il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Albania, una propaganda pericolosa

da Luigi Gravagnuolo

 

 

 

 

 

 

 

Il tempo passa e il governo Meloni sui migranti continua a navigare a vista. L’impressione è che proceda a tentoni, con l’attenzione rivolta più alle urne che alla soluzione del problema. Problema che di per sé – diciamolo – è davvero complicato da gestire.

L’ultima trovata è quella della realizzazione in Albania, a spese dello Stato italiano, presso il porto di Shengjin e nell’area di Gjader, di due strutture dove saranno gestiti sotto giurisdizione italiana l’ingresso, l’accoglienza temporanea, la trattazione delle domande d’asilo e l’eventuale rimpatrio degli immigrati. Il progetto, concordato col governo di Tirana, previa la sottoscrizione di un protocollo d’intesa tra i due governi, è di immediata esecuzione ed i primi tremila migranti saranno dirottati in Albania già a marzo (le elezioni europee sono calendarizzate per giugno). La sua durata è stata fissata a cinque anni. In pratica i migranti recuperati in mare dalle nostre Marina e Finanza, invece di essere detenuti nei nostri CPR per la valutazione del loro eventuale diritto di asilo, saranno dislocati in Albania a nostre spese e nel numero massimo di tremila migranti al mese. Lì si faranno le valutazioni del caso.

Nell’accordo siglato lo scorso 6 novembre a Roma si prevede che la valutazione dei singoli casi si svolgerà nel tempo massimo di un mese dall’arrivo; quindi, considerando che ogni mese ci sarà il ricambio con nuovi tremila arrivi, i due centri italiani in Albania dovrebbero gestire in totale annualmente un flusso di trentaseimila migranti l’anno.

Il protocollo d’intesa è stato sottoscritto dai due Capi di Governo, Meloni e Rama, senza essere stato previamente sottoposto ai rispettivi Parlamenti, né all’Unione Europea. Già questo lascia perplessi e molti si stanno chiedendo se ciò è conforme alle due costituzioni, quella italiana e quella albanese, e al diritto comunitario.

Al di là degli aspetti giuridici, pur rilevanti, è lecito porsi alcune domande di merito. Pur ammettendo che effettivamente le pratiche si gestiranno in un mese, coloro che saranno riconosciuti come aventi diritto all’asilo verranno trasferiti in Italia o dove? E quelli che non lo saranno, verranno rimpatriati a spese dell’Italia o che altro destino avranno?

Sono dubbi legittimi. Oltretutto l’Albania, pur candidata ad entrare nell’UE, non ne fa parte e non è tenuta sul suo suolo a rispettare le normative europee che impongono la concessione dell’asilo agli aventi diritto.

Come sono comprensibili, sotto il profilo politico-elettorale, i rilanci propagandistici del governo sulla genialata della Meloni. Pericoloso, invece, è il messaggio insistente del Governo, del ministro Piantedosi in particolare, per il quale sui barconi arrivano in Italia i terroristi. Secondo tale asserzione, pur se i nostri servizi di sicurezza sono attenti e bravissimi, il nostro Paese sarebbe a rischio attentati a causa degli immigrati.

In realtà gli unici atti terroristici consumati in Italia nella storia della Repubblica sono stati opera di italiani doc al 100%: brigatisti rossi e neri tra gli anni Settanta e Ottanta e mafiosi tra gli anni Ottanta e Novanta. Non è il caso tuttavia di mettere la testa sotto la sabbia. Pur se controllato dai nostri servizi, il rischio che, insieme a disperati per fame o per fuga da guerre e tirannie, sui barconi salgano anche miliziani addestrati e potenziali terroristi è reale. È però un fenomeno assolutamente minoritario; i terroristi, se dovessero prendere di mira l’Italia, non arriverebbero certo sui barconi. Magari in business class. Ad essi tutto manca, tranne che i petrodollari.

A puntello della tesi dell’arrivo dei terroristi sui barconi dei migranti si porta ora il caso di Abdesalem Lassoued, il tunisino che lo scorso 16 ottobre, a Bruxelles, ha ucciso due svedesi che si recavano allo stadio per la partita Belgio-Svezia. Lui era arrivato in Italia proprio sui barconi degli immigrati. Ma attenzione, Abdesalem Lassoued sbarcò in Italia dodici anni fa, non il mese scorso. Come la gran parte di quelli che arrivano sulle nostre coste, si trasferì presto nell’Europa ricca, in Svezia nel suo caso, dove visse fino al 2016. Lì, in Svezia – lo abbiamo segnalato su queste colonne qualche mese fa – cresce da tempo l’intolleranza verso gli immigrati. E lì lui si radicalizza. È rientrato in Italia nel ‘16 e la nostra Digos lo segnalò come ‘radicalizzato’, avendo letto sui suoi profili social che chiedeva l’adesione alla Jihad islamica.

Dalla primavera scorsa in Svezia ed in tutta la Scandinavia si reiterano episodi in cui alcuni cittadini platealmente bruciano il Corano davanti alle moschee. La cosa peggiore è che il governo di Stoccolma a lungo non solo nulla ha fatto per contenere questo fenomeno, ma addirittura ha spesso disposto le forze dell’ordine per proteggere i bruciatori del testo sacro all’Islam, perché esercitavano il loro diritto all’espressione del proprio pensiero. Ora tutti sappiamo quanto l’animo dei musulmani sia sensibile alla blasfemia, per la quale in alcuni Paesi islamici è prevista la pena di morte; figuriamoci quanto possa essere considerata offensiva nei loro confronti la profanazione del Corano. Bisognava pur immaginare che prima o poi ci sarebbe stata una reazione violenta a tale provocazione. Così lo scorso 16 ottobre Lassoued ha imbracciato un kalashnikov ed ha ucciso i primi due svedesi che gli sono capitati a tiro. È stato freddato dalla polizia belga. Lui non era arrivato in Europa da terrorista, lo è diventato in Europa; non è la dimostrazione che i terroristi arrivano da noi sui barconi dei migranti, piuttosto che le politiche di integrazione adottate in molti Paesi europei non sono adeguate e generano terrorismo.

La propaganda di Piantedosi e Meloni è fuorviante e volta ad eccitare il razzismo latente tra gli Italiani giocando sulla paura. Purtroppo non è solo fuorviante, è molto pericolosa. Nessuno può escludere che prima o poi avvenga anche in Italia qualche episodio di terrorismo; come potranno reagire gli Italiani, impauriti ed istigati dalla propaganda del governo? E se si dovesse scatenare una caccia all’immigrato – qualche prodromo c’è già stato nel ‘18, a seguito dell’efferato omicidio della giovane Pamela Mastropietro a Macerata per opera del nigeriano Innocent Oseghale – come reagiranno i musulmani presenti in Italia?

Il rischio di una nuova stagione di sangue e di piombo, stavolta sotto il segno dell’odio etnico-religioso, è grande. Al nostro Paese, atteso che nessuno finora da trent’anni a questa parte è riuscito a bloccare i flussi migratori, è conveniente questa prospettiva o quella di una paziente, silenziosa opera di prevenzione dei nostri servizi, unita a politiche di accoglienza, integrazione ed educazione al rispetto delle diversità?

E poi, se un domani qualcuno in Albania attaccasse i nostri centri a Shengjin e a Gjader, cosa farebbe l’Italia? Il Governo del nostro Paese non potrebbe essere tentato di imbastire una ‘operazione militare speciale’ per difendere i nostri in terra d’Albania? Sarà una paranoia, ma a me la politica estera del governo Meloni – lo sguardo sull’Africa, ora l’Albania –  richiama alla mente un orientamento già vissuto in Italia. Fu nella prima metà del Novecento.

 

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