il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Vestuti: tanto tuonò che piovve !!

 

 

Aldo Bianchini

Uno scorcio dello stadio Vestuti, così come immaginato nel progetto del 1991

SALERNO – <<“Ma quanti progetti dobbiamo pagare per lo stadio Vestuti ?”, e ancora “Ma si rendono conto che il barone Santamaria si sta rivoltando nella tomba ?”. Sono queste le domande che più frequentemente mi rivolgono alcuni amici-lettori in questi giorni. Ovviamente la loro attenzione è tutta incentrata sulla destinazione definitiva che prima o poi la Città dovrà, comunque, dare alla struttura dello stadio comunale Donato Vestuti, maestosamente impiantato proprio al centro della città fin dagli anni ’30. Siccome nessuno lo dice, è bene che i tifosi (quelli più radicali !!) se lo mettano bene in testa che il Vestuti dovrà essere necessariamente rivisto e corretto, così com’è è un insulto all’urbanistica ed alle sue evoluzioni. Anche perché di storico, tranne i suoi 80 anni e passa, il Vestuti non ha proprio niente. La seconda domanda, quella per il barone Santamaria, è stata la più inquietante. Probabilmente i giovani di oggi, compresi i cronisti, non sanno neppure chi fosse il famoso “barone Santamaria”. Apparteneva alla schiatta dei Santamaria, nobili di Baronissi, insediatasi a Salerno sul finire dell’ 800. La famiglia era direttamente proprietaria di tutta l’area sulla quale sorge il Vestuti ed una parte di quell’area era adibita a cimitero. All’inizio dell’era fascista i Santamaria donarono alla Città ed al Podestà di allora tutta l’area con un preciso vincolo: “creare un impianto sportivo per l’atletica e per il calcio”. Uno dei rampolli della famiglia era, difatti, amante dell’atletica leggera e trovò probabilmente sempre geniale l’idea dei suoi ascendenti.>>

 

Scrivevo così il 1° giugno 2013, epoca in cui sembrava che davvero i lavori del Vestuti dovessero decollare e che puntualmente non sono mai iniziati; eppure i progetti esecutivi furono ammessi e regolarmente pagati: <<… L’ammodernamento della struttura sportiva fu già discussa in epoca socialista (fine anni ’80) ed il primo progetto fu affidato, e pagato, ad un noto architetto-urbanista socialista … Dopo diversi anni, tra il 2006 e il 2010, la giunta De Luca rispolverò quel vecchio progetto affidandone le innovazioni urbanistiche ad uno studio tecnico che faceva capo alla figlia di quell’architetto ormai scomparso … adesso è venuto fuori, almeno così sembra, un terzo progetto per abbattere o ridimensionare la curva sud predisposto dall’architetto Cuomo (non certamente il prof. Alberto !!). E sono tre. Insomma fino ad oggi il Vestuti ci è costato ben tre pagamenti salati di progettazione per un qualcosa che verosimilmente non sarà mai realizzata. E cosa importa, il necessario è commissionare e pagare i progetti …>>

 

E’ di qualche giorno fa la notizia dell’avvio dei lavori per un progetto molto ridimensionato rispetto al passato, un sorta di maquillage inevitabile per via delle precarie condizioni in cui versa il monumento sportivo, emblema di una città dedita al calcio ed all’atletica innanzitutto.

La deludente e degradata del Vestuti di oggi

Il quotidiano Il Mattino scrive: << … In attesa di concentrarsi sullo stadio Arechi per adeguarlo alla serie A, il Comune di Salerno inizia i lavori nell’impianto che resta nel cuore dei salernitani, il Donato Vestuti. Una struttura che ha rivestito in questi anni una notevole importanza per l’atletica leggera e per altre discipline sportive, dalla scherma al rugby, alla pugilistica, alla pallavolo ed al basket. Dopo un lungo iter, infatti, sono in dirittura di arrivo gli interventi alla pista di atletica ed all’illuminazione. Circa 225 mila euro la spesa prevista, con i lavori che saranno eseguiti dal Consorzio Stabile Fenix che avrà sessanta giorni lavorativi, dal 7 giugno, per ridare smalto ad uno stadio che ha visto gareggiare fior di campioni. «Non è stato facile arrivare a questo punto, alla luce della necessità di rispettare quanto richiesto dalla Federazione di Atletica Leggera spiega il vice sindaco, con delega all’Urbanistica, Mimmo De Maio Sarà utilizzato un materiale di nuova generazione, dopo aver livellato e preparato l’attuale superficie e sarà completato il potenziamento dell’illuminazione»…>>.

Come andrà a finire ? Lo capiremo entro il prossimo e vicino 7 agosto 2021.

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Commento

  1. Non è augurabile, come purtroppo avviene per stadi e impianti sportivi non più in uso, che altri esemplari di architettura del passato (abitazioni prestigiose, chiese e castelli antichi, edifici di rappresentanza, impianti della cosiddetta archeologia industriale, ecc.), vadano incontro alla infausta sorte che spesso i discendenti degli artefici di quei capolavori riservano al loro destino, con impieghi progressivamente più limitati fino all’abbandono e ad un inarrestabile, quasi irreversibile, degrado, se non peggio.
    Prendiamo ad esempio l’ormai inesistente Velodromo di Roma.
    Costruito a ridosso e per le Olimpiadi del 1960, su un’area ai limiti del Quartiere EUR, rappresentò per quell’epoca un invidiabile esempio di architettura a favore dello sport ciclistico su pista. Con ardite soluzioni tecniche sia per la configurazione delle tribune che per i settori specificamente adibiti alle gare, i progettisti realizzarono un impianto dalle caratteristiche costruttive e funzionali eccellenti. I più quotati velocisti dell’epoca realizzarono su una pista di fattura esemplare numerosi record a livello olimpico e in seguito mondiale.
    Purtroppo il periodo d’oro si esaurì in pochi anni. Le gare disputate su quella pista andarono diradandosi, fino a sparire del tutto. Seguì una stasi durante la quale cominciarono, ad apparire progetti di vario tipo per trasformare una struttura, già diventata ormai un rudere. Come inevitabile in questi casi, ogni soluzione subiva i suoi pro e i suoi contro. Alla fine, nonostante il rammarico di tante menti illuminate, le cariche di esplosivo misero tutti d’accordo.
    Il Velodrlomo fu fatto implodere con tutto il suo glorioso passato!!
    È sconcertante come, passando ora di là, a quasi tre anni dall’evento, si veda una vasta spianata di terra, neanche tutta sgombra dei residui dell’abbattimento, sulla cui futura destinazione ancora si dibatte cosa fare.
    Sempre nella Capitale si annovera un altro paragonabile e significativo esempio: lo Stadio Flaminio di Pier Luigi e Antonio Nervi. Coevo del Velodromo, fu costruito in altra zona della città, sempre per le esigenze dei Giochi Olimpici di Roma 60 e ospitò fra l’altro la Finale Olimpica di football, perdendo poi progressivamente le sue caratteristiche di impiego, dal momento che vi si tennero esibizioni corali di famosi artisti e cantanti internazionali.
    Poi subentrò il rugby, visto che la Nazionale italiana era stata ammessa a partecipare al, Torneo,delle 6 Nazioni.
    Anche se il livello delle prestazioni della nostra squadra non era all’altezza di quello degli altri, specie del gruppo anglosassone, nello stadio, un vero gioiello di architettura si vivevano giornate entusiasmanti, culminanti nelle folcloristiche manifestazioni inscenate dagli spettatori dell’una e dell’altra parte, accomunati da un tifo corretto, appassionato e mai al di sopra delle righe.
    Tutto questo ora è finito. Il degrado e l’usura del tempo stanno arrecando danni irreversibili a quelle ardite strutture in cemento armato che un Ingenere è un architetto di fama mondiale idearono e posero in opera.
    Forse, proprio per rispetto a tanto valore, nessuno si azzarda a parlare di demolizione.
    Tuttavia, le consueta diatribe per decidere come e quando effettuare un idoneo restyling, da oltre 4 anni non fanno registrano concreti progressi in merito.
    Veniamo ora allo,Stadio,Donato Vestuti.
    Purtroppo, fatte le debite proporzioni, sta seguendo le sorti dello Stadio Flaminio di Roma. Ha comunque anch’esso nobili natali, ad opera dello stesso autore, ing. Camillo Guerra, a cui fu affidata anche la costruzione del Palazzo di città. Denominato inizialmente Campo Littorio in ossequio alle tendenze dell’epoca e poi Stadio Comunale, fu infine intitolato a Donato Vestuti, noto giornalista, fondatore di un giornale locale e di una squadra di calcio, decorato con medaglia d’argento al valore militare per essere caduto sul fronte del Carso durante la Prima guerra mondiale.
    Con il completamento deile gradinate dei distinti e delle curve nei decenni successivi, con l’antistante piazzale intitolato all’altro noto giornalista Renato Casalbore accomunato al grande Torino nella tragica sorte dell’aereo a Superga, ha costituito e costituisce un simbolo,evocativo del mondo sportivo, in particolare il calcio.
    Per circa un decennio, nei primo dopoguerra, ho abitato in piazza Casalbore, in una palazzina prospiciente proprio la tribuna centrale. C’erano dal lato dei distinti quegli edifici tuttora adibiti ad abitazioni di edilizia economica, comunque di fattura dignitosa e tipica della loro epica. Altri lati erano invece occupati, da palazzine di pochi piani, ciascuna contornata da giardini coltivati a verde. Erano state costruite con la stessa tipologia anche su entrambi i lati di via Nizza e costituivano per lo stadio un contorno coerente e soprattutto omogeneo.
    Poi venne la “moda” di abbattere e ricostruire con volumetrie molto maggiori, approfittando evidentemente che non esistevano adeguate regolamentazioni oppure era facile ottenere concessioni edilizie purchessia.
    Fatto sta che in pochi anni la fisionomia originaria di quei posti è stata alterata e solo pochi esemplari del tempo che fu sono rimasti in piedi.
    Contemporaneamente, con il nuovo Stadio Arechi costruito in tutt’altra zona, quello che era stato l’unico palcoscenico del, calcio salernitano ospitando tutti gli incontri che la massima squadra cittadina disputava nelle varie serie in cui militava (incluso una volta quello con il grande Torino), andò via via perdendo di importanza.
    Fortunatamente, la versatilità delle sue sistemazioni già ha fornito prova che altre discipline sportive possono essere praticate, creando così una specie di singolare “palazzetto dello sport” strutturato non nella maniera classica, ma con una componente esterna dove praticare calcio, rugby, atletica leggera, ecc. e una al coperto per scherma, pallavolo, pallacanestro, pugilistica, lotta, ecc.
    Forse c’è già chi ipotizza idee di tal genere. Ma sarebbe improduttivo tergiversare, a meno che non prevalga l’idea malsana di far fuori il tutto e abbattere la facciata, comunque caratteristica, della tribuna centrale facente ormai parte, senza equivoci, della storia e del panorama urbanistico della città.

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