FARMACIA DI MURIA: UN CONSIGLIO AL GIORNO ATTENTI AL TUNGSTENO

da Dr. Alberto Di Muria

 

Uno studio condotto dai ricercatori dell’Exeter University, nel Regno Unito, pubblicato sulla rivista Plos One, ha rivelato che ad alti livelli di tungsteno nell’organismo corrisponde un rischio più elevato di insorgenza dell’ictus, che anzi può arrivare a raddoppiare.

Certo, il tungsteno non è diffuso come altri metalli pesanti pericolosi, quali il piombo o il mercurio, presenti nei tubi dell’acqua o negli alimenti, ma compare comunque in molti oggetti di uso quotidiano e, soprattutto, sarà sempre più presente con il progresso delle tecnologie. Il tungsteno ha caratteristiche di ottima resistenza alla temperatura. Ha il più alto punto di fusione dei metalli ed è utilizzato per applicazioni in alta temperatura. La bassa dilatazione termica e l’alta conducibilità elettrica rendono questo materiale ideale per le applicazioni a film sottile utilizzate sempre di più nelle applicazioni elettroniche.Inoltre le sue proprietà di densità e durezza lo rendono il candidato ideale per leghe pesanti usate in armamenti, dissipatori di calore e sistemi di pesi e contrappesi.

Per questo il tungsteno si trova in particolar modo nei computer, telefoni cellulari, vecchie lampadine, gioielli e alcuni tipi di prodotti militari.

Durante lo studio sono stati utilizzati i dati provenienti dal Nutrition Examination Survey,  riferiti a più di 8.500 partecipanti di età compresa tra i 18 e 74 anni. L’analisi è durata circa 12 anni. Il rischio sembra essere legato soprattutto alle persone al di sotto dei 50 anni, il che è un grosso campanello d’allarme per le future generazioni, considerando appunto la diffusione sempre maggiore di questo elemento.

L’allarme lanciato da questo studio non è assolutamente da sottovalutare se si considera che secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’ictus è attualmente la seconda causa di morte nel mondo occidentale, successiva solo alle malattie cardiache. Eppure gli italiani non sembrano avere le idee chiare. Da un’indagine del Censis, condotta con la federazione Alice Italia onlus insieme al Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Università di Firenze, emergono, infatti, dati sconcertanti: il 77% degli italiani dichiara di saper dare una definizione della malattia ma la convinzione di essere in grado di identificarla si rivela alla prova dei fatti infondata, infatti solo il 43% del campione intervistato dimostra di sapere che l’ictus è una malattia del cervello. C’è chi lo assimila a un tipo di infarto cardiaco e chi invece crede che sia una malattia neurodegenerativa come l’Alzheimer.

Invece la consapevolezza di questa patologia è essenziale, vista l’importanza determinante della terapia specifica nelle prime ore dopo l’evento per salvare il paziente e contenere i danni della malattia.

 

 

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