il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Ci sarà una primavera demografica?

 

scritto da Luigi Gravagnuolo il 12 Gennaio 2022 per Gente e Territorio

 

La scorsa settimana l’abbiamo documentato e contestualmente abbiamo cominciato a ragionare su di esso; diciamo dell’inverno demografico dell’Occidente in generale e della nostra Italia in particolare (Il nostro lungo inverno demografico – Gente e Territorio).

Come si ricorderà il tasso di fecondità delle donne italiane si è ridotto ad 1.24, un tasso di gran lunga inferiore all’1.8, ritenuto dagli antropologi il limite al di sotto del quale ogni civiltà scompare. E si badi bene, quell’1.24 non è il dato estemporaneo di un solo anno; è dal ‘78 che in Italia la fecondità delle donne è calata al di sotto della soglia dell’1.8.

La storia dell’umanità è storia di civiltà che nascono, fioriscono, splendono e tramontano. Quando i ‘barbari’ arrivarono in Italia nel V d.C., trovarono ville patrizie un tempo sontuose ricoperte da erbacce, terre incolte ed abbandonate, intere città e villaggi rurali desertificati.

Io vivo a Cava de’ Tirreni, nel luogo della Valle Metelliana etrusco-romana. Le evidenze archeologiche documentano che questa valle in età imperiale fu sede di un aggregato urbano neanche tanto piccolo se è vero, com’è vero, che vi sono stati rinvenuti i resti di un anfiteatro – oggi ancora interrato – di dimensioni analoghe a quello di Pompei. Eppure, quando nell’XI d.C. i Longobardi fuggitivi dalla Salerno soggiogata dai Normanni vennero ad insediarvisi, non vi erano restate che poche case rurali sparse. Dell’antica urbs romana non c’era più nulla! Qualcosa di analogo successe in tante altre realtà urbane dell’Occidente tardoimperiali. Poco alla volta, tra il quarto e il settimo sec. d.C., lo splendore della classicità si era spento.

Dunque le civiltà nascono, fioriscono e tramontano. Tranne casi rari, la ‘regola’ è che esse ‘tramontano’, non ‘muoiono’.

L’antica civiltà romana – per restare ad essa – non perì, si trasformò. Dalla fusione dei latini superstiti con le nuove genti barbare – sotto la sapiente opera di mediazione dei monasteri benedettini, luoghi di custodia della cultura classica e di integrazione con le nuove culture – nacquero i regni romano-barbarici, il Medio Evo, poi i Comuni, il Rinascimento e via via fino ai nostri giorni. Non fu più la civiltà romana, ma di essa restò molto nella nuova era.

Un piccolo salto al secolo scorso e poi torniamo ai nostri giorni. Citavamo la scorsa settimana Oswald Spengler e Richard Korheer. La loro diagnosi sull’agonia dell’Occidente conserva tuttora molti punti di sorprendente attualità. Certo, la terapia da essi suggerita – cioè la guerra disperata della razza ariana contro il corso ineludibile della storia – fu insieme atroce, disastrosa, criminale. La diagnosi però era inoppugnabile; avevano ragione, la denatalità dell’Occidente era il sintomo del tramonto della nostra civiltà.

Oggi, a distanza di un secolo, il problema resta intatto. C’è da chiedersi se c’è un modo di affrontarlo diverso dall’arroccamento guerrafondaio.

In questi giorni il governo ha varato misure, di sostegno economico e di potenziamento dei servizi sociali, finalizzate a incentivare la natalità. Non è la prima volta nella storia che si tenta questa strada, sempre con risultati effimeri.

Non si può fermare il sole che tramonta, bisogna saper guardare oltre la notte.

Non bisogna aver paura della logica naturale dell’evoluzione. Non c’è altra strada che il governo intelligente delle migrazioni in ingresso, l’integrazione progressiva degli immigrati nel nostro contesto socio-culturale nel rispetto e nella custodia delle rispettive identità culturali, l’arricchimento della nostra civiltà nel confronto aperto con le altre culture, il meticciato biologico e culturale. Non è facile, né è pacifico. Il sentiero è irto di ostacoli e di contrasti, anche cruenti, ma non ci sono alternative, hic Rodhus, hic salta. Occorre guardarsi dalle chiusure disperate e dalle velleità restauratrici. Peraltro le poche civiltà incontaminate oggi viventi sono realtà disperate, la prova evidente che la purezza etnica è per sé stessa mortifera.

Per curiosità ed interesse culturale nel ‘77, sulle tracce di Antonin Artaud, andai sulla Sierra Tarahumara, nel Chihuaua messicano, al confine con gli USA. Cercavo i mitici Tarahumaras. Pochi, isolati, taciturni, ostili a qualsiasi dialogo, quelli che a fatica riuscii ad incrociare non mi degnarono di un cenno di apertura, di uno sguardo. Rigidi come statue, guardavano fissi nel vuoto. I pochi ai quali mi accostai neanche parlavano lo spagnolo. Avevano la loro lingua autoctona e non comprendevano, o non volevano comprenderne altre. Erano e sono una etnia pura, ma tra loro l’indice di suicidi era impressionante, forse lo è ancora. Vale lo stesso per altre etnie autoctone, sopravvissute alla storia. Non è la ‘purezza’ di una razza la custode della sua civiltà. Non sono i muri a salvare le culture. È il coraggio dell’accoglienza e del dialogo a vivificarle.

 

 

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