il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

IL RICORDO DEL PROCESSO “TRINCERONE”

 

 

di Giovanni Falci (avvocato penalista)

Marcello Rescigno, il magistrato che smantellò il "processo trincerone"

SALERNO – L’articolo di ieri di Aldo Bianchini, “TANGENTOPOLI. 31 maggio 1993, il lunedì nero della giustizia”, mi ha riportato alla mente quel periodo in cui, giovane avvocato di 38 anni, ho vissuto in diretta quella pagina di “storia” della Repubblica Italiana.

Ho partecipato a quel processo in difesa di un assessore del Comune di Salerno, socialista, ovviamente assolto.

La cosa che mi colpì subito quando ebbi l’occasione di leggere gli atti di indagine preliminare fu la genesi del processo e quindi dell’indagine.

Non so se tutti sanno che quel massacro giudiziario ebbe origine come procedimento contro ignoti, per gli addetti ai lavori un “modello 44”.

In effetti il nostro sistema giudiziario è semplice: da una denuncia, da una notizia di reato, come dicono i giuristi eleganti, da una notitia criminis, parte una indagine per appurare la sussistenza della ipotesi: cosa è stato commesso, da parte di chi, si tratta di reato?

In quel processo, e anche in altri di quel periodo, l’indagine è nata, invece, per cercare una notizia di reato e non per verificare la notizia stessa.

Il processo “trincerone” nasce come procedimento “atti relativi all’articolo di stampa: cercate i pesci piccoli invece che trovare i pesci grandi”.

Era questo l’articolo che riportava una dichiarazione rilasciata dall’avv. Marco Siniscalco al quotidiano “Il Mattino” a seguito di una indagine che lo aveva visto coinvolto come responsabile della commissione condoni edilizi del Comune di Salerno.

Questa la notizia di reato!

Una notizia che avrebbe potuto riguardare la pesca di frodo.

Sta di fatto che da quell’articolo e da quel modello 44 si è scatenata la caccia alle streghe.

Il principio applicato ha origini antiche: “DATEMI SEI RIGHE SCRITTE DAL PIÙ ONESTO DEGLI UOMINI, E VI TROVERÒ UNA QUALCHE COSA SUFFICIENTE A FARLO IMPICCARE”.

È la frase di Richelieu deve essere ricordata prima di ogni processo penale.

Questa frase ci scandalizza perché scolpisce il più manifesto degli errori giudiziari e ci fa paura perché può essere vera come lo è stata per molte vicende giudiziarie di quel periodo nel quale c’era il “bollettino” degli arresti a Milano e in quasi tutta Italia.

Quella frase annuncia il terribile potere manipolatorio della logica in base al quale “il più onesto degli uomini” diventa “il più certo dei colpevoli”.

Ancora meglio, con una citazione molto più recente: “si è cercato un “REATO IN CARNE ED OSSA” come ebbe a dire il Rettore dell’Università di Salerno Roberto Racinaro all’indomani della sua assoluzione in un processo di quegli stessi anni di cui tutti conosciamo gli esiti per il clamore mediatico e scandalistico che accompagnò l’arresto di quel signore innocente, di quella persona per bene come si dice al cinema.

Giovanni Falci (avvocato penalista)

Fatta questa premessa, voglio però raccontare anche il rovescio della medaglia e voglio celebrare un Magistrato che proprio in quel periodo approdò alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno, il DOTT. MARCELLO RESCIGNO.

Mi sembra doveroso, anche se fa poco audience, ricordare che la Magistratura è composta da persone che, in buona e cattiva fede, sbagliano, ma anche da persone che svolgono il proprio ruolo con equilibrio, indipendenza e correttezza.

Si parla troppo di “quelli che fanno rumore” e troppo poco di quelli che svolgono la loro professione senza protagonismo e foto su giornali.

In quel processo “Trincerone” il dott. Rescigno “ereditò” l’indagine fatta da un suo collega nel frattempo promosso e trasferito ad altro Tribunale.

Ebbene, Marcello Rescigno ci conquistò nella prima udienza preliminare nella quale partecipò e altro non fece che il suo dovere: chiese un rinvio perché non aveva avuto il tempo di poter studiare il processo assegnatogli da pochi giorni.

Ci guardammo tutti in udienza e il nostro sguardo esprimeva meraviglia e stupore.

A fronte di una richiesta naturale e soprattutto doverosa (ricordo che disse “sono abituato a conoscere ciò di cui devo parlare”), noi avvocati pensammo che ci trovavamo difronte a un marziano.

Quello era il clima di allora! La correttezza e, direi, la naturalezza processuale, sembrava una cosa inedita, sconosciuta, insolita, quasi originale.

Ricordo che perfino il GIP, lo stesso che aveva arrestato i tre sindaci innocenti (allora poteva anche celebrare l’udienza preliminare), rimase stupito dalla richiesta di un suo collega perbene.

Allora è bene dirlo, non solo macellai giudiziari nelle Procure di allora, ma anche gente come Marcello Rescigno.

Ma proprio di quel GIP bisognerebbe parlare, perché si evoca e si ripete sempre e solo il nome del DOTT. MICHELANGELO RUSSO quale artefice di quel processo.

In realtà gli arresti di Vincenzo Giordano, Aniello Salzano e Fulvio Bonavitacola, furono firmati dal DOTT. VITTORIO PERILLO.

Quel processo è passato alla storia come il processo istruito da Michelangelo Russo, e questo è vero, ma il carcere per quegli imputati innocenti lo ha decretato il dott. Vittorio Perillo.

Il PM ha richiesto l’emissione delle misure cautelari, ma è il GIP che le ha accolte!

In definitiva l’errore che ha colpito la vita di tre persone innocenti che sono state in carcere ha un solo nome e cognome: VITTORIO PERILLO!

È chiaro, perciò, che quel Giudice rimase, quantomeno meravigliato dal PM Rescigno che gli chiedeva un corretto rinvio per studiare gli atti processuali e non “appiattirsi”, come oggi si dice, sulle posizioni del PM.

Quella udienza preliminare si sviluppò in più sedute delle quali vi parlerò nel prossimo articolo per ricordare di nuovo il dott. Rescigno e ancora il dott. Perillo, due facce della stessa medaglia, ma anche per ricordare una generazione di avvocati che purtroppo ci hanno lasciato ma nei confronti dei quali la mia generazione ha un debito di riconoscenza.

 

 

 

 

 

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