il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Don Nunzio: mi aspettavo di incontrare un leone … ho visto un topolino che notoriamente non ruggisce

 

Aldo Bianchini

Da sinistra: don Luigi Noli, avv. Riziero Angeletti, Mons. Nunzio Scarano, nell'aula bunker del Tribunale di Salerno la mattina del 29 giugno 2021

SALERNO – Regolarmente autorizzato sono entrato nell’aula bunker del Tribunale di Salerno (quella sita vicino al carcere mandamentale in zona Fuorni) per assistere a quella che si presentava, almeno sulla carta, come una delle udienze più importanti nell’ambito del cosiddetto “Processo Scarano ed altri” a carico di 53 imputati tra i quali Mons. Nunzio Scarano, il sacerdote salernitano assurto a grandi livelli nell’organizzazione romana della Chiesa ed in particolare per la sua qualità di responsabile analitico della contabilità generale dell’APSA (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica).

Il prelato don Nunzio più di otto anni fa rimase coinvolto in una vergognosa persecuzione giudiziaria con arresto in carcere pubblicizzato ai massimi livelli dai media locali, nazionali e mondiali; due Procure si erano lanciate nella sua caccia, Roma e Salerno, con una escalation davvero incredibile anche contro ogni regola fondamentale del diritto e del presupposto fondamentale di innocenza.

L’altra mattina, martedì 29 giugno 2021, esattamente otto anni e un giorno dopo il clamoroso arresto del 28 giugno 2013, il prelato salernitano avvolto in un nero – rigido e severo clergyman, scortato dal suo avvocato di fiducia Riziero Angeletti (vaticanista di vaglia) e dall’altro coimputato principale don Luigi Noli, ha attraversato con passo felpato, sicuro – senza alcun tono di sfida ma con la dignità dell’innocente, l’ampio salone dell’aula per sedersi in prima fila ed assistere all’annunciata requisitoria della pubblica accusa dott.ssa  Elena Guarino dinanzi al collegio giudicante presieduto dal dr. Polo Valiante; una requisitoria che mi sarei aspettato piuttosto energica, documentata e argomentata; anche perché, pensavo e credevo, un supplizio di otto anni inflitto ad un innocente fino a sentenza passata in giudicato. Nessuno scambio di sguardi tra i due, come si conviene anche se con grande delusione di chi assisteva da lontano alla scena che spesso si è ripetuta sotto gli occhi di tutti: lui, il sacerdote, seduto al centro della scena e immobile nella rigidità del suo sguardo ieratico; lei, la pubblica accusa, girare in lungo e in largo senza minimamente volgere la testa verso il sacerdote, nell’atteggiamento di chi non vuole concedere all’avversario neppure l’onore delle armi dopo una battaglia così lunga e così tremenda subita soltanto da una delle due parti in causa.

Invece è accaduto proprio tutto il contrario la requisitoria è saltata e la vita di un uomo, di un sacerdote, di un monsignore (così come le vite degli altri 52 imputati) è stata racchiusa in poche paginette digitalizzate e consegnate al Collegio Giudicante con l’attenuante che per colpa del covid e della mascherina la pubblica accusa si sentiva quasi totalmente impedita ad esporre verbalmente la sua tesi accusatoria; comunque ritracciata velocemente, giusto dieci minuti, e per sommi capi, partendo da assunti assolutamente non rispondenti alla realtà dei fatti che sul piano temporale hanno contraddistinto il lungo e tortuoso percorso giudiziario consumatosi nelle due Procure, nei tribunali della Libertà, delle Procure Generali, delle sedi di Appello e della Cassazione

Conosco bene tutta la vicenda giudiziaria che ha travolto “don Nunzio”, perché ho letto e riletto gli atti, ma non ho mai telefonato né incontrato pm e avvocati in quei poco decorosi “chiazzulli” in aula ed anche fuori; ecco perché posso pensare e scrivere che l’altro giorno nell’aula bunker ero entrato con la speranza di trovare un leone ruggente e che, invece, ho intravisto soltanto un topolino preoccupato più di trovare un angolo dove ripararsi dalle sicure bordate che arriveranno nel corso della “discussione finale” del difensore avv. Riziero Angeletti prevista per il prossimo 5 novembre.

Ho riflettuto a lungo sulla mancata requisitoria ed ho pensato alla giustezza e sui mille e mille significati della frase che Buscetta pronunciò contro Riina nel mitico maxi processo a cosa nostra; frase che ho riportato per estratto poco prima.

Insomma, in aula, ho assistito ad un passaggio di presunta giustizia alla pari di un atto di una commedia teatrale; fortunatamente soltanto l’autorevolezza riconosciuta del presidente Valiante ha impedito che il tutto si trasformasse in una sceneggiata napoletana.

E gli imputati ? ma chi se ne frega, il necessario è che ognuna delle parti in causa (pubblica accusa e difese) reciti la sua parte come ha fatto, a sorpresa, l’avv. Carmine Giovine (difensare della dott.ssa Tiziana Cascone) che ha chiesto l’acquisizione di alcuni verbali di interrogatorio che era meglio per tutti rimanessero fuori dal processo; il resto lo deciderà il collegio con saggezza ed autorevolezza. Ma è già possibile anticipare che la richiesta di una pena minore per la Cascone prefigura una immaginaria collaborazione, non so quanto spontanea, della stessa con la PM.

Foto dell'articolo pubblicato su Il Mattino del 30 giugno 2021

E la stampa ?, per carità manco a parlarne. In aula come giornalista c’ero solo io che non ho avvicinato nessuno degli avvocati e neppure la pm che non ho il piacere di conoscere. Speravo che la mattina successiva, cioè ieri mercoledì 30 giugno, la stampa locale avesse raccontato quanto realmente accaduto; macchè, tra gli altri ho letto un resoconto apparso su Il Mattino che sembra la traduzione scritta del presumibile dettato della pm ovvero di uno degli avvocati; un modo vergognoso di fare la cronaca giudiziaria.

Difatti  la stessa PM, nei pochi minuti in cui ha spiegato la requisitoria depositata per richiedere le condanne (a proposito per Scarano sono stati richiesti 12 e non 9 anni), ha espressamente dichiarato che la Procura non è riuscita a dimostrare l’illecito passaggio di denaro e che l’accusa, oggi, si basa sostanzialmente sulla “sentenza Malangone” che è tutta un programma di confusione. Ma per saperlo bisogna leggerla e metterla in relazione anche alla sentenza di assoluzione dei D’Amico a Roma che ha smantellato anche il presunto cosiddetto “reato presupposto” che qui la PM ancora evoca come cardine fondante; e la sentenza di Roma la stampa locale non l’ha letta. Da ciò mi viene quasi da pensare che la Procura di Salerno ha indagato Scarano per arrivare agli armatori D’Amico, e non direttamente Scarano per i presunti reati contestatigli; e questa non è giustizia.

Nel prossimo articolo mi preoccuperò di scendere nei dettagli della dichiarazione verbale della pm Guarino che ha sorpreso anche il Collegio e che la stampa locale assente non ha potuto ascoltare; e soprattutto delle sentenze di cui sopra.

 

 

 

1 Commento

  1. Stanca di vivere in un mondo dove non esistono regole e la giustizia un optional…

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