il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

CAVA: Città spenta

 

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Luigi Gravagnuolo il 7.4.22 per Ulisseonline

I famosi portici di Cava de' Tirreni

Si fa presto a dire città spenta e a dare la colpa di ciò a uno o a un altro politico, dell’oggi, di ieri e di ieri l’altro. Oltre alle responsabilità soggettive, che non mancano, ci sono però ragioni strutturali che contribuiscono a determinare la deprecata e, nel caso di Cava de’ Tirreni, tangibile depressione psicologica cittadina. La demografia, ad esempio.

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Calo demografico ed invecchiamento sono i tratti caratterizzanti della dinamica demografica della nostra città da un trentennio a questa parte. Lo attestano i numeri, fonte ISTAT, se avete la pazienza di leggerli qui di seguito.

Prendo in considerazione quattro anni: 1991 inizio ultimo decennio del secolo scorso; 2001 inizio nuovo secolo; 2019 ultimo anno prima del covid; e 2030 anno al quale arrivano le proiezioni più affidabili dell’ISTAT. Escludo dal computo il 2011 per economia di spazio e gli anni 20202021 perché nel biennio dell’epidemia i dati della mortalità sono stati alterati, quindi non sono confrontabili con la serie precedente, né con le stime per gli anni a venire, queste ultime elaborate al netto di eventuali nuove epidemie, com’è ovvio.

Dunque, nel 1991 a Cava risiedevano 52.993 persone; dieci anni dopo eravamo diventati 52.730, meno 263 residenti. Attenzione, nel ‘91 la fascia di età 0-24 era composta da 20.311 cittadini, il 38% della popolazione totale, mentre quella over 45 ne contava 17.482, il 33%. Dieci anni dopo il rapporto si era invertito, la fascia più giovane era scesa a 16.404 persone, il 31% del totale, mentre quella over 45 era salita a 20.066 unità, il 38%. Stazionaria la fascia intermedia dei 25-44 anni, intorno al 30% per entrambi gli anni considerati. Indicativo il dato degli ultraottuagenari, che nel decennio aumentavano di 346 unità, passando dai 1.191 del 1991 ai 1.537 del 2001.

Se dunque la popolazione totale di Cava era restata grosso modo stabile tra il ‘91 ed il 2001, salvo la lieve flessione sopra riportata, lo si era dovuto all’accresciuta longevità dei nostri concittadini, grazie ai progressi della medicina, non ad un incremento delle nascite. Già dal 2001 era perciò prevedibile che, man mano che sarebbero scomparsi i più anziani, non soppiantati da adeguate nuove nascite, il decremento demografico sarebbe diventato più consistente.

E così è stato. Dopo diciotto anni, nel 2019, all’anagrafe si sono registrati 51.494 residenti, 1.236 in meno che nel 2001, con un ulteriore invecchiamento. La fascia più giovane 0-14 ha perso 1.685 unità, passando dal 31% del 2001, al 24% del totale nel 2019. Viceversa la fascia adulta, dai 45 anni in su, si è incrementata di 6.429 persone, portandosi al 52% del totale. Anche la fascia intermedia 25-44 anni è diminuita di 3.895 unità, il 24% della popolazione totale, contro il 31% del 2001.

In breve, la città è meno popolata e vistosamente invecchiata, e continua a farlo: il saldo naturale nati/morti nel 2019 ha segnato un meno 205 unità, risultante dei 549 morti contro le 344 nascite. Né ci ha aiutato il saldo migratorio, sempre limitandoci al 2019, in quell’anno si sono trasferiti fuori città 765 cavesi, in maggioranza giovani, e sono immigrati a Cava solo 631 persone, di età medio-alta, saldo migratorio -134 unità.

Sulla base di questo trend, l’ISTAT prevede per il 2030 una popolazione residente totale a Cava de’ Tirreni di 47.437 persone, di cui solo il 21% sarà giovane, mentre gli over 45 anni costituiranno il 57% della popolazione.  Il restante 22% sarà formato dalla fascia di età 25-44 anni.

Ha a che vedere tutto ciò con la città spenta? Certo che sì.

Un giovane guarda al futuro con occhi diversi da un anziano, è evidente. Magari la sua sarà una visione poco assennata, alimentata da speranze illusorie se si vuole, ma il giovane per natura guarda avanti. L’ anziano ancora si pone il problema del futuro a lungo termine e si impegna a ragionare in tal senso se ha figli o nipoti. Se però mancano anche quelli – e il tasso di natalità a Cava è modesto, come basso è il tasso di fecondità, sull’1,5% dato medio dell’ultimo ventennio [stima da elaborazione mia] – tende a chiudersi in se stesso. Il suo problema è di passare gli anni che gli  restano nel modo meno inquieto possibile, difficile che allunghi lo sguardo su lunghi orizzonti.

Cava dunque è una città spenta anche perché tale è la dimensione esistenziale della maggioranza dei suoi cittadini. Ciò non significa che la politica debba accompagnare il declino demografico appiattendosi su di esso e rassegnandosi al corto respiro. Se posso prendermi la licenza di ricordarlo, non fu certo per caso che, insieme ad alcuni amici, nel 2006 denominammo la lista civica a sostegno della mia candidatura a sindaco ‘È Viva Cava’. Avvertivamo chiara l’esigenza di contrastare il declino della città, i cui segni si cominciavano a sentire. Arginare il declino, non significa tuttavia eludere il dato della realtà, sarebbe velleitario.

La demografia incide sulle scelte della comunicazione politica, dei programmi e finanche del lessico, ma non si limita solo alla sfera della psicologia collettiva e della comunicazione.

Si pensi alla questione abitativa. Altro che emergenza abitativa a Cava, tra pochi anni avremo un’eccedenza dell’offerta abitativa rispetto alla domanda, con conseguente riduzione del valore dei beni immobiliari e delle rendite. Saranno perciò necessarie scelte conseguenziali sul terreno urbanistico, relative all’organizzazione degli spazi e finanche dei tempi urbani.

Per non dire delle politiche sociali e della sicurezza, destinate ad assumere un ruolo sempre più cruciale nelle politiche amministrative. Come pure notevoli saranno le ricadute sui bilanci comunali, di per sé già molto compromessi nell’anno in corso. Riducendosi in maniera notevole la percentuale della popolazione attiva, si ridurrà anche la base imponibile su base cittadina, quindi le entrate della fiscalità locale diminuiranno, mentre aumenteranno le spese per il welfare. Ancora, bisognerà mettere mano alla strutturazione dell’offerta formativa, così come al sistema dei trasporti locali e tant’altro.

Mi fermo qui per non farla troppo lunga. Consegno questi numeri e queste prime scarne considerazioni alla nostra classe politica cittadina ed ai lettori, a qualsiasi schieramento appartengano, fiducioso che esse possano essere utili per avviare una riflessione collettiva su un possibile progetto di città di qui a dieci-venti anni.

 

 

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