il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Mattarella resta. Ed ora?

da Luigi Gravagnuolo 29 Gennaio 2022

 

 

 

 

 

 

 

 

È dunque fatta. Il buon Sergio Mattarella, che per sette anni ha retto il Colle con eccellenza politica e alta levatura morale, è stato rieletto e già il solo fatto che si sia chiusa questa settimana parlamentare, per molti aspetti indecorosa, è una bella notizia. Lo è ancora di più se consideriamo la personalità del Presidente, di assoluto valore. Il lungo, appassionato, sincero applauso dell’aula alla 505^ scheda ne è la testimonianza eloquente. Tuttavia non vanno sottaciute alcune criticità.

En passant, e davvero solo per accenno, va detto che la figura personale di Mattarella ne esce un pochino incrinata. Forse davvero lui non voleva e, chiamato a servire la patria, ha obbedito, ma la sua immagine di hombre vertical, tutto d’un pezzo, dalla parola indefettibile, ne esce scalfita. Non è proprio il massimo proclamare per mesi e con enfasi la propria indisponibilità alla rielezione, aggiungendo che andrebbe riformata la costituzione per rendere norma tassativa la non rieleggibilità dei presidenti della Repubblica, e alla fine accettare la propria rielezione. Ma tant’è, è andata così e così ce la prendiamo.

Quali domande politiche dobbiamo ora porci? Per cominciare, è una rielezione a termine, come lo fu un decennio fa per Giorgio Napolitano, o per l’intero settennato? E per il Governo Draghi quali prospettive si aprono? Infine, come ci avviamo al voto politico nazionale del prossimo anno?

Sul primo punto – con tutta la prudenza necessaria – la prognosi è di una presidenza di corta durata. Proprio le posizioni dello stesso Mattarella, qui sopra richiamate, lasciano supporre che il Presidente non dovrebbe essere disponibile per un intero settennato. Con ogni probabilità la prossima legislatura, quella post voto del ‘23, metterà tra i primi punti all’ordine del giorno il limite ad un solo mandato della funzione presidenziale con contestuale abrogazione del semestre bianco. Considerati i tempi di una riforma costituzionale, con i suoi quattro passaggi nelle Camere, con la distanza minima di sei mesi tra i primi due passaggi e gli altri, fa prevedere che a tale riforma ci arriveremo non prima del ‘25. Sempre ammesso che, non appena il legislatore metterà mano a questa materia, non verranno fuori con forza i fautori della repubblica presidenziale con l’elezione diretta del Presidente, il che come minimo farebbe dilatare i tempi. Dunque la prognosi è per una presidenza di breve durata, salvo sorprese.

Sul Governo. Ora tutti si stanno affannando a raccontare che Draghi si è rafforzato e che il suo governo non è in discussione. Prendiamole con le pinze queste parole. Indubbiamente il Capo del Governo, che poi è stato il vero demiurgo della convergenza su Mattarella, ne esce con un’immagine pubblica rafforzata, anche sotto il profilo squisitamente politico (altro che tecnico estraneo alla politica!). Ed è altrettanto indubbio che la stragrande maggioranza dei parlamentari non ha nessuna voglia di elezioni anticipate, quindi la maggioranza anomala che sostiene l’attuale governo dovrebbe reggere. Già, dovrebbe reggere… Man mano che ci avvicineremo alla scadenza elettorale, rispetto ai partner dell’attuale maggioranza, sempre più forti saranno le spinte delle varie forze politiche a rimarcare le differenze piuttosto che le convergenze. La barca del governo navigherà quindi in acque agitate, col rischio frequente di affondare. Qui si parrà la statura politica del premier, che certamente avrà avuto le sue rassicurazioni dai partiti di governo, ma, insomma … delle parole e delle promesse dei politici meglio non fidarsi.

Il rischio più grande è che Mario Draghi, la cui scalata al Colle è rimandata minimo di un triennio, mentre il suo governo attuale durerà massimo per un altro anno, possa essere tentato di riproporsi come premier candidandosi al voto politico alla prossima tornata elettorale. Sarebbe un errore clamoroso per lui e per l’Italia – già fatto da Mario Monti nel ‘13 – la sua forza è proprio l’estraneità al pollaio della politica politicante ed è grazie a tale estraneità che alla fine raccoglie stima e rispetto ed è riuscito finora a reggere il timone della barca.

I partiti e gli schieramenti per parte loro inizieranno nelle prossime settimane la lunga marcia verso le elezioni politiche. Lo faranno a partire dal conteggio delle perdite e dei successi della battaglia del Quirinale. Quanto ad essi, cioè alle perdite ed ai successi, se nessun partito ne è uscito vincitore, qualcuno si è fatto male più degli altri.

A cominciare dalla Lega, il cui leader è stato quasi ridicolizzato nella sua settimana più nera da quando è agli onori della cronaca politica nazionale, con le sue velleitarie e perdenti sfide muscolari; passando per quello che resta del M5S, diviso ormai una miriade di gruppi e gruppetti ingestibili e non gestiti dal gruppo dirigente del partito (a chi appartengono i 37 voti al Di Matteo se non ad una loro frangia in evidente disubbidienza rispetto alle indicazioni ufficiali?); e finendo con i FdI, sempre più isolati e che sembrano da tempo aver smarrito la strada della politica. Ma si può dichiarare, come ha fatto l’on. Giorgia Meloni, a conclusione di una settimana di insuccessi: “Noi siamo gli unici che non hanno cambiato idea”? E la politica dove sta?

Il Pd ha giocato di rimessa senza mai essersi esposto più di tanto, limitando così i danni. Resta però l’impressione di un partito al rimorchio degli eventi, incapace di guidarli.

Una parola conclusiva sul Centro, sulla carta l’unica componente vincente, avendo di fatto attratto nella propria area Berlusconi, con la sua FI e gli altri cespugli centristi di destra, oltre che pezzi significativi ex M5S. Il suo vero, immenso punto debole è però la sintesi. Riusciranno i Renzi, Calenda, Della Vedova, Toti ed ora Tajani, Mastella, Casini, Lupi e via elencando a trovare un programma comune, una visione dell’Italia condivisa ed un leader riconosciuto da tutti?

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