Varone (Sen. Q.N. III, 15) il quale li annoverava tra le figure professionali che insieme ai “Curatores alvei tiberis et riparum et cloacarum sacrae urbis” si occupavano di fiumi e delle importanti opere idrauliche. Tali figure le troviamo ancora nel Medioevo e nel Rinascimento definite “Custodi e Guardie Idrauliche” e così, con diverse denominazioni, fino agli anni 60’ del secolo scorso.

Alla ottimistica descrizione del Macchiaroli si contrappone però una statistica del 1865 redatta dall’Ingegnere Raffaele Pareto (1812 -1882). Questa rileva che solo una piccolissima parte del territorio del Vallo di Diano era messo in cultura (un decimo) mentre era interessato ad azioni di bonifica un altro decimo (R. Pareto, Sulle bonificazioni, risaie e irrigazioni del Regno d’Italia, 1865).

Altra fonte storica di grande importanza è quella di Giuseppe Antonini (Centola, 1683 –Giugliano, 1765), detto anche il Barone di San Biase, il quale, nell’opera La Lucania discorsi, così descrive il Vallo di Diano e il Tanàgro: “…omissis…famoso Tanagro (da’ paesani detto il Negro) il quale nascendo nella parte occidentale del Monte Sirino, corre per mezzo questa pianura; e trovando dopo la Polla un varco, o sia una terra atta ad ingojarlo, ivi quasi si seppellisce, e poco più di due miglia sotterra camminando, esce infine nel luogo, detto la Pertosa…omissis… Or questo fiume ingrossato dal concorso di varie altre acque, suole l’inverno gravi danni a quelle campagne colle sue inondazioni fare, e per l’estade a molti luoghi vicini rende l’aria alquanto umida, e mal sana.”. L’Antonini quindi si sofferma sul percorso, che fa il Tanàgro lungo il Vallo di Diano, prima del suo inabissarsi nelle Crive, ma anche sui danni che lo stesso procura, sia quando esonda, allagando le campagne, che quando è in secca, perché favorisce il formarsi dell’aria malsana e foriera di mali irreparabili. Lo storico, filosofo e teologo Aleandro Alberti (1479-1552) nella sua opera Descrittione d’Italia, edita nel 1525, nel descrivere i luoghi del Vallo di Diano, in particolare, si sofferma sul lago, definito stagno o palude, che si era formato intorno a Polla: “Oltre l’Auleta o l’Auletta tre miglia evi la Pola (sic!). Passata la Pola, comincia la Valle di Diano…omissis… A mano destra dell’entrata di essa Valle vedesi quel stagno osia Palude (così nominata dagli habitatori de’l paese)…omissis…. Crea questa Palude il fiume Botta (sic!) di Picerno. Scende dunque questo fiume di Picerno tra alte montagne et entra nella Valle di Diano per una stretta bocca et poi trascorre per il mezzo d’essa et quivi finisse al fine di quella creando detto stagno o sia Palude, la quale circonda da due miglia. Accrescono eziandio detta Palude molti sorgivi d’acqua che scendono da quei colli et in questo luogo si raccogliono, sì come in una conca per la bassezza del luogo. Et poi si scarica passando per un segreto canaletto sotto terra a quella spelunca (si tratta della spelonca di Pertosa che era stata da lui precedentemente citata)”.Tranne l’errore dell’autore che scambia il fiume Tanàgro, che origina dal lagonegrese, col fiume Botta, che scende da Picerno, il lago, o stagno, o palude, o fosso, è dato come esistente intorno a Polla…”. Dopo questa lunga e dettagliata storia-verità, con il dottor Capozzi, per ora ci fermiamo qui, per riprendere la prossima volta, la bonifica dopo l’Unita di Italia, la bonifica di Mussolini e quella attuale.

 

3 Commenti

  1. Ho letto attentamente l’articolo, dettagliato e preciso sulla lunga storia della bonifica, ma e possibile che con tutte la nuova tecnologia di oggi, non si riesce a trovare un sistema per arginare le esondazione dei fiumi ….oppure non vogliono????

  2. La ricerca storica sulla bonifica del Vallo di Diano è un’opera meritevole, ora bisognerebbe fare una ricerca sulle varie rivolte di contadine ed operaie che sono avvenute durante questi secoli….

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.