il Quotidiano di Salerno

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La casa a Canicattì della famiglia del Beato Rosario Angelo Livatino,da tutti ricordato come ‘’il Giudice ragazzino’’, rimarrà tutelata in quanto bene di interesse storico, artistico, architettonico e etnoantropologico particolarmente importante.

Dr. Pietro Cusati (giurista-giornalista)

Canicattì - la casa del giudice Angelo Rosario Livatino (beato)

Canicattì (Agrigento), 12 maggio 2021 .La “Casa famiglia Livatino” e le cose mobili in essa custodita rivestono un interesse culturale “particolarmente importante”. Il valore culturale si identifica nel rimando all’impegno etico e morale del giovane magistrato che, con la normalità della sua vita, ha indicato ai giovani, non solo siciliani, la via del riscatto e della liberazione del predominio mafioso. Aveva 38 anni, il più giovane dei 27 magistrati uccisi in ragione del loro servizio. E’ legittimo il decreto dell’Assessorato dei beni culturali della Regione Siciliana che ha posto il vincolo culturale sulla Casa famiglia del Giudice ragazzino il Beato Rosario Angelo  Livatino, rivestendo  un interesse culturale particolarmente importante. La decisione dell’ Assessorato regionale ai Beni culturali  è  fondata  su una relazione tecnica della Soprintendenza. L’immobile “Casa di Famiglia del Giudice Rosario Livatino”, nella quale era vissuto il giudice Livatino ,ucciso il 21 settembre del 1990, da quattro killer per ordine della “Stidda”, la mafia agrigentina, è sito nel Comune di Canicattì. Si tratta di un palazzetto formato da tre piani fuori terra, la residenza del giudice ucciso è posta al primo livello del palazzetto. “Tra gli oggetti personali si annoverano: il vangelo, la macchina da scrivere, il telefono, materiale di documentazione e riviste giuridiche, un quadretto di Paolo VI (richiamato in una delle sue agendine quando muore il Sommo Pontefice), una vecchia radio assieme ad una nutrita videoteca in VHS. Presenti anche la copia della tesi. di specializzazione in Diritto regionale nonché alcuni capi di abbigliamento compresa la toga posta sulla bara il giorno dei funerali”. Dopo il TAR in primo grado  ,il Consiglio della giustizia amministrativa per la a Regione  Siciliana,sezione giurisdizionale con   sentenza  ha  respinto l’appello  presentato dalla  proprietaria, di una  parte dell’immobile, la quale contesta  la decisione dell’Assessorato dei beni culturali della Regione Siciliana di vincolare la struttura risalente al 2015 in quanto lo stesso  “non presenterebbe alcuno dei requisiti richiesti dalla normativa vigente per la dichiarazione di interesse storico, artistico, architettonico ed etnoantropologico particolarmente importante, sia sotto il profilo del valore culturale, sia con riferimento all’assenza di pregio dei beni mobili presenti all’interno dell’immobile”. Secondo i Giudici Amministrativi della Sicilia  in seguito al processo di beatificazione  lo scritto autografo di un martire della giustizia e di un beato è certamente raro e di pregio così come maggiore sarebbe il valore dell’immobile e delle cose in esso conservate. I giudici  confermano la bontà dell’operato della Regione Sicilia , perché  “a fronte dell’assenza di familiari diretti che possano mantenerne viva la memoria, è dovere dello Stato, di cui Livatino è stato un servitore eccezionale, riconoscere lo straordinario valore culturale della casa del Giudice ed il suo forte valore simbolico a ricordo di chi ha pagato con la vita la normale rettitudine che non si piega alle minacce o  alle lusinghe della mafia. La morte di quel giovane magistrato, fino a quel momento conosciuto solo nel suo ambiente di lavoro a motivo della sua estrema riservatezza, aveva avuto in Sicilia una forte eco mediatica e, nel nome del magistrato ucciso, si erano moltiplicate le iniziative volte a sollecitare il risveglio delle coscienze e l’impegno di tutti contro la violenza mafiosa. La “Casa famiglia Livatino” e le cose mobili in essa custodite rivestono un interesse culturale “particolarmente importante”.Il valore culturale si identifica nel rimando all’ impegno etico e morale del giovane magistrato. La parte appellante è stata condannata  alle spese del secondo grado di giudizio.

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