il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

SCUOLA: Bulli … quando non c’erano i servizi sociali

 

Aldo Bianchini

SALERNO – In merito alla vicenda dei bulli e dei vandali a scuola ho letto dalle pagine de “Il Mattino” (ed. 7 agosto 23) l’interessante articolo di Gianluca Sollazzo pubblicato sotto il titolo: “Bulli e vandali in classe già cinquanta studenti finiti ai servizi socialiIl giro di vite scatterà da settembre ma a Salerno adottate le prime misure”.

L’attacco dell’articolo mi ha lasciato perplesso: “Bulli alle mense dei poveri, in ospizi oppure impiegati nelle pulizie. Dal prossimo settembre scatta il giro di vite a scuola contro il bullismo che prevede profonde modifiche sul voto in condotta e sulle conseguenze che avrà sugli studenti. Ma a Salerno la misura è stata adottata già per 50 ragazzi poco adusi alla regole scolastiche che nel corso del recente anno scolastico hanno usato violenza contro compagni di classe, fumato nei bagni della scuola o commesso atti vandalici. Una stretta adottata dai presidi salernitani pronta ad essere rafforzata grazie alle misure annunciate dal ministro dell’istruzione, Giuseppe Valditara”.

E continuando a leggere sono rimasto ancor più perplesso nel leggere la dichiarazione del prof. Claudio Naddeo (presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Presidi, nonchè rettore del Convitto Tasso-Trani di Salerno), personaggio che stimo tra i migliori manager del settore: “Perfettamente d’accordo e del resto lo prevede già lo statuto degli studenti. Al Convitto, di intesa con i genitori, sono stati utilizzati in cucina in affiancamento al personale per allestimento della sala mensa. Lo stesso al Trani con servizi in palestra con osservazione dei collaboratori. Si pone solo il problema della sorveglianza. Stipulando anche convenzioni specifiche con associazioni esterne”.

Mi sono chiesto se la scuola, rispetto a qualche anno fa, quando cercava di essere innanzitutto educatrice, sia finita per essere soltanto come un piccolo tribunale di inquisizione nella pratica dell’isolamento punitivo, oltretutto snaturando la collocazione socio-scolastico-educativa del singolo soggetto che, seppur bullo, si ritrova in un ambiente nuovo e spesso anche ostile, tanto da rendere necessario il controllo degli stessi soggetti.

Diversi anni fa la prof.ssa Caterina Cimino (all’epoca dirigente del Genovesi) avviò nella tv Quarta Rete di Capezzano da me diretta un gruppo di ragazzi difficili del centro storico per un corso di “cameraman”. Mi resi subito conto che il gruppo di ragazze e ragazzi (quasi tutti minorenni) era capeggiato in maniera risoluta (che non ammetteva appello) da un ragazzo che poi scoprii essere il nipote del famigerato “Cipolla” ucciso qualche anno prima dalla camorra in pieno centro cittadino. Ci fu una difficoltà di rapporti, i miei collb0oratori si allontanarono subito dal gruppo che rimase interamente nelle mie mani. Cercai di penetrare il loro immaginario e ricevetti chiari segnali di aiuto anche dallo stesso “nipote d’arte”. Alla fine del breve corso la filiera di comando all’interno del gruppo mi sembrò più livellata ed in parte anche accettabile, viste le condizioni di partenza.

Qualche anno dopo, una mattina mi trovavo a fare la fila in una banca di Pastena; tre posti davanti a me c’era un giovane che all’improvviso uscì dalla fila e venne verso di me dicendomi: “Direttore prendete il mio posto”; quel ragazzo era il nipote d’arte. Dopo quell’incontro non ho mai più saputo nulla di lui, ma neppure ho letto cronache giudiziarie che lo riguardassero. In cuor mio sperai che quella piccola iniziativa, libera e senza costrizioni, avviata dalla preside Cimino avesse concorso a rimettere sulla buona strada quel “nipote d’arte”.

 

 

 

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